giovedì, gennaio 18, 2007

Forum mondiale sulla Sovranità Alimentare

Forum mondiale sulla Sovranità alimentare: Nyeleni 23-27/02/2007

Presentazione generale del Forum

Distinti movimenti sociali hanno preso l'iniziativa di organizzare e svolgere l'incontro internazionale sulla Sovranità alimentare a Bamako in Mali nel febbraio del 2007. Il principio della Sovranità alimentare è stato proposto da Via Campesina a Roma nel 1996 durante il Vertice Mondiale dell'Alimentazione della FAO.

Da allora questa proposta ha incominciato a svolgere un ruolo fondamentale nel dibattito sull'agricoltura e le alternative alle politiche neoliberali. Prima dell'introduzione del concetto di Sovranità alimentare la Sicurezza alimentare si limitava a studiare il modo di garantire un'alimentazione sufficiente attraverso il commercio, tanto a livello nazionale come internazionale. Il principio della Sovranità alimentare colloca i produttori agricoli al centro del dibattito ed appoggia il diritto delle popolazioni a produrre i propri alimenti indipendentemente delle condizioni del mercato.

Il principio della Sovranità alimentare stimola lo sviluppo di modelli alternativi di produzione, di distribuzione e di consumo basati su una logica nuova, lontana di quella del neoliberalismo che da parte sua attribuisce un ruolo principale ai mercati e alla liberalizzazione del commercio e considera che solo i mercati internazionali possono risolvere la questione dell'insicurezza alimentare.

Il diritto alla Sovranità alimentare si dibatte in numerosi forum, reti e conferenze, come i Forum Sociali Mondiali, la campagna More and Better, la rete "Nuestro Mundo No Está En Venta" e la Conferenza di Ginevra sull'OMC che si è svolta nel novembre del 2004. Nel giugno del 2002 si è svolto a Roma il Forum delle ONG sulla Sovranità alimentare, contemporaneamente al Vertice Mondiale sull'Alimentazione della FAO, questo ha permesso ai principali attori attivi in questioni di agricoltura ed alimentazione di riunirsi e condividere idee. La maggioranza di queste organizzazioni, oltre ad una quantità ogni volta maggiore di reti ed alleanze, considera che la Sovranità alimentare oggi è un'alternativa vitale per permette l'applicazione di politiche agricole ed alimentarie adattate alle necessità ed aspirazioni dei popoli del mondo.

Pensiamo che un forum di Nyeleni offrirà una nuova opportunità per aumentare il riconoscimento della Sovranità alimentare e rinforzare le azioni e campagne che si realizzano per la sua applicazione effettiva. Durante questi cinque giorni i partecipanti non si limiteranno a precisare la natura del diritto alla Sovranità alimentare e le sue implicazioni nella politica agricola dei propri paesi e regioni, dibatteranno anche su una strategia dinamica e globale affinché la Sovranità alimentare sia tenuta in conto ed applicata tanto a livello internazionale come locale.

Un forum nel campo

Il forum Mondiale sulla Sovranità alimentare (FMSA) si realizzerà in campagna, in Sélingué, un paese situato a 1:45 ore da Bamako e vicino alla centrale idroelettrica del fiume Sankarani, un affluente del Niger, vicino alla frontiera con la Guinea.

Questa è stato scelto questo luogo per potere dibattere sull'agricoltura e l'alimentazione in una cornice rurale-agricola. È una decisione politica che pretende di trovare un parallelismo e coerenza tra le proposte di Sovranità alimentare ed i mezzi necessari per farla divenire una realtà. La CNOP e le proprie organizzazioni membre hanno portato sempre a termine i propri grandi incontri nel campo e desiderano avvalersi di questa opportunità per rendere visibili le realtà del Mali che sono la loro vita quotidiana. La scelta di Sélingué necessita di particolari accorgimenti per poter accogliere in condizioni di comodità i 500 delegati che qui convergeranno.

L’hotel di Sélingué è composto di 23 bungalows che possono alloggiare 200 persone. Gli altri partecipanti saranno alloggiati in casette che saranno costruite per l'occasione, e che in seguito saranno utilizzate dalle organizzazioni locali e dalla CNOP come centro di formazione. Una parte delle casette sarà costruita con materiali e tecniche tradizionali, il resto, circa cinquanta, si costruiranno con materiali più duraturi per aumentare la loro vita utile. Dopo il forum saranno utilizzate dalle organizzazioni del paese che così disporranno di un centro dove realizzare i propri programmi di formazione ed gli incontri.

Il paese di Sélingué dispone di sei sale abbastanza grandi per accogliere gli uffici di circa sessanta persone. Si costruirà con materiali locali una struttura leggera capace di accogliere 600 persone per le sessioni plenarie.

La CNOP e le organizzazioni contadine che la compongono si incaricheranno dell'installazione dell'infrastruttura necessaria per il buon sviluppo del Forum Mondiale sulla Sovranità alimentare.

Gli obiettivi del forum

“La Sovranità alimentare è il diritto dei popoli a definire le proprie politiche di agricoltura ed alimentazione, a proteggere e regolare la produzione ed il commercio agricolo interno per raggiungere i propri obiettivi di sviluppo sostenibile, a decidere il proprio livello di autonomia ed a limitare il dumping di prodotti nei propri mercati.”

La Sovranità alimentare è dunque un'alternativa alle politiche agricoli neoliberali imposti dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, la Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale.

Si deve però rilevare che sempre più organizzazioni fanno riferimento a questo concetto senza comprendere o accettare il suo carattere eminentemente politico che rompe radicalmente col sistema economico capitalista dominante.

1. Riaffermare la Sovranità alimentare

Sempre di più, personalità della politica, sindacati o associazioni utilizzano il termine Sovranità alimentare tentando di ridurlo ad una connotazione “sovranista”, sinonimo di chiusura su sé stesso, di rifiuto degli scambi e della complementarietà. Il forum sarà l'occasione di riaffermare in maniera positiva il fatto che la lotta per il riconoscimento del diritto alla Sovranità alimentare comprende quattro ambiti interdipendenti che saranno dibattuti e precisati in queste giornate. Questi quattro ambiti sono l'ambito politico, l'economico, il sociale e l'ambientale.

Il FMSA si incaricherà più concretamente di precisare i punti seguenti che sono già stati definiti nel 1996 e riaffermati in 2001:

- Dare priorità alla produzione, per lo sfruttamento contadino e familiare, di alimenti per i mercati interni e locali, con sistemi di produzione diversificati ed ecologici;

- Vegliare affinché gli agricoltori ricevano un prezzo giusto per la loro produzione, al fine di proteggere i mercati interni da importazioni sotto costo che costituiscono dumping;

- Garantire l'accesso alla terra, all'acqua, ai boschi, alle zone di pesca ed altre risorse a pro di una vera ridistribuzione delle risorse;

- Riconoscere e promuovere il ruolo delle donne nella produzione di alimenti e vegliare affinché abbiano un accesso equo alle risorse produttive e le possano utilizzare;

- Vegliare affinché le comunità abbiano il controllo delle risorse produttive, opponendosi all'acquisizione da parte delle imprese di terre, acqua, risorse genetiche ed altre risorse;

- Proteggere i semi, base dell'alimentazione e della vita stessa, e vegliare affinché gli agricoltori possano scambiarli ed utilizzarli liberamente, questo implica il rifiuto dei brevetti sulla vita e l'adozione di una moratoria sulle coltivazioni geneticamente modificate;

- Investire fondi pubblici per appoggiare le attività produttive di famiglie e comunità, insistendo nell'autonomizzazione, il controllo locale e la produzione di alimenti per la popolazione ed i mercati locali.

- Rafforzare la nostra posizione nell'equilibrio di potere per conseguire concretamente la Sovranità alimentare

2. La Sovranità alimentare è una proposta cittadina

La Sovranità alimentare non è una proposta di riforma settoriale destinata a beneficiare solo i produttori di alimenti, siano contadini o pescatori.

Al contrario, la Sovranità alimentare ha ripercussioni in tutti gli altri settori della società. Garantendo prezzi giusti ai contadini che permettano loro di vivere nella proprie comunità e limita l'esodo verso i centri urbani; è una proposta cittadina globale che non riuscirà ad arrivare a buon termine ed essere adottata a livello internazionale se non sarà appoggiata attivamente dai settori della popolazione che non producono direttamente i propri alimenti. Il FMSA offrirà l'opportunità di rafforzare il dialogo con i sindacati di lavoratori ed organizzazioni internazionali di consumatori per comprendere meglio tutte le ripercussioni che il riconoscimento del diritto alla Sovranità alimentare avrà sull'accesso all'alimentazione.

3. Sviluppare spazi di incontro con governi favorevoli alla Sovranità alimentare

Il Mali ha appena adottato una nuova legge di orientazione agricolo che stabilisce la Sovranità alimentare come obiettivo prioritario. Anche gli stati della CEDEAO fanno riferimento esplicito alla Sovranità alimentare ogni volta con maggiore frequenza. Altri paesi, come quelli del G33, sviluppano proposte molto simili alla Sovranità alimentare, benché usino un'altra terminologia.

Questa nuova situazione mostra che sempre meno Stati credono che le politiche neoliberali possono costituire una soluzione alla fame e la povertà che colpisce gruppi di popolazione crescenti nei propri territori e sono disposti a percorrere nuove vie. Il FMSA permetterà di riflettere sulla migliore strategia affinché gli Stati appoggino attivamente la Sovranità alimentare a livello internazionale.

4. Ottenere il riconoscimento del diritto alla Sovranità alimentare

Uno degli obiettivi del forum sarà definire una strategia mondiale e collettiva affinché si riconosca il diritto dei paesi alla Sovranità alimentare come un diritto specifico, di obbligato compimento per gli stati e garantito dall'Organizzazione delle Nazioni Unite.

Chiamata all'azione

È già tempo per la Sovranità alimentare

Partecipa alla lotta contro la dominazione corporativa del nostro cibo, pesce ed agricoltura. È già il tempo per la Sovranità alimentare, l'alternativa alle correnti politiche neoliberali dell'alimentazione, pesca e l'agricultura. Il cibo e l'agricoltura sono fondamentali per tutti i paesi, entrambi riguardano la produzione e la disponibilità di quantità sufficienti del cibo sano e salutare, e sono le basi della vita, delle la comunità, della cultura e dell’ambiente. Al contrario, le conseguenze delle dominanti politiche neoliberali sono la fame, la miseria ed il danno ambientale. Mentre le multinazionali prendono il potere, i contadini ed i pescatori sono marginalizzati, ed i consumatori ricevono molto spesso cibo malsano. La sospensione delle negoziazioni dell'OMC mette in luce la necessità per un cambio radicale delle politiche dell'alimentazione, l'agricoltura e le pesca. È già il tempo per la Sovranità alimentare.

La Sovranità alimentare è il diritto di tutti i popoli a definire le proprie politiche di alimentazione e l'agricoltura; a proteggere e regolare la produzione agricola nazionale per realizzare gli obiettivi dello sviluppo sostenibile; a determinare fino a che punto desiderano essere autosufficienti; a fermare il dumping dei prodotti nei mercati, e a dare alle comunità che si basano sulla pesca la priorità all'uso ed i diritti alle risorse acquatiche. La Sovranità alimentare promuova la formulazione delle politiche e pratiche del commercio che servono ai diritti dei popoli a produzioni sicure, salutari e sostenibili. Questo sistema è una manifestazione del commercio che supera il modello restrittivo che è dominato facilmente dalle multinazionali.

Dal Discorso all'Azione: la lotta per la Sovranità alimentare non è un discorso accademico, bensì della vita e la morte di miliardi di persone, la lotta per la democrazia, per i diritti dei consumatori e per preservare l’ambiente per le generazioni future. I contadini, i pescatori, gli allevatori, gli indigeni ed altri produttori di alimenti lottano ogni giorno per preservare la propria dignità, il proprio sostentamento e per preservare l’ambiente. Dobbiamo formare alleanze forti e sviluppare piani concreti di azione per fare avanzare la Sovranità alimentare.

Un dibattito dinamico e vivo: il concetto della Sovranità alimentare e le modalità della sua realizzazione si stanno sviluppando ed approfondendo continuamente. Nuovi temi e sfide, per le risposte alle necessità e per nuove politiche si stanno sviluppando costantemente. Molte organizzazioni, gruppi ed individui appoggiano i principi della Sovranità alimentare, ma sono ancora molti quelli che non conoscono il concetto. Dobbiamo quindi diffondere informazioni sulla Sovranità alimentare e mobilitare persone ed organizzazioni su questo tema. Mentre diventa sempre più comune il termine “Sovranità alimentare,” alcuni politici, istituzioni ed altre entità usano male questo termine. Per questo motivo, dobbiamo assicurare che non venga usurpato.

Nyéléni è un passo importante: Nyéléni 2007–Il Forum Mondiale della Sovranità alimentare. Cinquecento delegati, rappresentando contadini, pescatori, popoli indigeni, donne, lavoratori, ecologista, consumatori, ONGs, giovani e funzionari si riuniranno per fare avanzare la Sovranità alimentare ad ogni livello e in tutti i settori.

Nyeleni 2007 è solo una parte del processo di rafforzamento della lotta per la Sovranità alimentare, per sviluppare ed aggiornare tale concetto, per formare alleanze e sviluppare piani di azione per cambiare il bilancio di potere a beneficio della Sovranità alimentare a favore di tutto il mondo. Per realizzare la Sovranità alimentare è necessaria un'ampia gamma di apporto nella preparazione di Nyéléni. Molte più organizzazioni possono partecipare alla preparazione e al seguito del forum stesso. La lotta per la Sovranità alimentare è di ampio respiro in cui sono essenziali tutte le persone, organizzazioni, governi ed istituzioni che approvano al concetto.

Che cosa possono fare lei e la sua organizzazione?

Adottare il concetto della Sovranità alimentare, organizzare una discussione sul concetto della Sovranità alimentare nella sua organizzazione, comunità e regione con vari settori della società che sono coinvolti nel diritto dell'alimentazione: contadini, pescatori, ecologista, consumatori, popoli indigeni…

Sviluppare piani ed azioni per la Sovranità alimentare che riguarda:

- Lo sviluppo di nuove alleanze.

- Come combattere le multinazionali che minacciano alla Sovranità alimentare.

- Come proteggere l'accesso alle risorse naturali per le comunità.

- Come mantenere le economie locali la dove la popolazione decide cosa e come produrre il cibo.

- Come lottare contro gli attuali trattati di libero commercio regionali e le istituzioni internazionali di finanziamento e quali le alternative a questi sistemi.

- Quale struttura alternativa all'Organizzazione Mondiale del Commercio, per assicurare che il commercio internazionale non mortifichi la Sovranità alimentare.

- Quali politiche già esistenti attualizzano la Sovranità alimentare

Per avere più informazione: www.nyeleni2007.org e www.nyeleni.org

Per dare il vostro contributo

mali--> mali@nyeleni2007.org

international--> contact@nyeleni2007.org

tel +33 870 467 123

Via Campesina

Via Campesina è un movimento internazionale che coordina organizzazioni contadine, piccoli e medi produttori, donne rurali, comunità indigene, gente senza terra, giovani rurali e lavoratori agricoli emigranti. Difendiamo gli interessi basilari dei nostri membri. Siamo un movimento autonomo, plurale, indipendente, senza nessuna adesione politica, economica o di un altro tipo. Le organizzazioni che compongono la Via Campesina vengono da 56 paesi dell'Asia, Africa, Europa ed il continente americano, organizzate in otto regioni: Europa, Asia dell’Est e Sudorientale, Asia del Sud, Nordamerica, Caraibi, America Centrale, Sud America ed Africa.

Come è nata via Campesina?

Nasce nell’aprile di 1992, quando vari leader contadini dell'America Centrale, del Nordamerica e dell'Europa si riunirono a Managua, Nicaragua, nel Congresso dell'Unione Nazionale di Agricoltori e Allevatori (UNAG). Nel maggio del 1993 si portò a termine la prima Conferenza di Via Campesina in Mons, belgio, dove fu costituita come una organizzazione mondiale, definendo i suoi primi modelli strategici e la propria struttura. La seconda conferenza internazionale ebbe luogo a Tlaxcala, Messico, nell’aprile del 1996, dove presenziarono 37 paesi e 69 organizzazioni per analizzare una serie di tematiche che erano di interesse centrale per i piccoli e medi produttori, fra le quali: Sovranità alimentare, riforma agraria, credito e debito esterno, tecnologia, partecipazione delle donne e sviluppo rurale.

Come lavora la via Campesina?

Via Campesina si trova attualmente in un processo di ampliamento e consolidamento, essendo per la sua stessa natura, un movimento pluralistico, democratico e multiculturale. Conta su una copertura geografica abbastanza ampia, risultato della quale, è uno dei movimenti più rappresentativi per la piccola e la media agricoltura nel il mondo. Il lavoro tanto complesso che Via Campesina svolge è un sforzo enorme per riuscire nell'articolazione, la comunicazione e il coordinamento tra le regioni, come pure tra le organizzazioni membre di ogni regione ed il movimento nella sua globalità. Via Campesina lavora per la difesa degli interessi professionali, includendo la dimensioni politica, economica e tecnologica come i temi di genere.

Quali sono le sue priorità?

L'obiettivo principale di Via Campesina è sviluppare la solidarietà e l'unità dentro la diversità tra le organizzazioni, per promuovere le relazioni economiche di uguaglianza e di giustizia sociale, la preservazione della terra, la Sovranità alimentare, la produzione agricola sostenibile ed un'uguaglianza basata nella produzione di piccola e mediana scala. Per riuscire in questi obiettivi, Via Campesina ha definito una serie di strategie tra le quali citiamo:

- L'articolazione ed il rinvigorimento delle sue organizzazioni.

- Avere un'influenza nei centri del potere e di assunzione delle decisioni dentro i governi e le istituzioni multilaterali per dare un altra rotta alle politiche economiche ed agricole che penalizzano la piccola e media produzione.

- Il rinvigorimento della partecipazione delle donne in materie sociali, economiche, politiche, e culturali.

- La formulazione di proposte in relazione a temi importanti come: riforma agraria, Sovranità alimentare, produzione, commercio, ricerca, risorse genetiche, biodiversità, ecosistemi e genere.

Quale è la sua struttura?

La Conferenza costituisce l'organo di decisione più alto di fronte alle proprie politiche, riunendosi ogni quattro anni in posti che ruotano tra le regioni. Gli uffici regionali sono entità dove sono possibili le relazioni ed articolazioni all’interno di ogni regione. È lì dove si realizza il lavoro centrale di Via Campesina. Il Comitato di Coordinazione Internazionale è l’entità che coordina le differenti regioni. La Segreteria Operativa Internazionale coordina ed esegue le risoluzioni delle massime istanze di Via Campesina.

La via Campesina sta lavorando per una politica di alleanze con altre forze sociali, economiche e politiche a livello internazionale per lottare congiuntamente contro il neoliberalismo e per sviluppare proposte alternative dove le grandi maggioranze costituiscano gli attori principali.

Temi principali e campagne. Come movimento contadino internazionale, la via Campesina lavora sui temi principali per i quali il contadini di tutto il mondo si battono:

  1. riforma agraria
  2. biodiversità e risorse genetiche
  3. Sovranità alimentare e commercio
  4. diritti umani
  5. agricoltura contadina sostenibile
  6. migrazione e lavoratori rurali
  7. uguaglianza di genere.

Delegato italiano per Via Campesina a Nyeleni appartenente all’Associazione Rurale Italiana – ARI - al quale potete inviare i vostri contributi:

Andrea Tronchin – andrea.tronchin@tin.it


Domande per la discussione nelle organizzazioni in preparazione del Forum mondiale sulla Sovranità Alimentare (Mali febbraio 2007)

Le domande sono state formulate in base agli obiettivi (1-2-3-4-5) individuati nei diversi incontri del Comitato di preprazione di Nyeleni.

1) Rafforzare il dialogo fra i movimenti sociali e altre organizzazioni,

Domande:

-Quali passi sono necessari per organizzare un dialogo costruttivo fra movimenti e organizzazioni sul tema della Sovranità alimentare?

-Come possiamo coinvolgere i gruppi urbani e rispondere alle domande dei poveri delle zone urbane?

-Come possiamo affrontare i conflitti di interesse fra i settori (per es. Fra contadini/e e popoli indigeni o pastori; o fra gli interessi degli abitanti delle città affinché i prezzi siano accessibili e si risponda alla necessità dei/delle produttori/trici di alimenti con prezzi giusti).

-Come è possibile cooperare maggiormente e costruire alleanze intorno ad una agenda comune?

-Quale metodologia è necessario adottare durante il Foro per garantire un dialogo costruttivo?

2) Riappropriazione collettiva della Sovranità alimentare per evitare che il concetto sia assunto da attori che sminuiscono il suo contenuto e lo utilizzano per rafforzare le politiche neoliberali.

Domande:

-Come assicurare che il principio della Sovranità alimentare sia incorporato nella formulazione di politiche locali e internazionli, evitando allo stesso tempo che sia strumentalizatto dai nostri “avversari” o sminuito, garantendo che continui ad essere un principio proposto dai movimenti sociali con contenuti definiti da questi stessi movimenti?

- Come iniziare a dar vita e realizzare la Sovranità alimentare, come possiamo iniziare a praticare la Sovranità alimentare in tutti i possibili livelli al tempo stesso che lottiamo per il suo riconoscimento ufficiale affinché la “Sovranità alimentare” abbia un significato reale?

-Quali tipi di lotta concreta sono stati sviluppati dalla vostra organizzazione durante gli ultimi 10 anni e quali sono stati i risultati?

3) Rafforzare e sviluppare il concetto di Sovranità alimentare, se necessario si devono concretizzare delle alternative

Domande:

-Pensate che i membri della vostra organizzazione coprendono esattamente il significato di Sovranità alimentare?

-Come si può fare affinché la Sovranità alimentare sia un principio che riflette gli interessi della società, delle comunità (contadine, pescatori, popoli indigeni, pastori, donne, lavoratori/trici agricoli, persone che vivono in città,...) e dei popoli in generale, e non solo gli interessi dei/delle contadini/e e i pescatori/trici artigianali?

-Come possiamo includere nel modo migliore i diritti delle comunità alle risorse naturali, il diritto a mantenere economie locali dove le persone e le comunità decidano cosa e come produrre e consumare?

-Che tipo di norme di commercio internazionale sono necessarie per garantire che il commercio internazionale non deteriori la Sovranità alimentare?

-Che alternative concrete possono essere promosse come esempi di politiche fondate sulla Sovranità alimentare?

-Como possiamo inserire nelle dinamiche locali di comunità e gruppi la questione delle reti alternative di produttori/tric-consumatori/trici affinché la Sovranità alimentare rifletta anche queste iniziative e non sia recepita come molto centralizzata nel livello statale?

4) Rafforzare il dialogo con i governi, istituzioni internazionali e parlamentari che simpatizzano con la Sovranità alimentare.

Domande:

-Con quali governi, istituzioni internazionali e parlamentari sarebbe utile stabilire un dialogo?

-Da quali governi e istituzioni possiamo sperare in un appoggio in relazione alla messa in pratica della Sovranità alimentare?

-Cosa ci aspettiamo da un dialogo di questo tipo?

-Come possiamo fare pressione in modo più efficace nei confronti di governi e istituzioni?

5) Sviluppare strategie e azioni per incidere sui rapporti di forza e ottenere l’applicazione di politiche fondate sulla Sovranità alimentare

Domande:

-Quale strategia è necessaria per incidere nel coordinamento delle forze favorevoli alla Sovra nità alimentare?

-Verso quali attori ci dovremmo concentrare (opinione pubblicza, imprese trasnazionali, istituzioni internazionali, governi o i nostri movimenti)?

-Quali tipi di azioni sono necessarie per fare fronte agli attori dominanti quali i grandi commercianti e le imprese transnazionali?

-Quale potrebbe essere una proposta concreta di azione a livello internazionale per ottenere un impulso favorevole al mutamento?

- È possibile formulare un tema per una campagna che sia chiaro e sul quale concentrarci e mobilitarci nei prossimi 5-10 anni?

martedì, novembre 21, 2006

Portualità come motore di sviluppo

PROVINCIA DI CAGLIARI
PROVINCIA DE CASTEDDU
Presidenza



COMUNICATO STAMPA

Portualità come motore di sviluppo
dell’economia del Meridione



Nasce nel mediterraneo il primo Sistema integrato della portualità e l’artefice è la Provincia di Cagliari. Con il coordinamento del presidente nazionale dell’Unione Province Italiane (UPI), Fabio Melilli, le amministrazioni provinciali di Taranto e Reggio Calabria hanno accolto favorevolmente la proposta di creare un Sistema integrato della portualità avanzata dall’amministrazione provinciale guidata da Graziano Milia. L’incontro, tenutosi a Roma presso la sede dell’UPI, ha evidenziato il comune interesse delle tre amministrazioni provinciali per la promozione, l’integrazione e lo sviluppo comune degli Hub containers di Cagliari, Taranto e Gioia Tauro. L’obiettivo è creare una piattaforma mediterranea integrata di interesse comunitario, che abbia le potenzialità per candidarsi ad intercettare la grande parte dei traffici commerciali marittimi del Mediterraneo (24 porti), quelli da e per l’oriente (Cina, Giappone, Corea, Costa del Pacifico degli USA), ma anche verso l’economie emergenti dell’Africa.

L’accordo prevede lo studio e la realizzazione di un progetto operativo legato alla portualità e a tutte le relative attività indotte e dei servizi (logistica, cantieristica, catering, manutenzione, stoccaggio, etc), verso un sistema integrato che consenta di connettere le diverse strutture e soggetti che operano nel transhipment, in modo da ottimizzare anche le soluzioni di continuità tra la rete stradale e ferroviaria e l’offerta di trasporto via mare, assai più economica (il rapporto di costo strada/mare è infatti di 4 ad 1), meno inquinante e produttiva.

Questo progetto dovrà vedere la luce entro sei mesi, per essere poi sottoposto al Governo nazionale e all’Unione europea. Tra gli altri obiettivi che si ripropone di raggiungere l’accordo c’è anche quello della condivisione delle competenze, conoscenze e risorse umane tra i diversi soggetti che operano nei tre Hub terminal di Cagliari, Taranto e Gioia Tauro, promuovendo e sviluppando così le potenzialità economiche locali e integrando le stesse con le politiche di sviluppo del meridione prefigurate dal Governo nazionale.

Un accordo di cui sicuramente si parlerà a Cagliari (Hotel Mediterraneo) il prossimo 23 novembre, in un convegno nazionale organizzato dai Democratici di sinistra, dal titolo “L'Italia porta d'Oriente: la portualità nell'era della globalizzazione". I lavori saranno aperti alle 9.30 dal presidente della Provincia di Cagliari, Graziano Milia. Sono previsti interventi di Antonello Cabras, Giulio Calvisi, Michele Meta (Presidente commissione Trasporti della Camera), Enzo Amendola, segretario nazionale Ds, responsabile per il Mezzogiorno), Tang Heng (Ambasciata cinese in Italia), Cecilia Battistello (presidente Contship), Giuliano Gallanti (presidente Espo), Angelo Capodicasa (viceministro delle Infrastrutture), Cesare De Piccoli (viceministro dei Trasporti), Francesco Nerli (presidente di Assoporti) Fabrizio Solari (segretario nazionale della Filt-Cgil) e Roberto Rupoli (presidente Ancip). Le conclusioni del convegno saranno affidate al segretario nazionale dei Ds, Piero Fassino.



Cagliari, 20 novembre 2006


Ufficio Stampa

domenica, novembre 12, 2006

I sogni interrotti di «Sa Pibinca»

Un carinissimo articolo su Dario Silva, pubblicato su il manifesto dell'11/11/2006


I sogni interrotti di «Sa Pibinca»


Un incidente d'auto ha chiuso la carriera dell'ex attaccante del Cagliari Darìo Silva. Dal dialetto sardo alle lezioni del Trap, la rinascita allegra e testarda di un ballerino uruguagio che ha girato il mondo inseguendo il gol

Malcom Pagani

Non che una servisse più dell'altra. Erano entrambe necessarie. Darìo Silva faceva correre le gambe più veloci del pensiero. Partiva da solo, non sempre arrivava. Dall'alto di una tribuna o dal basso di una curva, era difficile non accorgersi di lui. Gol meravigliosi ed orrori sotto porta, capelli afro color platino e una totale interazione col pubblico. Il sorriso pieno di chi ha realizzato un sogno: «Mio padre faceva il giardiniere del campo da calcio della città in cui sono nato». A Trenta y Tres il tempo libero bisognava inventarselo. «Papà tagliava l'erba e io ne approfittavo per mettere in scena uno spettacolo. Non c'erano avversari, mi portavo un pallone e calciavo per ore. Per me giocare non è mai stato un lavoro. Soltanto una bellissima avventura, come la vita stessa. Non ho mai pensato che avrei dovuto guadagnare soldi per trovare il mio posto nel mondo e guardavo allo sport come puro divertimento. Anche dopo una sconfitta la rabbia durava lo spazio di un secondo. Possedevo un'allegria diversa dai miei compagni, gliele leggevo in faccia le preoccupazioni. Non le ho mai capite».
Darìo adesso è fermo. La luce si è spenta quando la sua Jeep ha abbattuto un palo dell'energia elettrica sul lungomare di Montevideo. Era l'alba del 24 settembre. A Elbio Pappa e Dardo Pereira, i due calciatori che erano con lui, è toccata qualche escoriazione, a Silva l'amputazione della gamba destra. Troppo profonde le ferite e alto il rischio di cancrena, per ipotizzare una soluzione diversa. «Sto abbastanza bene, se si può essere così ottimisti da dire una cosa del genere, dopo tutto quello che mi è successo. Almeno, tornare a casa mi ha tranquillizzato. Mi hanno curato benissimo ma desideravo lasciare l'ospedale a tutti i costi per tornare dalla mia famiglia. Ora posso continuare le cure da qui». L'impatto con la realtà è stato come essere colpito una seconda volta. «Quando mi sono svegliato non ho capito subito dove fossi capitato. Ho chiesto cos'era successo e poi, abbassando lo sguardo, ho visto che mi mancava una gamba. Mi sono arrabbiato. Ho pianto molto, in verità. C'era mia sorella che tentava di spiegarmi l'accaduto ma non volevo ascoltare nessuno. Poi sono spuntati i dottori. Hanno continuato a raccontare e allora ho compreso che avevo sfiorato la morte da vicino. Ho pianto di nuovo, ero commosso di essere ancora vivo. Comprendere che l'unica cosa che contava era esserci, parlare, pensare come prima, mi ha consolato». Ha reagito Darìo, con ironia. Sollevando l'animo dei giornalisti intimiditi che lo aspettavano numerosi sulla porta dell'ospedale: «Non mi hanno tagliato la lingua, posso ancora parlare» e quello dei tifosi che si aspettavano di vederlo indossare la maglia del Penarol, col quale Silva, di ritorno dal Portsmouth, aveva intavolato un'avviatissima trattativa. «Non vi siete persi nulla, ero a fine carriera». Se il cielo non fosse crollato, Darìo sarebbe uscito di strada in un'altra maniera, con una recita d'addio piena di bandiere azzurre, quelle col sole d'Uruguay, che sventolano convinte quando a salutare è un attore così generoso. «Pensa che la sera dell'incidente, non volevo neanche uscire di casa. Speravo che col calcio finisse diversamente. Avrei voluto lasciare un sorriso, dire: sono stanco, non voglio giocare più, ho fatto tutto ciò che dovevo fare. E' finita, basta». Silenzio. «E' andata male ma non fa niente. Gli avvenimenti non puoi prevederli, si presentano da soli, senza avvertire». Nei giorni dolorosi d'inizio ottobre l'ha chiamato mezzo mondo. Maradona compreso. Darìo credeva fosse un imitatore, era Diego invece. Uno che sa riconoscere le cadute. «Non ho potuto rispondere a tutti ma lo farò presto. Ricevere tanto affetto per me è stato importante, mi ha dimostrato che avevo lasciato un ricordo significativo come persona. La cosa a cui tengo di più. La vicinanza e il calore della gente è arrivata al momento giusto. Mi ha dato forza e mi ha stupito, non pensavo che mi volessero così bene, soprattutto in Italia».
Una delle mille patrie di Silva, adottato da Cagliari per tre anni. Dal '95 al '98 segnò molti gol e incontrò amicizie sopravvissute al suo girovagare. «Sono anni che non ci metto piede ma con i sardi ho coltivato nel tempo un bellissimo rapporto». Sa Pibinca lo chiamavano, intraducibile soprannome legato alle sue strane movenze. Lui rideva senza prendersela e si faceva stampare magliette col nomignolo in evidenza, dall'eterno magazziniere comunista, Mario Manca, uno che ordinò per mezzo secolo gli scarpini di generazioni inconciliabili, da Riva a Zola. «Sarà impossibile dimenticarsi di Trapattoni, anche tra cent'anni. Mi ha insegnato il calcio italiano trattandomi come un figlio. Quando finiva l'allenamento mi obbligava a stare con lui per un'ora supplementare di palleggi, giri di campo e tiri in porta. Mi faceva fare di tutto. Al secondo mese di trattamento trapattoniano ero stremato. Un giorno, a fine seduta, mi nascondo dietro i miei compagni e vado dritto negli spogliatoi. Ce l'avevo quasi fatta, mi stavo per vestire». Non dire gatto se non ce l'hai nel sacco. «A un certo punto sento la sua voce: 'Darìo?'. Gli altri erano sotto la doccia. 'Dove vai?'. 'Stavo andando a casa mister'. 'Rimettiti le scarpe, dai'. 'Per favore mister'». 60 giorni così. «Lo faceva per il mio bene. Una persona fantastica». Come l'altro finto burbero incontrato ad Assemini. «Mazzone era sublime. Aveva un'umanità speciale che non si è inquinata col passare degli anni. Nei giorni successivi al mio dramma mi ha cercato spesso, lasciandomi numerosi messaggi in segreteria. Ancora non l'ho richiamato. Lo farò presto, tra un mese e mezzo mi mandano le gambe di legno - trova la forza di sorridere - e allora potrò muovermi e andarlo a trovare». A Cagliari Silva imparò l'italiano e il sardo, àncora ineludibile, al momento di gridare in faccia agli arbitri il disappunto di un momento: «Quando non volevo farmi capire, soprattutto in Spagna e in Inghilterra, ricorrevo al dialetto. Erano parolacce, non frasi dolci. Io utilizzavo l'espediente certo che non mi scoprissero, però sapevo bene cosa gli stavo dicendo». A 34 anni, con le illusioni messe sotto il cuscino e un nuovo mestiere per incanalare le sensazioni, dovrà moderare il linguaggio. «Sono diventato giornalista sportivo». Adesso è lui a giudicare gli altri. «Ho avuto il battesimo lunedì scorso. Mi ha convinto uno dei miei amici più cari, Pato Aguilera. Mi ha rotto le scatole per giorni e giorni: 'Perché non vieni a lavorare con me?'». Darìo ha risposto sì: «Lo faccio volentieri», con lo stesso entusiasmo naif che vent'anni prima lo aveva fatto esordire nella serie A Uruguagia. «Stare lontano dal campo durante la convalescenza, mi sembra difficile quasi quanto mi appariva a 5 anni, quando pur non rientrando nel limite d'età per la mia categoria, mi impuntai facendo fare ai miei dirigenti carte false pur di giocare. Sono sempre sembrato più maturo di quanto non fossi».
Arrivò al Defensor, all'Under 20, e poi aeroplano dopo aeroplano, in Spagna, Inghilterra e Corea, per lo sfortunato mondiale 2002. «Ho visto palloni e culture lontane fra loro. Paesi diversi. L'Italia mi piaceva perché per fare bene, dovevi essere davvero bravo. C'erano pochi spazi, dovevi inventare effetti speciali per farcela. In Inghilterra, dove mi sono trovato comunque a mio agio con le persone, dominava la palla lunga: una tattica poco spettacolare, incentrata sulla forza fisica, che mi penalizzava». E in Spagna? «Bè, in Spagna c'è un culto della fantasia quasi eversivo, senza pari in nessun luogo del mondo». A Barcellona, Malaga e Siviglia, Darìo ha lasciato rimpianti e record, segnando il gol tuttora più veloce della storia della Liga, dopo appena 7 secondi. Arando il verde con la sfera incollata ai piedi. Tra i tanti che avrebbero voluto vedere ancora i suoi passi di danza, c'è suo figlio, Darìo Junior. «All'incidente non penso e non voglio pensare più, c'è una nuova vita e sono chiamato a ricominciare da zero. L'unico cruccio che mi fa veramente soffrire, è che il mio bambino avrebbe voluto partecipare con gli occhi, al mio ritorno in un campo d'Uruguay. Gliel'avevo promesso, non posso accontentarlo purtroppo. Così lo tengo buono con tutti i vhs che ho gelosamente conservato. Metto la cassetta e seguo la sua gioia». Una teoria di gol senza commento, con i cori dedicati a suo padre. «I miei figli hanno nove e tre anni, non mi hanno chiesto nulla e niente gli ho spiegato. Forse la bambina, che è più grande, qualcosa ha intuito ma il piccolo ride, inconsapevole. Urla in continuazione: 'Vieni a prendermi?. Io non posso andare». Poi, come all'epoca giusta, Darìo trova tra le marcature sentimentali, la deviazione vincente : «Sorrido anch'io e gli rispondo: 'Guarda che in un paio di mesi non mi scappi più, questo è sicuro'. Quando sarà il momento gli parlerò e vedremo cosa accadrà».
Darìo ci rifletterà attentamente. Al nuovo anno, il ballerino che aspetta su una gamba, non chiede la carità di un'altra rumba. «Mi aspetto un 2007 completamente diverso dagli ultimi dodici mesi. Ho perso mio padre poco tempo fa e poi il destino mi ha riservato questo scherzo tremendo. Ho bisogno di dimenticarlo per sempre, il 2006. A capodanno cenerò a casa mia, senza andare a trovare nessuno. Non ho un motivo serio per brindare. Voglio solamente stare da solo e pensare». Per dire quant'è grande la questione, se a un passo dall'inferno non c'è un dio che ti tenda la mano.

La bassa produttività e la pericolosa cura Wolf

Da il manifesto dell'11/11/2006

l'opinione
La bassa produttività e la pericolosa cura Wolf
Riccardo Bellofiore * e Francesco Garibaldo**

Nel dibattito sulla situazione economica italiana Michele Salvati (Corriere della Sera, 25 settembre) ha formulato un'obiezione, seria, alle posizioni della sinistra radicale, cui si deve dare risposta. Né la finanza pubblica né il Patto di stabilità sono il vero problema, lo sono la competitività che si deteriora e la produttività decrescente. La contrazione fiscale non ci è perciò imposta dall'esterno. Va assunta di buon grado per imporre, non il risanamento finanziario in sé e per sé, ma la bonifica della struttura economica reale del paese e uno snellimento del settore pubblico in nome dell'efficienza. Da questo punto di vista, limitarsi a richiedere una Finanziaria meno restrittiva e lasciare nel vago in cosa consisterebbero una diversa politica industriale e una diversa politica di sviluppo renderebbe poco credibile la sinistra radicale. Un mese dopo Martin Wolf sul Financial Times (25 ottobre) formula una diagnosi complementare, in larga misura condivisibile. Non è il costo del lavoro il problema, ma appunto la bassa produttività. La più bassa inflazione consente alla Germania una deflazione competitiva che perpetua il modello neomercantilista che ci vede perdenti. In termini reali le esportazioni italiane di beni e servizi ristagnano dal 2000, e il disavanzo con l'estero si incancrenisce. La bassa capacità di esportazione si accompagna a un livello ridotto di partecipazione al mercato del lavoro, come a un profilo di specializzazione internazionale dell'Italia medio-basso in termini di tecnologia, vulnerabile alla concorrenza dei paesi asiatici. Wolf segnala pure da tempo il rischio a medio termine di un aumento dei tassi di interesse a lunga per le possibili tensioni future, soprattutto tra Usa e Cina, sul finanziamento del doppio disavanzo americano. I tassi europei, e con loro lo spread tra quelli italiani e altri paesi europei, salirebbero: qualcosa che impone cautela sui conti pubblici.
La cura di Wolf è singolare ma intelligente, al di là delle apparenze. Non solo tagli di spesa, ma spingere a lavorare di più gli italiani ovunque, aumentando così il Pil; licenziamenti e innovazioni di prodotto per alzare la produttività nei settori per l'esportazione. Wolf non trascura il problema della domanda effettiva. La risposta è omogenea al modello anglosassone cui si sta adeguando, a suo modo, l'Europa continentale: spingere le famiglie a indebitarsi in modo comparabile con i paesi europei e il resto del mondo - dal 1995 a oggi le famiglie italiane hanno già quasi raddoppiato il loro indebitamento. La logica è trasparente. Mantenere il lavoratore «spaventato», comprimendo il salario e frammentando il lavoro. Tramite il continuo allarmismo sulle pensioni (il risparmiatore «terrorizzato») risucchiare nei fondi pensione il Tfr, e costringere a un maggiore e più lungo tempo di lavoro sociale. Sostenere infine la realizzazione monetaria del profitto dal lato del consumatore «indebitato», che il lavoro deve accettarlo così com'è. Sono argomenti seri e processi pericolosi, del tutto in linea con la via «alta» alla produttività del «nuovo» capitalismo e la sua politica monetaria di complemento, ammorbiditi magari con sussidi al reddito. Vorremmo suggerire un inizio di risposta che non si fermi al pur necessario contro-argomento macroeconomico, ma consideri anche le dinamiche strutturali, e dia qualche esempio di politica industriale come parte di una risposta alternativa di politica economica.
Siamo in presenza di una inaudita centralizzazione del capitale, mediata da una finanziarizzazione esasperata. Non vi si accompagna una crescente concentrazione in unità produttive più grandi di masse di lavoratori omogenei: semmai una riduzione dell'unità tecnica di produzione e una destrutturazione del lavoro. L'accresciuta concorrenza «globale» innesca ovunque una trasformazione generale. Anche l'Italia vive una situazione di crisi, ristrutturazione e riposizionamento dell'industria italiana, con perdenti e vincenti: ma anche i vincenti sono in posizione subordinata nella filiera produttiva integrata. L'azienda «focale» della filiera concentra l'essenziale del know-how e del controllo strategico del processo, e scarica gli oneri delle restanti parti del processo produttivo su altre aziende. Il mercato del lavoro si segmenta di conseguenza quanto a tutele, salari, formazione, e così via. A un certo punto scatta una soluzione di continuità tra insider e outsider, in una generale incertezza che colpisce tutti. Per questo anche, in Europa, il contratto nazionale è sotto attacco. Processi analoghi investono tutte le attività economiche e il settore pubblico.
Se la precarizzazione del lavoro non è medicina universale, anzi le imprese più significative vi fanno modesto ricorso, è però componente importante di tutti i cicli produttivi. Dal punto di vista macrosociale, avanzamento tecnologico e precarizzazione del lavoro (nativo e migrante) sono facce della stessa medaglia.
All'Italia, in particolare, manca un centro strategico e egemonico. In nessun settore, vecchio o nuovo, ha una leadership europea. Non solo per il prevalere di aziende piccole e piccolissime, ma anche per l'assenza di grandi aziende nazionali fortemente internazionalizzate. La grande industria, le concentrazioni bancarie, le strutture chiave della distribuzione commerciale, alcune grandi aziende fornitrici di servizi di pubblica utilità vengono ridimensionate e acquisite da grandi gruppi globali. La parte più avanzata del Nord e del Centro sta diventando risorsa manifatturiera specializzata di servizio per grandi imprese tedesche e francesi. Ovunque gli interessi si sfarinano e le coalizioni sociali si frammentano, con derive regressive.
Una via di uscita passa per una nuova politica industriale, che riequilibri le esportazioni di prodotti tradizionali, e dia vita a un'innovazione profonda della gamma di prodotti. Ma, contro Wolf e Salvati, ciò richiede: 1. un grande impegno finanziario di chi solo lo può garantire come stabile e credibile, lo Stato; 2. un impulso massiccio, deciso e concentrato nel tempo, come richiede ogni intervento che voglia cambiare una traiettoria iscritta nel passato; 3. l'accortezza di sfruttare ora quella finestra di stabilità dei tassi di interesse che non è garantita a medio termine, per l'incerto quadro globale; 4. di individuare le grandi domande inevase della società italiana e europea, qualcosa che solo la politica e la società possono individuare con un'ottica di lungo termine; 5. di definire risposte adeguate che il mercato da solo non è in grado di vedere, per la sua costitutiva miopia; 6. di partire dai punti dove massima e virtuosa può essere l'interconnessione tra questioni economiche, ecologiche, sociali.
Ci limiteremo a un cenno solo sulla questione emblematica della mobilità sostenibile: dai nuovi motori, alla gestione via Ict del traffico nei grandi centri metropolitani, sino alla costruzione di nuovi mezzi di mobilità urbana. Riorientare una parte della capacità produttiva esistente e non utilizzata verso la risoluzione di questo problema è una politica industriale che richiede forte integrazione tra politiche pubbliche nazionali e a scala europea, come anche l'iniziativa privata delle imprese. Ma ragionamenti analoghi si possono sviluppare per l'energia, per l'acqua, per l'istruzione, etc.: cioè per una serie di beni/servizi di natura pubblica o semipubblica che possono diventare il quadro di riferimento di una nuova classe di prodotti/servizi. In questa logica, il lavoro non può costitutivamente essere precario e mal pagato.
Il nostro è un suggerimento, ribadiamo, iniziale, va certamente affinato. E' però, ne siamo convinti, solo prendendo questa strada, e mettendo in campo una nuova capacità di conflitto sociale autonomo, che la sinistra radicale potrà evitare di limitarsi a mettere le note a fondo pagina di politiche social-liberiste.

* ordinario facoltà di Economia
Università degli studi di Bergamo
Riccardo Bellofiore * e Francesco Garibaldo** ** presidente della Fondazione
Istituto per il lavoro, Bologna

Pubblica incoscienza

da il manifesto dell'11/11/2006
di Marcello Cini


Pubblica incoscienza


«Nella vecchia economia la gente comprava e vendeva risorse congelate, cioè un mucchio di materiale tenuto insieme da un pochino di sapere. Nella nuova economia, compriamo e vendiamo sapere congelato, cioè un sacco di contenuto intellettuale in un involucro fisico». Così Brian Arthur, uno dei fondatori del celebre Istituto di ricerca di Santa Fé sulla complessità che caratterizza la svolta dell'economia dal XX al XXI secolo. E l'editor della rivista economica americana Fortune, Thomas Stewart spiega: «In questa nuova era, la ricchezza è il prodotto del sapere. Sapere e informazione - e non soltanto sapere scientifico, ma le notizie, i consigli, l'intrattenimento, i servizi - sono diventati le principali materie prime dell'economia e i suoi prodotti più importanti. Il sapere è quel che compriamo e vendiamo».
Chi mi conosce sa che non mi piace che la conoscenza in generale e la scienza in particolare siano diventate merci che si comprano e si vendono, e che la loro produzione sia sempre più subordinata al vincolo della produzione del maggiore e più immediato profitto possibile del capitale investito. Penso che la conoscenza e la scienza - in quanto beni che, al contrario degli oggetti materiali, non si «consumano» ma si moltiplicano tanto più quanto maggiore è il numero di coloro che possono fruirne - dovrebbero ritornare a essere beni comuni disponibili a tutti.
Ma anche se questo obiettivo può sembrare utopistico - ma forse non lo è pensando alle catastrofi che si annunciano se il mercato continua a essere l'unico riferimento - la necessità di una forte ricerca pubblica, che persegua finalità collettive dovrebbe essere un'assoluta priorità per un governo che pensa al futuro dei suoi cittadini.
Dovrebbe essere ovvio che se la conoscenza e la scienza non vengono prodotte, o se bisogna comprare a caro prezzo sul mercato quelle prodotte dalle multinazionali, il nostro paese non entra nel XXI secolo, ma retrocede al XX se non al XIX. Non è una battuta. Un piccolo esempio storico ci deve far pensare. Basta ricordare che la Cina, dove nel Medioevo erano state inventate la ghisa, la bussola, la polvere da sparo, la carta, la stampa e tante altre cose nel giro di un decennio perse per cinquecento anni la supremazia tecnologica che aveva accumulato. «Perché le sue formidabili navi - si domanda Jared Diamond nel libro Armi, acciaio e malattie - non doppiarono il Capo di Buona Speranza, prima che Vasco de Gama lo doppiasse in senso inverso? Perché non attraversarono il Pacifico arrivando in America prima di Colombo? Cosa fece perdere alla Cina la supremazia tecnologica?». La risposta è banale e dimostra quanto possano essere catastrofiche le conseguenze di perturbazioni locali imprevedibili e apparentemente irrilevanti. Fu semplicemente la vittoria nella lotta per il potere della fazione avversa a quella responsabile della marina a bloccare le spedizioni marittime, smantellare la flotta e proibire la navigazione transoceanica. Una valanga che travolse tutto.
Tagliare 300 milioni su un totale di 1.630 - questo sembra essere l'ammontare della riduzione del finanziamento pubblico per la ricerca scientifica e tecnologica prevista dalla finanziaria - non è un sacrificio paragonabile a quello che anche altri settori della spesa pubblica devono sopportare per mettere in ordine i conti pubblici. E' soltanto incoscienza.

giovedì, settembre 14, 2006

La libertà di stampa

Iniziativa a sostegno del quotidiano Il Manifesto

Intervengono:
Gabriele Polo direttore del quotidiano Il Manifesto
e i giornalisti
Giorgio Melis e Ottavio Olita
Coordina Marco Ligas

29 settembre 2006 alle ore 17,00
Sala congressi Banco di Sardegna
Cagliari viale Bonaria

martedì, settembre 05, 2006

EMERGENZA TARIFFE ELETTRICHE CICLO CLORO-SODA SYNDIAL DI ASSEMINI

PROVINCIA DI CAGLIARI
PROVINCIA DE CASTEDDU



COMUNICATO STAMPA

EMERGENZA TARIFFE ELETTRICHE CICLO

CLORO-SODA SYNDIAL DI ASSEMINI



MOBILITAZIONE STRAORDINARIA IN DIFESA DELLA

PRODUZIONE INDUSTRIALE E DEI POSTI DI LAVORO




Gli impianti industriali per la produzione cloro-soda della Syndial di Macchiareddu – gli unici in Italia ad utilizzare una tecnologia di eccellenza a basso impatto ambientale – rischiano la chiusura a seguito della procedura di infrazione avviata dall’UE, che ha ravvisato un “aiuto di Stato” nella tariffa agevolata per la “fornitura di energia elettrica alle imprese sarde ad alta intensità energetica”.



“Occorre – ha detto Milia – un immediato intervento ed una collegiale mobilitazione per scongiurare la sospensione di una produzione che riesce ad essere competitiva nel mercato grazie alle tariffe energetiche agevolate introdotte nel 2005. Vorrei infatti ricordare – ha aggiunto Milia – che il prezzo dell'energia elettrica in Sardegna è superiore alla media europea e che siffatti prezzi sono la conseguenza della forte componente del petrolio nel processo di generazione dell'energia elettrica e della mancanza di interconnessioni alle reti energetiche tra la Sardegna e la penisola. Inoltre, i generatori di energia elettrica in Sardegna non possono utilizzare il metano a ciclo combinato per produrre energia a basso costo in quanto l'isola non è collegata ad alcun gasdotto”.



A tale proposito si ricorda che proprio sulla base di queste giustificazioni, con il decreto legge 35/2005, l'Autorità per l'energia fu autorizzata dal Governo nazionale a fissare particolari condizioni tariffarie alle forniture di energia elettrica in Sardegna per le imprese appartenenti ai settori della produzione e lavorazione di alluminio, allumina, piombo, argento e zinco, estendendo tali agevolazioni (fino al dicembre 2010, data entro la quale si prevede l’attivazione del gasdotto algerino-sardo ) ad un nuovo settore (che fino ad allora non beneficiava): il ciclo cloro-soda della Syndial. In tal senso, l'Autorità per l'energia ebbe poi ad individuare quattro beneficiari: Euroallumina, ILA, Portovesme e Syndial di Macchiareddu.



Ora, a seguito di due recenti reclami formalizzati alla Commissione europea da alcune società concorrenti, lo scorso giugno è stato aperto un procedimento di infrazione che mina seriamente la sostenibilità economico-industriale degli impianti Syndial di Macchiareddu, e non solo. Infatti, la Commissione europea ritiene che la riduzione delle tariffe elettriche costituisca un aiuto improprio al funzionamento delle industrie, “che rientra tra le forme di aiuto più discorsive della concorrenza, tanto da procurare un improprio vantaggio economico”. La Commissione, pur riconoscendo che in casi eccezionali gli aiuti al funzionamento delle industrie possono essere concessi (nel caso in cui gli svantaggi strutturali della regione siano troppo elevati) dubita che i prezzi dell'energia elettrica in Sardegna possano considerarsi svantaggiosi per le industrie energivore e comunque, a detta della Commissione, “non sembrano perseguire come obiettivo lo sviluppo regionale”. Per la Commissione europea “la situazione attuale in Sardegna è non solo di sovracapacità, ma anche di eccedenza di generazione di energia elettrica”, tanto da non poter giustificare il ricorso a tariffe agevolate per la considerazione di un prezzo più alto dell’energia rispetto alla media europea.



Per definire le strategie comuni da adottare per la difesa della realtà produttiva della Syndial di Assemini, il presidente della Provincia di Cagliari, Graziano Milia, ha quindi indetto per domani, 6 settembre (Palazzo Regio di Cagliari, ore 12), un’assemblea straordinaria a cui sono stati invitati a prendere parte i sindaci di Cagliari, Assemini, Uta, Capoterra, Sarroch, Villa S.Pietro e Pula, parlamentari sardi e consiglieri regionali, il Casic e le segreterie territoriali e regionali della CGIL, CISL e UIL.





Cagliari 05.09.2006

domenica, agosto 27, 2006

PROGETTO TAPIS ROULANT

RELAZIONE SUGLI EFFETTI AMBIENTALI
Inerente il
PROGETTO DEFINITIVO DI
“REALIZZAZIONE DI UN SISTEMA COORDINATO DI PARCHEGGI DI SCAMBIO E TRASPORTO
MACCANIZZATO NEL CENTRO STORICO

Ente Proponente il progetto
COMUNE DI CAGLIARI

Ente istruttore del procedimento
REGIONE AUTONOMA DELLA SARDEGNA
Servizio SIVEA

Responsabile del Procedimento
DOTTORESSA ROSANNA CARCANGIU

Scrivente
Antonio Gregorini –Legambiente Cagliari

Toni Corona

Cagliari 22 agosto 2006



Premessa

Lo scrivente Antonio Gregorini, nato a .... il ...., ivi residente in via ...,
il giorno 21 agosto u.s. si è recato presso gli uffici dell’Assessorato
all’Ambiente della Regione Autonoma della Sardegna dove ha preso visione
della Relazione sugli Effetti Ambientali inerente il Progetto Definitivo di
“REALIZZAZIONE DI UN SISTEMA COORDINATO DI PARCHEGGI DI SCAMBIO E TRASPORTO
MACCANIZZATO NEL CENTRO STORICO, ivi depositata dal Comune Di Cagliari, ente
proponente il progetto.
Sulla base di quanto riportato sulla relazione in oggetto produce le
seguenti note affinché chiunque abilitato a esprimere parere sul progetto e
sulla REA ne tenga debito conto e sia agevolato nella formazione di un
parere quanto più obiettivo, frutto di diverse osservazioni.

Presupposti del progetto
I presupposti sono condivisibili e rientranti nei principi generali di
sviluppo sostenibile.
Il progetto è stato redatto perché:
Pag.3 “…l’ambiente, l’attività, il tipo di veicoli, le infrastrutture, la
gestione e l’organizzazione dei servizi; agiscano in modo integrato e
sinergico al miglioramento dell’ambiente urbano…”.
Pag. 17 “…l’azione del camminare sia parte integrante della tradizione
europea;…”
Pag. 18 “…Promuovere il cammino come modo di trasporto alternativo non
poteva prescindere dal considerare come basilare l’accessibilità degli spazi
pubblici urbani aperti focalizzando l’attenzione sulle categorie più deboli
(bambini, anziani, disabili,…) … l’introduzione di sistemi meccanizzati di
trasporto…concepiti per rendere ogni spazio fruibile.”
Pag. 19 “…le analisi economiche di progetto hanno opportunamente individuato
le esigenze di personale e quelle manutentive necessarie per l’ottimale
esercizio dell’opera…”
Non si capisce però come “l’azione del camminare” possa essere ritenuta
coerente con la realizzazione del progetto, dal momento che si prevede
l’inserimento di impianti meccanizzati proprio per evitare il camminare. Ad
un attenta lettura si scoprirà che è lo stesso progetto a stabilire
l’impossibilità per le categorie più deboli e disabili di poter liberamente
usufruire degli impianti di risalita meccanizzata.
Allo scrivente appare incomprensibile come si possa prevedere un complesso
sistema impiantistico di risalita, in salite di non forte pendenza
(dislivello 25 mt e pendenze del 10 – 15 %) per evitare l’azione del
camminare.
Dalle analisi economiche si evince che il ristorante sul Rivellino viene
progettato anche e soprattutto per dare giustificazione economica
all’intervento. Non si dice che negli immediati dintorni esistono già dei
locali analoghi avviati.
Si riporta come quota dei maggiori introiti quelli inerenti la tariffazione
dei parcheggi. Non si menziona però una realtà incontestabile: i parcheggi
in struttura realizzati dall’altra parte di Castello sono deficitari e
spesso semi vuoti; non risulta che gli abitanti di Castello ne abbiano
usufruito come previsto; non si dice che anche gli attuali parcheggi
esistenti nel Cammino Nuovo e in via Santa Margherita sono inutilizzati per
gran parte del giorno e della notte.
La logica economica sottostante il progetto si percepisce chiaramente priva
di buone argomentazioni di base. Il rischio è lo spreco di denaro pubblico
per la realizzazione di opere impattanti e inutili.

Strumenti di tutela locale e norme di pianificazione del territorio.
Il Piano Paesaggistico Regionale rappresenta “sempre un punto di riferimento
per l’analisi degli impatti degli interventi antropici nel contesto
ambientale e paesaggistico e per lo sviluppo sostenibile”, ci si domanda se
un intervento di questa portata non debba essere ricompreso nelle more del
PPR e sottostare quindi ai principi di salvaguardia del Paesaggio Urbano
Storico, dal momento che le mura di Santa Croce rappresentano una delle
icone della Città di Cagliari.
Ammesso e non concesso che il ristorante sia esteticamente ben inserito nel
paesaggio delle mura e delle architetture antiche, non appare comunque
rispettato il principio di preminenza del recupero degli edifici esistenti
rispetto alla affermata ma non dimostrata necessità di realizzarne di nuovi.
Nonostante lo stato di relativo abbandono del quartiere e la grande quantità
di edifici da recuperare si è preferito realizzare nuove cubature sulle mura
con un profilo avulso dal contesto e dalla memoria della Città.
Le aree soggette a trasformazione sono identificate nel Piani di Assetto
Idrogeologico come Hg3 cioè “ zona con frane quiescenti con tempi di
riattivazione pluriennali…”. Lo stesso PAI identifica possibili rischi di “
danni minori agli edifici, alle infrastrutture e al patrimonio ambientale”
per l’area adibita a parcheggio e “ possibili problemi per l’incolumità
delle persone, danni funzionali agli edifici e alle infrastrutture con
conseguente inagibilità degli stessi” per la zona della fossa di S.
Guglielmo.
La REA, giustamente , sottolinea a pag.40 che “potrebbe essere necessaria la
predisposizione di uno studio specifico di Compatibilità Geologica e
Geotecnica”..
La stessa REA evidenzia a pag. 42 che il “Piano di sistemazione degli spazi
verdi circostanti il Castello, cfr. del. 201 del 17/12/97 non prevedeva il
parcheggio, né i tapis roulant e scale mobili ne tanto meno il ristorante
sul Rivellino Piemontese, era pertanto molto più rispettoso del paesaggio.

Descrizione del progetto
Nel capitolo così intitolato, l’Ing. Frongia, redattore della REA, evidenzia
giustamente che la costruzione delle opere sarà accompagnata da lavori di
“risanamento delle antiche mura”. Descrive questi lavori come “cuci e
scuci”, inserimento o sostituzione di conci e la ripresa con malta. Non è
questo pertanto un vero consolidamento delle mura né un miglioramento della
coerenza di queste con l’ammasso roccioso retrostante. Allo scrivente questa
appare come una carenza piuttosto grave.
Negli Aspetti Economici e Gestionali viene evidenziato un deficit di
gestione nonostante la sovrabbondante stima dei ricavi ed escludendo
sopravvenienze negative e guasti straordinari.
L’Esame delle soluzioni alternative giunge frettolosamente alla conclusione
che il progetto è inserito in un quadro strategico di vecchia data e
trascura ipotesi ben più plausibili d’intervento quali, per esempio, quelle
in precedenza prospettate nel Piano di sistemazione del 1997.

Analisi dei possibili effetti ambientali dell’opera
A pag. 111 della REA si afferma:
“ Non si può disconoscere come dal processo di meccanizzazione dei percorsi
auspicato dal progetto, proprio perché inserito in un contesto di alto
valore culturale e storico, possa scaturire, in assenza di un’opportuna
ricerca di equilibrio fra conservazione e trasformazione, il rischio di
un’alterazione dei connotati paesaggistici con deterioramento dei caratteri
di riconoscibilità dei luoghi.”
Evidenzia il relatore che “anche le scale mobili previste tra la Piazzetta
Dettori e la Via Manno e in Via Santa Margherita si identificano per la
dominanza fisica degli impianti rispetto agli spazi disponibili.” Propone
egli stesso delle indicazioni per ridurre gli impatti paesaggistici ma anche
quelli sulla stabilità dei versanti. Chiede che venga prevista la crescita
di rampicanti sulle pensiline metalliche e vetrate di protezione degli
impianti…sic.
Appare più volte rimarcata, dalla stessa REA, l’incongruenza dell’opera con
le preesistenze paesaggistiche.
E’ altresì rimarcata la possibilità che i lavori di scavo per la
realizzazione del parcheggio e per l’inserimento delle scale mobili sulla
fossa di San Guglielmo possano provocare danni agli edifici civili e alle
infrastrutture esistenti e si evidenzia la necessità di “affinare le
conoscenze sullo stato delle condizioni geologiche – idrogeologiche -
geotecniche dell’area”.
Viste le premesse, ci si domanda se il danneggiamento dell’esistente è un
rischio rapportabile all’utilità delle scale mobili?
Per quanto riguarda i 25000 mc di terra provenienti dallo scavo ancora non
si è trovata una destinazione. Anche in questo caso sarebbe d’obbligo
affinare le conoscenze.
Un capitolo è dedicato infine alle strategie per l’acquisizione del
consenso. In esso è dato per scontato che l’introduzione delle innovazioni
va perseguita attraverso una politica di partecipazione e condivisione del
progetto. Allo scrivente non risulta che sul progetto ci sia mai stata una
forte adesione della cittadinanza, anzi risulta che intere parti di esso non
siano comprese e in parte vengano rigettate. Il numero di firme raccolte da
un comitato di quartiere di Castello ne è la dimostrazione. Ne consegue che
la prosecuzione dell’iter di realizzazione, in assenza di modifiche
sostanziali, condivise dagli abitanti e dal resto dei cittadini potrebbe
essere motivo di conflitto.
Tutto ciò premesso, in conclusione, con la presente si chiede alle
istituzioni competenti per il rilascio del parere in questione di:
• Decidere perché l’opera sia sottoposta a Studio di compatibilità
ambientale.
• Decidere perché sia richiesta la rinuncia a realizzare tutto il
sistema di scale mobili e tapis roulant in vista nel Cammino Nuovo,
compresi anche quelli situati nel quartiere Marina.
• Decidere perché sia approfondita e verificata la necessità di
realizzare un ristorante sul Rivellino Piemontese, che ha un’architettura
avulsa dal contesto paesaggistico.
• Decidere che venga effettuata una preliminare verifica della
possibilità di utilizzare, all’uopo, edifici preesistenti da restaurare.
• Decidere perché sia verificata la reale rispondenza del quadro
economico di gestione riportato in progetto.
• Decidere perché sia richiesto un approfondimento delle conoscenze
geologiche – geotecniche - idrogeologiche ad evitare qualsiasi possibilità
di danneggiamento di edifici e infrastrutture pubbliche e private e se del
caso decidere perchè venga richiesta la stipula di una polizza assicurativa
a garanzia della proprietà privata.
• Decidere perché venga verificata la reale condivisione del progetto
da parte dei cittadini residenti e operanti nel circondario, nonché, data
l’importanza culturale del sito, anche dei cittadini cagliaritani nel
complesso e di chiunque abbia interesse.
Firmato
Antonello Gregorini
LEGAMBIENTE CAGLIARI