CONFERENZA STAMPA – CONVOCAZIONE
AULA CONFERENZE STAMPA DEL CONSIGLIO REGIONALE
- martedì 27 GIUGNO 2006 – ORE 11 –
In concomitanza con i festeggiamenti per il 50°anniversario del
poligono del Salto di Quirra
I Seguenti Comitati e Associazioni:
o Comitato Popolare di Difesa Ambientale Sarrabus-Gerrei (CPDSARR);
o Comitato Tutela ambiente Escalaplano;
o Collettivo Barbagia Reverde, Gavoi;
o COCIS La Maddalena;
o Comitato Tonarese Contro Le Basi Militari;
o Teulada Libera;
o Gettiamo Le Basi
In Collaborazione con La Tavola Sarda Della Pace
Promuovono una Conferenza Stampa
Per presentare le firme raccolte a sostegno del testo allegato e documentare la loro consegna al Presidente Della Giunta della Regione Autonoma della Sardegna.
chiediamo
Ø la sospensione di tutte le esercitazioni in attesa di conoscere la reale situazione sanitaria nei territori sedi di base militare e in quelli vicini
chiediamo inoltre:
Ø L’analisi ambientale e la bonifica dei territori e dei fondali marini interessati dalle esercitazioni militari,
Ø Un indagine epidemiologica a lungo termine, sulle persone che per servizio, residenza o lavoro sono venuti a contatto con le attività militari o le sperimentazioni civili, nelle basi e nei poligoni militari.
Ø La dismissione, nei territori occupati dalla presenza militare in Sardegna e il contemporaneo avvio, su quei territori, di una valida alternativa economica.
Ø La Istituzione di una Commissione d’Inchiesta, da parte del Consiglio Regionale, che faccia luce sui fatti e accerti le cause.
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Tessiduras de Paghe
Presentazione del numero monografico della rivista “Quaderni Satyagraha”, dedicato alla lotta popolare e nonviolenta della Sardegna contro la presenza militare e contro le politiche di asservimento.
Intervengono:
Manlio Brigaglia, Franco Fresi
Sarà presente la curatrice della rivista:
Maria Erminia Satta
Coordina:
Rosanna Pala
Tempio Pausania, sabato 24 giugno 2006 - ore 18:30
Cotton Club, V.le Fonte Nuova
a cura di:
Libreria Max 88
Ass. Culturale "Carta Dannata" - Presidio del libro Tempio Pausania
Ass. Librai Sardi Indipendenti
Cotton Club
Tessiduras de Paghe. Tessiture di Pace
numero 9/2006 della rivista “Quaderni Satyagraha”
Centro Gandhi edizioni Pisa - Libreria editrice fiorentina
294 pagine, € 16,00 - http://pdpace.interfree.it/
A cura di:
Elisa Nivola e Maria Erminia Satta
Interventi di:
Bachisio Bandinu, Amos Cardia, Tonino Cau, Giulio Curti, Cristina di Lagopesole, Enrico Euli, frà Gerardo Fabert, Walter Falgio, Tommaso Fattori, Jean-Marie Muller, Tuomo Pekkanen, Martina Pignatti Morano, Giuseppe Pulina, Giovanni Francesco Ricci, Salvatore Sanna, Franco Uda, Anna Vacca Facchini
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Tavola Sarda della Pace
samesasardadepaxi@tiscali.it
c/o Comune di Laconi
Tel.: 0782.866221 - Fax: 0782.869579
E-mail: comunelaconi@tiscali.it
CCP 11977089
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domenica, giugno 25, 2006
mercoledì, giugno 14, 2006
Ventennale della tragedia di Chernobyl
COMUNICATO STAMPA
Ventennale della tragedia di Chernobyl
L’ambasciatore della Bielorussia ringrazia i sardi
ed incontra i vertici della Provincia di Cagliari
Il presidente della Provincia di Cagliari, Graziano Milia, unitamente al presidente del Consiglio provinciale, Roberto Pili, hanno incontrato quest’oggi l’ambasciatore in Italia della Bielorussia, Aleksei Skripko. La visita ufficiale del diplomatico, accompagnato dai rappresentanti dell’associazione sarda “Cittadini del mondo” (organizzazione che si occupa dell’ospitalità dei bambini bielorussi nell’ambito del Progetto Chernobyl) ha posto le basi per un progetto più complessivo di collaborazione tra la Sardegna e la Bielorussia, “che ora deve superare – ha detto Skripko – la fase dell’aiuto umanitario per andare verso un più stretto regime di cooperazione e sviluppo tra le nostre due popolazioni”.
Dopo aver ribadito l’importante ruolo “di cerniera della Bielorussia, tra l’Unione europea e la Russia”, l’ambasciatore Skripko ha posto l’accento sull’interesse “a sviluppare maggiori rapporti di collaborazione con la Provincia di Cagliari, che non devono però essere solo limitati a scambi turistici o culturali, ma che devono guardare anche alla possibile creazione di joint-venture in attività produttive”.
L’ambasciatore ha ricordato che la Bielorussia è il primo produttore al mondo di fertilizzanti, il terzo per il lino ed uno dei primi per la produzione mineraria e quella industriale di mezzi meccanici per l’agricoltura e l’edilizia, nonché uno dei paesi che si affacciano in Europa con il minor costo del lavoro e dell’energia, dove le imprese che vogliono esportare in Russia non pagano alcun dazio.
Il diplomatico bielorusso, nel ventennale della tragedia di Chernobyl, ha voluto poi manifestare un particolare e accalorato ringraziamento all’intera comunità sarda e all’associazione “Cittadini nel mondo” (“la più brava in Italia, perché intorno all’accoglienza in Sardegna dei bambini bielorussi reduci da Chernobyl ha saputo costruire un progetto e modello di solidarietà e di prevenzione sanitaria impareggiabili”) che ogni anno si fanno carico di accogliere nelle loro case 550 bambini bielorussi, al fine di ridurre la concentrazione di Cesio nel loro sangue.
La vicenda della piccola Victoria, la bambina bielorussa attualmente ricoverata all'ospedale Marino di Cagliari per una lesione al midollo spinale (a seguito dell’incidente stradale avvenuto nel 2005, durante il suo ritorno a Minsk e in cui ha perso la vita il padre) è stata richiamata con commozione dal diplomatico, che ha ringraziato la Provincia di Cagliari e l’Azienda USL per aver deciso di sostenere i costi sanitari della sua riabilitazione.
Il presidente dell’associazione “Cittadini nel mondo”, Giuseppe Carboni, ha ricordato come “il prossimo 21 giungo arriveranno in Sardegna altri 350 bambini bielorussi, che trascorreranno 1 o 2 mesi presso le famiglie sarde che hanno deciso di aprire le loro case a queste piccole vittime inconsapevoli del disastro di Chernobyl”. Allo stesso tempo ha dato notizia delle attività svolte e risultati conseguiti in Bielorussia dall’Ente di Formazione Sardegna Global, “unico soggetto italiano di formazione professionale attualmente riconosciuto dal Ministero dell’istruzione bielorusso. I corsi attivati in campo edilizio hanno visto nel biennio 2005-2006 il rilascio degli attestati di qualifica professionale a ben 403 giovani, con un inserimento lavorativo del 98%”.
Il presidente della Provincia, Graziano Milia, si è detto molto onorato dagli attestati di stima e riconoscenza del diplomatico bielorusso ed ha garantito per il futuro la partecipazione dell’Ente in diversi progetti di cooperazione, solidarietà ed aiuto umanitario che muovono oggi i primi passi. “In tal senso – ha detto Milia – stiamo mettendo a punto alcune iniziative di internalizzazione del mondo delle nostre imprese e fra non molto verremo a farvi visita per stipulare con il governo e le imprese bielorusse accordi di reciproco scambio culturale, ma, soprattutto, d’investimento industriale e commerciale. “Sarebbe bello – ha concluso Milia – se si riuscisse inoltre a promuovere e sostenere a Cagliari un arricchimento e formazione professionale in campo sanitario dei vostri operatori, vista la riconosciuta esperienza dell’unità spinale del nostro ospedale Marino”.
Cagliari 14.06.2006
Ufficio Stampa
a.stampa@provincia.cagliari.it
Ventennale della tragedia di Chernobyl
L’ambasciatore della Bielorussia ringrazia i sardi
ed incontra i vertici della Provincia di Cagliari
Il presidente della Provincia di Cagliari, Graziano Milia, unitamente al presidente del Consiglio provinciale, Roberto Pili, hanno incontrato quest’oggi l’ambasciatore in Italia della Bielorussia, Aleksei Skripko. La visita ufficiale del diplomatico, accompagnato dai rappresentanti dell’associazione sarda “Cittadini del mondo” (organizzazione che si occupa dell’ospitalità dei bambini bielorussi nell’ambito del Progetto Chernobyl) ha posto le basi per un progetto più complessivo di collaborazione tra la Sardegna e la Bielorussia, “che ora deve superare – ha detto Skripko – la fase dell’aiuto umanitario per andare verso un più stretto regime di cooperazione e sviluppo tra le nostre due popolazioni”.
Dopo aver ribadito l’importante ruolo “di cerniera della Bielorussia, tra l’Unione europea e la Russia”, l’ambasciatore Skripko ha posto l’accento sull’interesse “a sviluppare maggiori rapporti di collaborazione con la Provincia di Cagliari, che non devono però essere solo limitati a scambi turistici o culturali, ma che devono guardare anche alla possibile creazione di joint-venture in attività produttive”.
L’ambasciatore ha ricordato che la Bielorussia è il primo produttore al mondo di fertilizzanti, il terzo per il lino ed uno dei primi per la produzione mineraria e quella industriale di mezzi meccanici per l’agricoltura e l’edilizia, nonché uno dei paesi che si affacciano in Europa con il minor costo del lavoro e dell’energia, dove le imprese che vogliono esportare in Russia non pagano alcun dazio.
Il diplomatico bielorusso, nel ventennale della tragedia di Chernobyl, ha voluto poi manifestare un particolare e accalorato ringraziamento all’intera comunità sarda e all’associazione “Cittadini nel mondo” (“la più brava in Italia, perché intorno all’accoglienza in Sardegna dei bambini bielorussi reduci da Chernobyl ha saputo costruire un progetto e modello di solidarietà e di prevenzione sanitaria impareggiabili”) che ogni anno si fanno carico di accogliere nelle loro case 550 bambini bielorussi, al fine di ridurre la concentrazione di Cesio nel loro sangue.
La vicenda della piccola Victoria, la bambina bielorussa attualmente ricoverata all'ospedale Marino di Cagliari per una lesione al midollo spinale (a seguito dell’incidente stradale avvenuto nel 2005, durante il suo ritorno a Minsk e in cui ha perso la vita il padre) è stata richiamata con commozione dal diplomatico, che ha ringraziato la Provincia di Cagliari e l’Azienda USL per aver deciso di sostenere i costi sanitari della sua riabilitazione.
Il presidente dell’associazione “Cittadini nel mondo”, Giuseppe Carboni, ha ricordato come “il prossimo 21 giungo arriveranno in Sardegna altri 350 bambini bielorussi, che trascorreranno 1 o 2 mesi presso le famiglie sarde che hanno deciso di aprire le loro case a queste piccole vittime inconsapevoli del disastro di Chernobyl”. Allo stesso tempo ha dato notizia delle attività svolte e risultati conseguiti in Bielorussia dall’Ente di Formazione Sardegna Global, “unico soggetto italiano di formazione professionale attualmente riconosciuto dal Ministero dell’istruzione bielorusso. I corsi attivati in campo edilizio hanno visto nel biennio 2005-2006 il rilascio degli attestati di qualifica professionale a ben 403 giovani, con un inserimento lavorativo del 98%”.
Il presidente della Provincia, Graziano Milia, si è detto molto onorato dagli attestati di stima e riconoscenza del diplomatico bielorusso ed ha garantito per il futuro la partecipazione dell’Ente in diversi progetti di cooperazione, solidarietà ed aiuto umanitario che muovono oggi i primi passi. “In tal senso – ha detto Milia – stiamo mettendo a punto alcune iniziative di internalizzazione del mondo delle nostre imprese e fra non molto verremo a farvi visita per stipulare con il governo e le imprese bielorusse accordi di reciproco scambio culturale, ma, soprattutto, d’investimento industriale e commerciale. “Sarebbe bello – ha concluso Milia – se si riuscisse inoltre a promuovere e sostenere a Cagliari un arricchimento e formazione professionale in campo sanitario dei vostri operatori, vista la riconosciuta esperienza dell’unità spinale del nostro ospedale Marino”.
Cagliari 14.06.2006
Ufficio Stampa
a.stampa@provincia.cagliari.it
lunedì, giugno 12, 2006
AFGHANISTAN: GRUPPO PRC SENATO ADERISCE A APPELLO PER RITIRO
(AGI) - Roma, 16 mag. - Il gruppo al Senato di Rifondazione Comunista
aderisce in blocco all'appello lanciato da don Luigi Ciotti, Tonio
Dell'Olio, Gino Strada, Alex Zanotelli per il ritiro delle truppe
italiane dall'Iraq e dall'Afghanistan e per l'interruzione di ogni
missione italiana in teatri di guerra. "La nostra adesione e' collettiva
per sottolineare la completa condivisione della necessità di una svolta
nella politica estera del paese - dichiara Giovanni Russo Spena,
presidente del gruppo di Prc -, perché l'art.11 della Costituzione deve
diventare concreta realta'.
L'intero sistema di intervento - come dice l'appello - va ripensato a
partire dalla necessità che si basi su vere missioni di pace, senza
armi, che tendano alla ricostruzione e alla cooperazione con altri
popoli. Intanto e' essenziale ritirare le truppe per salvare delle vite
umane ed anche perché, come affermava Gandhi e come l'appello ricorda,
non c'e' una strada che porta alla pace, la pace e' la strada". (AGI)
Cav 161511 MAG 06
______________________________________-
PER ADERIRE AL SEGUENTE APPELLO INVIARE UNA MAIL A:
parlamentodipace@gmail.com
APPELLO AL NUOVO PARLAMENTO
Onorevoli deputate e deputati, Onorevoli senatrici e senatori,
questo appello, scritto nell'ora tragica in cui le vittime di guerra
italiane dei due teatri di guerra Iraq e Afghanistan, tornano in Italia
per ricevere i funerali di Stato, cade anche nel momento in cui il nuovo
Parlamento della Repubblica inizia i suoi lavori. Vorremmo che fosse un
nuovo inizio o meglio una svolta. Una decisa svolta in politica estera
con scelte coraggiose per una vera politica di disarmo, per attuare con
scelte concrete l'art.11 della nostra Costituzione.
Poiché, secondo l'art. 11, non è possibile usare la guerra come mezzo
per risolvere le crisi internazionali, la prima scelta che si impone,
che chiediamo al nuovo Parlamento, è quella di interrompere le missioni
militari in teatri di guerra e ritirare le truppe italiane dall'Iraq e
dall'Afghanistan. L'unica verità della guerra sono le sue vittime.
Purtroppo in tanti ci accorgiamo di questa verità solo quando le vittime
sono i soldati italiani e fatichiamo a realizzare questa stessa verità
quando le vittime non le vediamo, sono "altre", anche se abbiamo saputo
in modo indiretto che migliaia di persone sono state trucidate a
Falluja, a Ramadi, torturate ad Abu Graib, bombardate nei villaggi
afgani o saltate in aria e mutilate dalle clusters bombs sia in
Afghanistan che in Iraq.
Ma se è vero che l'unica verità della guerra sono le sue vittime, se è
vero che in nome di questa verità migliaia di persone sono scese in
piazza con la bandiera arcobaleno nel nostro paese, reclamando una
politica di pace, allora Vi chiediamo, facendo appello alla libertà di
coscienza, ed al rispetto dell'art. 11 della nostra Costituzione, di
porre fine alla presenza militare italiana in Iraq e in Afghanistan,
decidendo di non rifinanziare queste missioni di guerra. Le missioni di
pace devono tendere alla pacificazione e alla ricostruzione, pertanto
dovrebbero essere senza armi, a nostro parere, senza eserciti, fondate
sulla cooperazione con gli altri popoli, sulla diplomazia, sul dialogo e
la solidarietà. L'intero sistema di intervento va ripensato all'insegna
di una nuova politica estera. Ma per l'immediato, per salvare vite
umane, per interrompere la spirale di morte, per operare una pressione
internazionale che provochi la fine delle occupazioni militari,
chiediamo che il Parlamento italiano dia un segnale forte di
discontinuità, immediatamente e senza ambiguità.
Il nostro saluto sia con le parole di Gandhi:
"Non c'è una strada che porta alla pace, la pace è la strada"
PRIMI FIRMATARI :
Luigi Ciotti, Tonio Dell'Olio, Gino Strada, Alex Zanotelli
I primi firmatari di questo appello sollecitano l'adesione di tutte le
persone e le associazioni che si sentono impegnate per la pace e la
difesa dell'art.11 della Costituzione per rendere visibile l'ampia unità
del popolo della pace.
PER ADERIRE MANDARE UNA MAIL A QUESTO INDIRIZZO:
parlamentodipace@gmail.com
aderisce in blocco all'appello lanciato da don Luigi Ciotti, Tonio
Dell'Olio, Gino Strada, Alex Zanotelli per il ritiro delle truppe
italiane dall'Iraq e dall'Afghanistan e per l'interruzione di ogni
missione italiana in teatri di guerra. "La nostra adesione e' collettiva
per sottolineare la completa condivisione della necessità di una svolta
nella politica estera del paese - dichiara Giovanni Russo Spena,
presidente del gruppo di Prc -, perché l'art.11 della Costituzione deve
diventare concreta realta'.
L'intero sistema di intervento - come dice l'appello - va ripensato a
partire dalla necessità che si basi su vere missioni di pace, senza
armi, che tendano alla ricostruzione e alla cooperazione con altri
popoli. Intanto e' essenziale ritirare le truppe per salvare delle vite
umane ed anche perché, come affermava Gandhi e come l'appello ricorda,
non c'e' una strada che porta alla pace, la pace e' la strada". (AGI)
Cav 161511 MAG 06
______________________________________-
PER ADERIRE AL SEGUENTE APPELLO INVIARE UNA MAIL A:
parlamentodipace@gmail.com
APPELLO AL NUOVO PARLAMENTO
Onorevoli deputate e deputati, Onorevoli senatrici e senatori,
questo appello, scritto nell'ora tragica in cui le vittime di guerra
italiane dei due teatri di guerra Iraq e Afghanistan, tornano in Italia
per ricevere i funerali di Stato, cade anche nel momento in cui il nuovo
Parlamento della Repubblica inizia i suoi lavori. Vorremmo che fosse un
nuovo inizio o meglio una svolta. Una decisa svolta in politica estera
con scelte coraggiose per una vera politica di disarmo, per attuare con
scelte concrete l'art.11 della nostra Costituzione.
Poiché, secondo l'art. 11, non è possibile usare la guerra come mezzo
per risolvere le crisi internazionali, la prima scelta che si impone,
che chiediamo al nuovo Parlamento, è quella di interrompere le missioni
militari in teatri di guerra e ritirare le truppe italiane dall'Iraq e
dall'Afghanistan. L'unica verità della guerra sono le sue vittime.
Purtroppo in tanti ci accorgiamo di questa verità solo quando le vittime
sono i soldati italiani e fatichiamo a realizzare questa stessa verità
quando le vittime non le vediamo, sono "altre", anche se abbiamo saputo
in modo indiretto che migliaia di persone sono state trucidate a
Falluja, a Ramadi, torturate ad Abu Graib, bombardate nei villaggi
afgani o saltate in aria e mutilate dalle clusters bombs sia in
Afghanistan che in Iraq.
Ma se è vero che l'unica verità della guerra sono le sue vittime, se è
vero che in nome di questa verità migliaia di persone sono scese in
piazza con la bandiera arcobaleno nel nostro paese, reclamando una
politica di pace, allora Vi chiediamo, facendo appello alla libertà di
coscienza, ed al rispetto dell'art. 11 della nostra Costituzione, di
porre fine alla presenza militare italiana in Iraq e in Afghanistan,
decidendo di non rifinanziare queste missioni di guerra. Le missioni di
pace devono tendere alla pacificazione e alla ricostruzione, pertanto
dovrebbero essere senza armi, a nostro parere, senza eserciti, fondate
sulla cooperazione con gli altri popoli, sulla diplomazia, sul dialogo e
la solidarietà. L'intero sistema di intervento va ripensato all'insegna
di una nuova politica estera. Ma per l'immediato, per salvare vite
umane, per interrompere la spirale di morte, per operare una pressione
internazionale che provochi la fine delle occupazioni militari,
chiediamo che il Parlamento italiano dia un segnale forte di
discontinuità, immediatamente e senza ambiguità.
Il nostro saluto sia con le parole di Gandhi:
"Non c'è una strada che porta alla pace, la pace è la strada"
PRIMI FIRMATARI :
Luigi Ciotti, Tonio Dell'Olio, Gino Strada, Alex Zanotelli
I primi firmatari di questo appello sollecitano l'adesione di tutte le
persone e le associazioni che si sentono impegnate per la pace e la
difesa dell'art.11 della Costituzione per rendere visibile l'ampia unità
del popolo della pace.
PER ADERIRE MANDARE UNA MAIL A QUESTO INDIRIZZO:
parlamentodipace@gmail.com
CAMPAGNA ANTINCENDI E VIGILI DEL FUOCO
DICHIRAZIONE ASSESSORE REGIONALE AMBIENTE
SU CAMPAGNA ANTINCENDI E VIGILI DEL FUOCO
I vigili del fuoco sono un corpo nazionale dello stato che dipende dal ministero dell’interno e devono essere congruamente finanziati con fondi nazionali. L’assessore ha già chiesto da tempo al rappresentante del governo presso la regione e recentemente al sottosegretario all’ambiente Bruno Dettori e lo ribadirà il 14 giugno al direttore generale della protezione civile Guido Bertolaso, il rafforzamento dell’organico ordinario e dei mezzi del corpo dei vigili del fuoco a partire dal loro impiego nei perimetri immediatamente circostanti le aree abitate nei quali durante le due ultime stagioni estive è stato riscontrato. Soprattutto nel nord Sardegna e nelle zone costiere un massiccio aumento degli incendi. E nel cui ambito l’intervento degli elicotteri e degli aerei della Protezione civile regionale e nazionale comporta rischi per l’incolumità dei cittadini, degli immobili nonché degli operatori.
Cagliari, 12 giugno 2006
L’addetto stampa
SU CAMPAGNA ANTINCENDI E VIGILI DEL FUOCO
I vigili del fuoco sono un corpo nazionale dello stato che dipende dal ministero dell’interno e devono essere congruamente finanziati con fondi nazionali. L’assessore ha già chiesto da tempo al rappresentante del governo presso la regione e recentemente al sottosegretario all’ambiente Bruno Dettori e lo ribadirà il 14 giugno al direttore generale della protezione civile Guido Bertolaso, il rafforzamento dell’organico ordinario e dei mezzi del corpo dei vigili del fuoco a partire dal loro impiego nei perimetri immediatamente circostanti le aree abitate nei quali durante le due ultime stagioni estive è stato riscontrato. Soprattutto nel nord Sardegna e nelle zone costiere un massiccio aumento degli incendi. E nel cui ambito l’intervento degli elicotteri e degli aerei della Protezione civile regionale e nazionale comporta rischi per l’incolumità dei cittadini, degli immobili nonché degli operatori.
Cagliari, 12 giugno 2006
L’addetto stampa
domenica, giugno 11, 2006
Sul referendum costituzionale
ISTITUTO DI STUDI COMUNISTI
Karl Marx - Friedrich ENGELS
istcom@libero.it
www.istcom.it
Lettere dell'Istituto 14
Sul Referendum Costituzionale
Premessa.
Occorre avere coscienza che la battaglia referendaria in atto
costituisce un momento acuto della lotta del popolo lavoratore tutto
nella difesa della Costituzione e dei valori della Costituzione
contro la classe della borghesia, che è ostile alla Costituzione e
che l'ha sempre avversata, come discuteremo da qui a poco.
Le modifiche non sono affatto tecniche, ma vogliono svuotare di
qualsiasi contenuto la Carta Costituzionale e mirare ad abrogarla di
fatto, riducendola ad una vuota dichiarazione, un contenitore vuoto.
La liquidazione della Costituzione, la volontà cioè di avere le mani
libere, senza vincoli e condizionamenti costituzionali, costituisce
un momento della tattica della borghesia italiana nella sua lotta
contro i lavoratori, per avere da una parte la massima libertà di
sfruttamento e rapina e per la totale sottomissione dello Stato, le
sue ricchezze, le sue funzioni, le sue strutture, alle istanze del
capitale; è parte, cioè, del più generale attacco ai lavoratori, al
mondo del lavoro ed alle sue organizzazioni.
La Carta Costituzione costituisce un grave limite a tale libertà del
capitale e della proprietà privata. Ma essa non può essere soppressa
tanto facilmente, perché radicata nella coscienza civile, storica,
politica, culturale del popolo italiano. Essa nasce dalla Resistenza
ed esprime i valori della Resistenza e la Resistenza costituisce le
radici profonde dell'unità nazionale, della coscienza civile e della
memoria storica del popolo italiano.
Occorre, allora, come vedremo, liquidare prima la Resistenza,
banalizzarla, denigrarla per poter poi, successivamente, una volta
attuata l'operazione di distruzione della memoria storica collettiva
del popolo italiano, poter passare alla liquidazione della Carta
Costituzionale che, distrutta la memoria storica, risulta adesso un
inutile orpello, senza radici né giustificazione alcuna.
Noi quindi come Istituto, come nostro contributo, abbiamo inteso
fermare questi momenti, queste coordinate entro cui si iscrive tale
battaglia, che vede la classe della borghesia in lotta contro la
Costituzione nella forma mistificata della lotta alla burocratismo,
per l'efficienza, ecc. e come strumento di tale battaglia formazioni
politiche ad essa dichiaratamente asservita e sua diretta emanazione.
La guerra alla Costituzione, infine, non è di oggi. Quello che oggi
viviamo è la fase acuta di tale guerra alla Costituzione, la fase in
cui la borghesia ritiene di poter scatenare l'offensiva per la
liquidazione reale della Costituzione ed avere, così, mani più
libere nella lotta contro il movimento dei lavoratori e le sue
organizzazioni.
Strana sorte quella toccata alla Costituzione Italiana.
Non era neppure stata approvata e già si parlava di modifiche, della
necessità di renderla adeguata ai tempi. Sorte strana ed unica in
verità, giacché un tale dibattito non ha minimamente attraversato
tutti gli altri Stati: Francia, Germania, Olanda, Belgio, Norvegia,
Finlandia, Grecia, Giappone, Stati Uniti, Gran Bretagna, ecc. ecc. .
Negli ultimi cinquant'anni non vi sono stati dibattiti di tal
genere, né modifiche a leggi elettorali o ai Parlamenti nazionali,
ecc. eppure essi in media sono più vecchie della nostra di cento-
centocinquanta anni!.
La Resistenza è la Costituzione!
La Costituzione è la Resistenza!
La Costituzione è il prodotto, il risultato della lotta di
Resistenza condotta e guidata dalla classe operaia in primo luogo,
dall'alleanza operai e contadini e popolo italiano contro il
fascismo, la monarchia, il nazismo.
La Costituzione fu imposta dai rapporti di forza favorevoli alle
forze del progresso, della democrazia e della pace alla borghesia
monopolistica italiana ed europea, rapporti di forza che erano stati
stabiliti sul piano militare nel corso della Resistenza.
I principi, i valori della Resistenza entrano così dentro la
Costituzione, trovano nella Costituzione la loro formulazione
giuridico-costituzionale:
solidarietà, uguaglianza, fratellanza, pace, giustizia formale e
sostanziale, democrazia economica e sociale.
Esiste allora un rapporto inscindibile tra Resistenza e Costituzione.
L'attacco per la liquidazione della Costituzione è sempre, allora,
preceduto dall'attacco alla Resistenza, la sua liquidazione,
banalizzazione per configurarla come lotta fratricida del popolo
italiano, nel mettere tutto e tutti sullo stesso piano.
La Costituzione italiana approvata nel 1948 in realtà è stata
totalmente disattesa fino al 1956.
Approvata la Costituzione, il Parlamento avrebbe dovuto con leggi
ordinarie o leggi costituzionali ( richiedenti particolari modalità
e maggioranze ) permettere il funzionamento stesso dei nuovi
istituti.
Dal 1948 in poi, i successivi Parlamenti avevano pertanto il dovere
primario di porre in essere con leggi adeguate, gli organi destinati
a tradurre in vivente realtà le norme scritte nella Costituzione.
Tale obbligo costituzionale fu disatteso fino al giugno 1956:
dare vita alle regioni a statuto ordinario ( quelle a statuto
speciale erano sorse all'indomani della Liberazione ), creare il
Consiglio Superiore della Magistratura, abolire vecchie
giurisdizioni speciali e riformare quelle militari, cancellare in
toto congegni normativi del vecchio regime fascista.
L'esempio più vistoso era offerto dalla legge di Pubblica Sicurezza
del 1931, rimasta in vigore nonostante l'avvento della Repubblica e
della Costituzione, di cui ne costituiva assoluto contrasto.
L'esistenza ancora di tale legge agiva da ostacolo all'entrata in
vigore di nuove normative e che avrebbero consentito la nascita
della Corte Costituzionale.
Caso eclatante sarà costituito dal cosiddetto " caso Danilo Dolci"
del marzo 1956.
Dolci era stato arrestato per aver promosso una manifestazione di
protesta dei disoccupati, consistente nell'iniziare lavori di
riparazione di una vecchia strada comunale abbandonata, in Sicilia,
vicino Tappeto.
Il centro di tutto ruotava attorno al famigerato art. 113 della
citata legge di Pubblica Sicurezza che vietava di distribuire o
mettere in circolazione, in luogo pubblico o aperto al pubblico,
senza licenza della locale autorità di pubblica sicurezza scritti o
disegni.
Tale articolo come ben si vede era in totale ed assoluto contrasto
con la Carta Costituzionale, eppure a distanza di otto anni
continuava ad essere vigente.
E così l'inerzia del Parlamento, dal 1948 al 1956, si configurava
come deliberato rifiuto da parte della schiacciante maggioranza
parlamentare di agire, si configurava come premeditato sabotaggio.
L'ostruzionismo di maggioranza aveva per obiettivo di abbattere la
Costituzione; e tenterà il colpo di mano con la legge truffa del
1953, dopo l'attentato a Togliatti del 1948; dopo la feroce
repressione del periodo scelbiano del 1948: il licenziamento in
massa di quadri operai comunisti e sindacalisti che erano stati
protagonisti della Resistenza e della ricostruzione del sindacato
nelle fabbriche, i " reparti Siberia", reparti punitivi ove venivano
confinati operai comunisti ed attivisti sindacali. Il fallimento
sostanziale di tutta l'azione di violenta e sanguinaria repressione
di movimenti di lotta e l'ascesa del movimento di lotta della classe
operaia ed il crescere dell'opposizione di forze democratiche e
progressiste, costringeva alla costituzione della Corte
Costituzionale il 13. giugno. 1956 che con la sua prima storica
seduta cancellava l'articolo 113, ma faceva rimanere in vigore
tutto il restante apparato di leggi fasciste e sabaude. La risposta
borghese non si farà attendere e con la presidenza Segni vi è il
tentativo di un colpo di Stato, tendente ad abbattere la
Costituzione, dopo aver tentato lo scontro di piazza con il governo
Tambroni del luglio 1960 e dopo i fatti di Piazza Statuto, che
segnano la fine della scissione sindacale e l'inizio del cammino per
una nuova unità sindacale. Segni sarà costretto alle dimissioni, la
motivazione ufficiale " stato di salute".
Ma la Carta Costituzionale continuerà a rimanere disattesa in molti
altri punti, come quello inerente il decentramento: le Regioni
saranno istituite solo nel 1970, 22 anni dopo l'entrata in vigore
formale della Costituzione e sotto il possente movimento di lotta
dell' " autunno caldo" e poi con le Regioni, la costituzione dei
Consigli Circoscrizionali.
Dalla metà degli anni Ottanta è iniziata una nuova fase di
attacco alla Costituzione, culminata poi nelle modifiche oggetto
dell'attuale referendum abrogativo del 25 e 26. giugno. 2006.
E' iniziata una lunga e ben articolata offensiva sul piano teorico
che andava sotto il nome di " revisionismo storico", tendente a
mistificare, calunniare, negare la Resistenza e mettere sullo
stesso piano i partigiani ed i fascisti di Salò. E' stata
un'escalation fino ad arrivare a consentire a formazione
dichiaratamente fasciste e con simboli fascisti e nazisti e con
teorie apertamente razziste, antiebraiche e negazioniste, ossia
negazione dello sterminio di ebrei, negazione dell'olocausto, di
ricostituirsi e di essere presenti in campagne elettorali, in totale
disprezzo della Carta Costituzionale, sfacciatamente proseguita con
il taglio di fondi all'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia,
ANPI.: il punto di arrivo di tale escalation è la modifica
reazionaria alla Carta Costituzionale avvenuta a colpi di
maggioranza ed in disprezzo totale alla coscienza nazionale.
L'obiettivo che allora si voleva conseguire con il " revisionismo
storico" il riciclaggio di formazioni fasciste e l'attacco alla
Resistenza era allora la liquidazione, ancora una volta, della
Costituzione, come si era perseguito nel periodo 1948-1962.
La battaglia reale in atto è allora attorno alla Resistenza.
La battaglia reale in atto è allora la difesa della Resistenza.
La Resistenza.
Ha perfettamente ragione sul piano scientifico e storico il
Presidente della Repubblica, e con lui i due Presidenti della Camera
e del Senato della Repubblica, quando indica nella Resistenza la
base dell'unità nazionale, la base della coscienza civile della
nazione italiana, le radici profonde dell'identità nazionale.
La lotta risorgimentale ( 1789 1860 ), ossia la lotta
della classe borghese italiana per la conquista del potere e lo
sviluppo dei rapporti di produzione capitalistici in Italia, è stata
sostanzialmente una lotta d'elite . Una lotta ove la direzione
moderata cavouriana aveva per obiettivo di non attuare la riforma
agraria e quindi la ripartizione delle terre e del latifondo
nobiliare-feudale e quindi non perseguiva in alcun modo l'obiettivo
di coinvolgere il popolo nella lotta risorgimentale ed intendeva,
invece, perseguire tale obiettivo tramite alleanze internazionali ed
eserciti regolari. Una tale strategia aveva per obiettivo quello di
perseguire un'alleanza con la classe nobiliare-feudale. Cavour e la
direzione moderata perseguitano quindi i rivoluzionari e lavorano
per demoralizzare, abbattere, sconfiggere, neutralizzare le forze
patriottiche e popolari che accorrevano nella lotta per l'unità
d'Italia e per la cacciata dello straniero dall'Italia.
Un tale programma non poteva costituire momento di unità all'intero
processo, escludeva i contadini che costituivano oltre l'80% della
popolazione e non poteva costituire, come non costituì, coscienza
nazionale, momento e tradizione storici italiani. Costituì, invece,
una nuova, altra, stratificazione ma senza la coscienza nazionale.
Sorge quindi in sostanziale ostilità del popolo, che l'accettò come
dato di fatto, ma non costituì coscienza, cultura, tradizione né
progresso civile, sociale, umano, culturale, democratico.
E fu proprio il processo democratico il primo, la partecipazione
popolare ad essere perseguitati e contro cui la direzione moderata
cavouriana si mosse in maniera ferrea e spietata.
Per una disamina più attenta rimandiamo ai lavori dell'Istituto in
merito.
Basta qui annotare come nel corso della 1a guerra d'indipendenza,
1848-1849, nella battaglia di Novara, 1849, la cui sconfitta
comportò l'abdicazione di Alberto di Savoia, la direzione moderata
preferì perdere la battaglia e la guerra anziché far scendere in
campo 10mila patrioti, freschi non ancora entrati in battaglia, che
avrebbero capovolto le sorti della battaglia, appunto per non
mobilitare le forze patriottiche. Sorte peggiore toccò a Cattaneo ed
alle forze militari a lui legate, le " camicie verdi", schernite,
derise, a cui vennero fatti venire meno armi, munizioni,
vettovagliamento: cibi, divise, collegamenti logistici ed utilizzati
in azioni disperate al fine di farli massacrare dal nemico e così
liberarsi di una tale presenza decisamente eversiva .
Non diversamente nel corso della " Spedizione dei Mille" , quando
Garibaldi represse nel sangue i movimenti contadini che chiedevano
la terra e lo scioglimento dei latifondi nobiliari-feudali, che pure
era stato loro promesso.. Sono noti gli eccidi di Bronte e
dell'intera zona da Bixio operati, ma da Garibaldi ordinati.
Colpi di mano e lacerazioni profonde avvennero anche con i patrioti
e le popolazioni delle Marche, della Toscana, dell'Emilia, della
Romagna come attestano gli atti parlamentari, giacché Cavour e
Vittorio Emanuele II vennero subito meno agli accordi stipulati
nell'inverno del 1859 a Torino con tutti i patrioti italiani circa
il futuro assetto dell'Italia unita.
Un processo nella sostanza, come si vede, ostile al popolo italiano
ed ai patrioti, che nella sostanza non si identificarono e ben
presto se ne allontanarono. Un processo questo che non costituì
coscienza nazionale e non costituì cultura,se non quell'ibrido
culturale provinciale gretto e miserrimo della cultura italiana
dell'epoca sabauda, 1860-1943. Una cultura che tagliava con le
grandi correnti di pensiero europee e statunitensi.
La borghesia italiana stessa non crebbe politicamente e
culturalmente e non produsse una teoria politica italiana e quindi
non formò suoi quadri, inchiodandosi alla sua natura bottegaia,
senza produrre un corpo di quadri della classe in grado di ragionare
al di fuori del cassetto della bottega, finendo così per affidarsi
ai quadri nobiliari-feudali ed ai quadri della chiesa, perdendo da
subito qualsiasi egemonia politica, morale, civile e culturale,
disperdendo così il grande patrimonio scientifico e letterario
italiano dei secoli precedenti.
Lo Statuto Albertino fu così imposto dall'alto al popolo italiano e
così estraneo alla sua trazione storica ed alla sua coscienza
storica e civile. E sul piano generale ne risultò bloccata la
crescita civile, democratica, sociale del popolo italiano, ma una
borghesia bottegaia poteva esercitare egemonia solo in tali
condizioni e tutta la sua azione futura sarà costantemente segnata
dall'obiettivo di restaurare quelle condizioni e quell'Italia.
Ma poi lo stesso sviluppo economico sarà asfittico, accattone,
travolto dopo neppure venti anni dall'unità da scandali bancari e
truffe in un intreccio perverso con la mafia e la camorra, garanti
dell'ordine e della proprietà latifondista dei baroni e della chiesa
cattolica.
Questa Italia, queste condizioni sostanziali furono, sono e saranno,
l'Italia e le condizioni a cui la borghesia bottegai italiana
aspirerà. Ed infatti dinanzi all'offensiva operaia del biennio
rosso, 1919-1920 la borghesia tramite il fascismo restaura con la
violenza quelle condizioni e quell'Italia.
Federico Engels ha ben fermato questi tratti peculiari italiani,
nella sua lettera a Turati del 26. gennaio. 1894 scrive in maniera
implacabile:
" La situazione italiana, a mio parere è questa.
La borghesia, giunta al potere durante e dopo l'emancipazione
nazionale, non seppe né volle completare la sua vittoria. Non ha
distrutto i residui di feudalità, né ha riorganizzato la produzione
nazionale sul modello borghese moderno. Incapace di far partecipare
il paese ai relativi e temporanei vantaggi del regime capitalista,
essa gliene impose tutti i carichi, tutti gli inconvenienti. Non
contenta di ciò, perdette per sempre in ignobili bindolerie
bancarie, quel che le restava di rispettabilità e di credito.
Il popolo lavoratore contadini, artigiani, operai: agricoltori e
industriali si trova dunque schiacciato, da una parte da antichi
abusi, retaggio non solo dei tempi feudali, ma benanche
dell'antichità
( mezzadri, latifundia del mezzodì, ove il bestiame surroga
l'uomo ): dall'altra parte, dalla più vorace fiscalità che mai
sistema borghese abbia mai inventato.".
La Resistenza
La Resistenza vede, invece, la partecipazione diretta di tutto
il popolo italiano: operai, contadini, artigiani, impiegati,
intellettuali a tutti i livelli. La Resistenza non fu solamente i
partigiani, fu invece l'intero popolo italiano che a vari gradi e
livelli partecipava alla lotta armata contro il nazifascismo e che
costituiva, al tempo stesso, la riserva da cui venivano nuovi e
sempre più numerosi partigiani; non fu solo la Resistenza nelle
campagne e sui monti, ma anche nelle città, nei luoghi di lavoro .
Il periodo 1943-1946 vide un dibattito alto sui problemi del Paese
ed il futuro assetto dell'Italia ed una partecipazione democratica
ai processi decisionali vasta e multiforme. Costituì una sintesi tra
le tre grandi componenti storiche della cultura e della coscienza
italiane: la comunista, la repubblicana-socialista-liberale e la
cattolica.
Questa lotta forma una nuova generazione, dal suo seno scaturisce
una nuova cultura, una nuova concezione della vita, del rapporto tra
gli uomini, della società, una nuova concezione di diritto,
uguaglianza, pace, fratellanza, giustizia, democrazia che andava
oltre la lettura giuridico-formale per approdare ad una concezione
unitaria che investiva i campi dell'economia, della politica, della
società e quindi approda ad una concezione della democrazia
economica, politica, sociale e così ad una concezione
dell'uguaglianza economica, politica, sociale e così una giustizia
economica, politica, sociale, ecc. L'articolo 11 costituisce una
sintesi magistrale di questo nuovo approdo: " L'Italia ripudia la
guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e
come mezzo di risoluzioni delle controversie internazionali;
[ ..]." Vi è qui la liquidazione, e senza appello, di tutta la
retorica patriottarda, di tutta la teoria, la concezione e la
pratica del nazionalismo, dello " spazio vitale", e l'affermazione
del principio supremo dell'uguaglianza di tutti i popoli e della
fratellanza tra tutti i popoli.
Rompe con gli schemi gretti del provincialismo della cultura
italiana, giungono così a maturazione processi ed istanze che fino
ad allora erano stati repressi dal compromesso della direzione
moderata e dal regime sabaudo, 1860-1943, e che ora prorompe.
Basta pensare a tutta la stagione culturale post 1945, la rivista "
Il Politecnico", il neorealismo, ecc.
Questo costituirà coscienza e memoria storica e civile del popolo
italiano.
La Resistenza è veramente il primo momento unitario nell'intera
storia plurisecolare del popolo italiano, diviso per secoli in
staterelli regionali.
E' l'unità d'Italia raggiunta, che è unità nelle e delle coscienze.
La borghesia italiana, nel periodo della Resistenza, è intenta a
fare quattrini con gli anglo americani nel sud del Paese e con i
nazisti al centro-nord. Salò e Mussolini a Salò altro non sono che
la
rappresentanza commerciale della borghesia italiana presso il
comando tedesco a garanzia delle commesse tedesche, e soprattutto il
pagamento di queste, alla borghesia italiana; squadre di vigilantes
personali della borghesia italiana contro i lavoratori atte a
garantire l'ordine e la disciplina del capitale italiano nelle
fabbriche di quella zona. La partecipazione fascista alla
repressione del movimento partigiano era funzionale a quest'ordine
del capitale nelle fabbriche, garanzia e servizio reso ai tedeschi
per le commesse ed il pagamento di queste.
Sarà, la Resistenza, un processo che non la toccherà, la vivrà
estraneo da essa, altro da essa:
la bottegaia guardava al suo " particulare" quotidiano.
Non la guiderà e non ne sarà in qualche modo punto di riferimento,
orientamento.
La Resistenza non costituisce, nemmeno questa volta, momento di
crescita e di formazione civile e culturale, resterà la bottegaia di
sempre.
Non cresce politicamente e culturalmente, autoinchiodandosi ancora
una volta ai quadri vaticani ed a quelli della tradizione nobiliare-
feudale, confluiti ora nel crocianesimo.
La Resistenza acuisce, così, il distacco già abissale tra il popolo
e la borghesia, fissandone in maniera incontrovertibile le
rispettive ostilità e diffidenze. La borghesia si opporrà allora
alla Resistenza ed alla Costituzione, alla cui elaborazione e
stesura non parteciperà e che dovrà subire, non solo perché
esprimono momenti centrali di opposizione al suo dominio, ma
soprattutto perché estranei ad essa, altro da essa, perché
delineavano un'Italia e delle condizioni diverse da quelle entro le
quali essa riesce ad esprimersi.
La cartina al tornasole di questa povertà della borghesia, della
sua natura bottegaia, estranea alla società civile, istituzionale,
culturale e morale è proprio ed esattamente Berlusconi ed il
Berlusconismo di questo ventennio, 1986-2006, che il risultato
elettorale dell'aprile 2006 ne sancisce la fine. Berlusconi, ed il
suo progetto: il berlusconismo, nascono dentro la Confindustria.
E' la borghesia che ha voluto fare da sé e facendo da sé si è
impietosamente messa alla berlina, evidenziando tutti i suoi limiti,
tutta la sua natura bottegaia, volgare e miserrima.
Nel 1984 Berlusconi è del direttivo della Confindustria e quando ne
uscirà, ne uscirà per dare vita al progetto politico denominato "
Forza Italia" e per l'intero ventennio troverà nella Confindustria
sostegno aperto e senza appello a tutti i livelli. Quando nel marzo
2006 viene scaricato è già finito da un pezzo, ma dopo aver tentato,
da parte della Confindustria, tutte le strade per salvarlo e
rimetterlo in piedi.
Al di là del giudizio politico, è evidente tutta la povertà
culturale di questa forza politica e dei suoi quadri, una totale
assenza di una qualsiasi concezione dello Stato, della società
civile, intesa, e compresa, unicamente come " azienda", i cui valori
sono l'individualismo esasperato, una concezione corrotta della
politica intesa come affarismo e lo Stato come strumento personale
di arricchimento e di protezione: vedi le leggi ad personam, il
rientro dei capitali dall'estero, il falso in bilancio, ecc.
Mediaset con i suoi programmi televisivi e la massa di quotidiani e
riviste di cui è proprietaria è manifesto evidente di tutta la
povertà culturale, la piccineria intellettuale, incapace di produrre
cultura, di fare cultura, di formare una coscienza tutta schiacciata
sulla notizia show, la cultura spettacolo, l'uomo, la sua vita, le
sue vicissitudini come spettacolo, come " audience". La produzione
culturale italiana è precipitata al pettegolezzo ed all'inciucio,
non vi è stato in questo periodo una produzione culturale editoriale
di un qualche rilievo eppure le maggiori case editrici erano, e sono
nelle mani di Berlusconi: Mondatori, Einaudi, ed altre; non
diversamente la produzione cinematografica ed artistica: un
ventennio buio, un ventennio della miseria e della piccineria
culturale e soprattutto della volgarità ed oscenità culturale; il
sonno della ragione.
La borghesia, allora, condurrà sempre in tutte le condizioni, e
nelle forme diverse che le condizioni le impongono, una lotta
accanita, spietata, violenta, sanguinaria, legale ed illegale contro
la Costituzione per il suo abbattimento e per la restaurazione di
quelle condizioni e di quella Italia; in uno dello Statuto
albertino, la cui piccineria e grettezza l'esprime appieno ed in cui
si riconosce e si realizza e realizza la sua egemonia.
La Costituzione, la sua difesa sono affidate unicamente
nelle mani del popolo lavoratore, che trae da essa la fonte della
sua piena identità nazionale, base e fonte di tutti i suoi sviluppi
futuri.
La Costituzione
La Costituzione Italiana costituisce una innovazione
profonda nel campo costituzionale.
Essa è diversa nella forma e nel contenuto da tutte le altre
costituzioni, costituendone un punto avanzato in dottrina e sul
piano sociale e culturale. L'innovazione forte è determinata dal
fatto che mentre tutte le altre costituzioni leggono e legiferano
attorno al cittadino in sé, il civis, la Costituzione Italiana legge
la complessità e multilateralità del cittadino, la multilateralità
del civis. Le altre costituzioni si limitano, così, ad indicare e
garantire i diritti individuali del civis, ma senza preoccuparsi poi
di garantirne al civis le possibilità reali, materiali, della
attuazione ed usufruizione di tali.
La Costituzione Italiana raccoglie cioè il poderoso dibattito
apertosi già sul finire del 1700, con la rivoluzione francese e la
Costituzione del 1793, circa le intenzioni proclamate e le reali
possibilità di usufrutto. Il dibattito teorico approdava, così, alla
teoria della fictio juris che poneva al centro esattamente tale
disparità tra la proclamazione dei Diritti Universali e la concreta
possibilità di usufrutto da parte di tutti i cittadini.
Il dibattito costituì, così, una critica alle teorie politiche e
giuridiche a cui la Dottrina Politica era pur giunta, attraverso un
lungo e tormentato processo di critica alla teoria politica feudale
del suddito a cui contrapponeva, appunto, il civis; dell'uomo che in
quanto civis è portatore di diritto e di doveri inalienabili,
dibattito che era parte del più complessivo processo rivoluzionario
protrattosi per circa 3secoli ( 1550- 1793 ). La Costituzione
Italiana, spostandone in avanti gli orizzonti, fermava l'attenzione
sulla complessità dell'uomo, non riconducibile unicamente allo
status del civis; ne sottolineava il sostanziale impoverimento
dell'uomo, del civis e spingeva per un'altra concezione dell'uomo,
un nuovo ed altro umanesimo. Il dibattito si configurava, così, come
continuità dell'intera tematica, facendola transitare dall'umanesimo
del civis, all'umanesimo sociale.
Giunge, così, la Costituzione Italiana alla formulazione degli
articoli 1 e 2.
Articolo 1: " L'Italia è una repubblica democratica fondata sul
lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la
esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione."
Con l'aver posto al centro " lavoro", la Costituzione Italiana ha
voluto porre al centro l'uomo nel suo divenire uomo, il lavoro
inteso come emancipazione e progresso, artefice principe di tutti i
progressi materiali e spirituali, civili, sociali, culturali,
istituzionali.
Ovviamente la piccineria italiota vi ha letto " il lavoro
quindi operaio, quindi .!!
Ma non solo " lavoro" è posto al centro ma viene introdotta
un'importante distinzione, che raccoglie il poderoso dibattito
svoltosi già a partire dalla fine del Settecento tra monarchia e
repubblica, distinguendo le varie forme della monarchia:
costituzionale, assoluta, ma lasciando il termine " Repubblica"
nell'indifferenza e non coniugando l'opposizione Monarchia
Repubblica con Democrazia, con la partecipazione democratica del
popolo al processo decisionale e le forme e le strutture e le
istituzioni; come se, cioè, fosse indifferente la forma rispetto
alla sostanza; come se fosse indifferente la forma: Repubblica o
Monarchia nella definizione ed estrinsecazione del civis, che anche
nella monarchia costituzionale continuava ad essere suddito e non
civis.
Approda così la Costituzione Italiana alla definizione di "
Repubblica democratica" e con tale distinzione afferma il principio
teorico centrale che la forma "Repubblica" non è di per sé garante
di democrazia e che essa è involucro che va poi riempito di ben
precisi, esatti, contenuti che la identifichino come forma superiore
della Monarchia nella partecipazione, forma reale in grado di
consentire l'esercizio della sovranità al popolo e quindi la
possibilità che la " repubblica" possa essere oltre che democratica,
anche autoritaria, elitaria, ecc.
Articolo 2: " La Repubblica riconosce e garantisce i diritti
inviolabili dell'uomo, sia come singolo
sia nelle formazioni sociali ove si svolge la
sua personalità e richiede l'adempimento
dei doveri inderogabili di solidarietà
politica, economica e sociale.".
L'articolo 2 recepisce appieno l'articolo 1 e lo esplicita,
definendo l'uomo nella sua multilateralità. Estende, allora, i
diritti dell'uomo sia come singolo recependo ed inglobando le
precedenti acquisizioni teoriche e politiche frutto del processo
rivoluzionario di circa 3 secoli e sia come " societas", recependo
lo sviluppo ulteriore del dibattito circa la fictio juris.
" sia come singolo sia nelle formazioni sociali
ove si svolge la sua personalità"
" richiede l'adempimento dei doveri inderogabili
di solidarietà politica, economica e sociale".
Giunge qui a conclusione, sul piano della teoria politica tutto
l'elaborato teorico che si era sviluppato a partire dal Aristotele,
filosofo del IV secolo prima dell'era volgare, e che ha costituito,
poi, la base di tutta la teoria politica successiva. Aristotele
definiva l'uomo " animale sociale": " l'uomo per sua natura è
un'animale sociale", ossia che vive in società. Tutta la produzione
teorica si era fermata sull'uomo, ma solo con la Carta
Costituzionale Italiana si arriva alla piena e totale soddisfazione
dell'elaborato aristotelico, configurandosi, così, la Costituzione
Italiana come momento più avanzato del dibattito teorico, momento
più alto a cui la Dottrina Politica viene portata, fondandola
saldamente sull'impianto aristoteliano dell'uomo nel suo rapporto
con la società, dell'uomo in quanto socialità; tratto che, invece,
era stato, sino ad allora, o sottaciuto o posto in ombra e che qui
adesso nella Costituzione Italiana acquisisce tutta la sua
centralità e vis, potenza, dirompente.
Questi due articoli costituiscono i pilastri, le pietre miliari
attorno ai quali si costruisce l'intera intelaiatura della
Costituzione. I restanti 137 articoli si dipanano esattamente da
qui. Essi esplicitano, regolamentano i modi, le forme le istituzioni
in cui, e tramite cui, questi due articoli, i due pilastri, devono
trovare, e trovano, affermazione, attuazione, sviluppo e legittimità
sostanziale.
E quindi l'intera intelaiatura, gli equilibri tra i tre poteri:
legislativo, esecutivo e giudiziario, tra le varie parti dello
Stato: centro-periferia, Parlamento: Camera dei Deputati e Senato
della Repubblica, Regioni, Province, Comuni sono configurati dentro
le coordinate dettate dagli articoli 1 e 2.
Le modifiche costituzionali introdotte attaccano violentemente
proprio ed esattamente questo equilibrio dell'intero sistema.
La " devolution" per esempio è in aperto contrasto con l'articolo 2.
Essa ripropone la vecchia concezione del singolo civis, corpo
estraneo allo Stato ed alla comunità, verso cui ha solo obblighi e
nessuno la comunitas verso di lui, ecc. ecc. ecc.
Le modifiche inerenti il Capo dello Stato ed il Presidente del
Consiglio alterano il rapporto tra le istituzioni e costituiscono un
assurdo teorico e giuridico, giacché delineano nella sostanza una
repubblica presidenziale, ma qui il riferimento presidenziale è al
Presidente del Consiglio e non al Presidente della Repubblica, come
invece va inteso il termine di " Repubblica presidenziale", e quanto
proposto non è l'ordinamento costituzionale statunitense e nemmeno
quello francese e di questi non ne introduce i correttivi, che
invece, in quelle costituzioni sono introdotti per il riequilibrio
dei poteri.
Mostrano così i proponenti la più totale, assoluta, incapacità di
intendere cosa sia lo Stato, la società civile ed il rapporto Stato-
società civile, finendo in sostanza per raccattare la peggiore
propaganda demagogico-populista sul burocratismo.
La Costituzione Italiana presenta una terza e fondamentale
innovazione, rispetto a tutte le altre Costituzioni fin qui avutesi.
La Costituzione Italiana, a differenza di tutte le altre, che sono
chiuse, definiscono cioè qui ed ora e per sempre uno status
costituzionalistico, quella italiana invece si configura in maniera
netta ed inequivocabile come
Costituzione di Programma, o Costituzione-Programma.
Essa presenta una struttura ed una articolazione tale che prospetta,
indica, traccia, le vie da seguire nell'evoluzione dei tempi.
Prevede, infatti, una serie di istituti e rapporti tali da
consentire alla legislazione ordinaria di adeguarsi con dinamicità
ai tempi che cambiano, pur restando saldamente nel solco della
carta costituzionale. Ed in realtà, più ci si muove nell'alveo
costituzionale e più si è in grado di adeguare le leggi dello Stato
alle innovazioni. Delinea gli scenari futuri possibili e gli
strumenti per tali scenari dell'evoluzione della società italiana.
Essa è la prima Costituzione nel suo genere.
Il tema sarà occasione di particolare attenzione dell'Istituto
allorquando si discuterà di nuove ed eventuali modifiche
costituzionali. Qui interessa fermare questo dato che costituisce un
contributo importante all'intera Dottrina Politica e sposta in
avanti l'intera teorica costituzionalistica.
Karl Marx - Friedrich ENGELS
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Lettere dell'Istituto 14
Sul Referendum Costituzionale
Premessa.
Occorre avere coscienza che la battaglia referendaria in atto
costituisce un momento acuto della lotta del popolo lavoratore tutto
nella difesa della Costituzione e dei valori della Costituzione
contro la classe della borghesia, che è ostile alla Costituzione e
che l'ha sempre avversata, come discuteremo da qui a poco.
Le modifiche non sono affatto tecniche, ma vogliono svuotare di
qualsiasi contenuto la Carta Costituzionale e mirare ad abrogarla di
fatto, riducendola ad una vuota dichiarazione, un contenitore vuoto.
La liquidazione della Costituzione, la volontà cioè di avere le mani
libere, senza vincoli e condizionamenti costituzionali, costituisce
un momento della tattica della borghesia italiana nella sua lotta
contro i lavoratori, per avere da una parte la massima libertà di
sfruttamento e rapina e per la totale sottomissione dello Stato, le
sue ricchezze, le sue funzioni, le sue strutture, alle istanze del
capitale; è parte, cioè, del più generale attacco ai lavoratori, al
mondo del lavoro ed alle sue organizzazioni.
La Carta Costituzione costituisce un grave limite a tale libertà del
capitale e della proprietà privata. Ma essa non può essere soppressa
tanto facilmente, perché radicata nella coscienza civile, storica,
politica, culturale del popolo italiano. Essa nasce dalla Resistenza
ed esprime i valori della Resistenza e la Resistenza costituisce le
radici profonde dell'unità nazionale, della coscienza civile e della
memoria storica del popolo italiano.
Occorre, allora, come vedremo, liquidare prima la Resistenza,
banalizzarla, denigrarla per poter poi, successivamente, una volta
attuata l'operazione di distruzione della memoria storica collettiva
del popolo italiano, poter passare alla liquidazione della Carta
Costituzionale che, distrutta la memoria storica, risulta adesso un
inutile orpello, senza radici né giustificazione alcuna.
Noi quindi come Istituto, come nostro contributo, abbiamo inteso
fermare questi momenti, queste coordinate entro cui si iscrive tale
battaglia, che vede la classe della borghesia in lotta contro la
Costituzione nella forma mistificata della lotta alla burocratismo,
per l'efficienza, ecc. e come strumento di tale battaglia formazioni
politiche ad essa dichiaratamente asservita e sua diretta emanazione.
La guerra alla Costituzione, infine, non è di oggi. Quello che oggi
viviamo è la fase acuta di tale guerra alla Costituzione, la fase in
cui la borghesia ritiene di poter scatenare l'offensiva per la
liquidazione reale della Costituzione ed avere, così, mani più
libere nella lotta contro il movimento dei lavoratori e le sue
organizzazioni.
Strana sorte quella toccata alla Costituzione Italiana.
Non era neppure stata approvata e già si parlava di modifiche, della
necessità di renderla adeguata ai tempi. Sorte strana ed unica in
verità, giacché un tale dibattito non ha minimamente attraversato
tutti gli altri Stati: Francia, Germania, Olanda, Belgio, Norvegia,
Finlandia, Grecia, Giappone, Stati Uniti, Gran Bretagna, ecc. ecc. .
Negli ultimi cinquant'anni non vi sono stati dibattiti di tal
genere, né modifiche a leggi elettorali o ai Parlamenti nazionali,
ecc. eppure essi in media sono più vecchie della nostra di cento-
centocinquanta anni!.
La Resistenza è la Costituzione!
La Costituzione è la Resistenza!
La Costituzione è il prodotto, il risultato della lotta di
Resistenza condotta e guidata dalla classe operaia in primo luogo,
dall'alleanza operai e contadini e popolo italiano contro il
fascismo, la monarchia, il nazismo.
La Costituzione fu imposta dai rapporti di forza favorevoli alle
forze del progresso, della democrazia e della pace alla borghesia
monopolistica italiana ed europea, rapporti di forza che erano stati
stabiliti sul piano militare nel corso della Resistenza.
I principi, i valori della Resistenza entrano così dentro la
Costituzione, trovano nella Costituzione la loro formulazione
giuridico-costituzionale:
solidarietà, uguaglianza, fratellanza, pace, giustizia formale e
sostanziale, democrazia economica e sociale.
Esiste allora un rapporto inscindibile tra Resistenza e Costituzione.
L'attacco per la liquidazione della Costituzione è sempre, allora,
preceduto dall'attacco alla Resistenza, la sua liquidazione,
banalizzazione per configurarla come lotta fratricida del popolo
italiano, nel mettere tutto e tutti sullo stesso piano.
La Costituzione italiana approvata nel 1948 in realtà è stata
totalmente disattesa fino al 1956.
Approvata la Costituzione, il Parlamento avrebbe dovuto con leggi
ordinarie o leggi costituzionali ( richiedenti particolari modalità
e maggioranze ) permettere il funzionamento stesso dei nuovi
istituti.
Dal 1948 in poi, i successivi Parlamenti avevano pertanto il dovere
primario di porre in essere con leggi adeguate, gli organi destinati
a tradurre in vivente realtà le norme scritte nella Costituzione.
Tale obbligo costituzionale fu disatteso fino al giugno 1956:
dare vita alle regioni a statuto ordinario ( quelle a statuto
speciale erano sorse all'indomani della Liberazione ), creare il
Consiglio Superiore della Magistratura, abolire vecchie
giurisdizioni speciali e riformare quelle militari, cancellare in
toto congegni normativi del vecchio regime fascista.
L'esempio più vistoso era offerto dalla legge di Pubblica Sicurezza
del 1931, rimasta in vigore nonostante l'avvento della Repubblica e
della Costituzione, di cui ne costituiva assoluto contrasto.
L'esistenza ancora di tale legge agiva da ostacolo all'entrata in
vigore di nuove normative e che avrebbero consentito la nascita
della Corte Costituzionale.
Caso eclatante sarà costituito dal cosiddetto " caso Danilo Dolci"
del marzo 1956.
Dolci era stato arrestato per aver promosso una manifestazione di
protesta dei disoccupati, consistente nell'iniziare lavori di
riparazione di una vecchia strada comunale abbandonata, in Sicilia,
vicino Tappeto.
Il centro di tutto ruotava attorno al famigerato art. 113 della
citata legge di Pubblica Sicurezza che vietava di distribuire o
mettere in circolazione, in luogo pubblico o aperto al pubblico,
senza licenza della locale autorità di pubblica sicurezza scritti o
disegni.
Tale articolo come ben si vede era in totale ed assoluto contrasto
con la Carta Costituzionale, eppure a distanza di otto anni
continuava ad essere vigente.
E così l'inerzia del Parlamento, dal 1948 al 1956, si configurava
come deliberato rifiuto da parte della schiacciante maggioranza
parlamentare di agire, si configurava come premeditato sabotaggio.
L'ostruzionismo di maggioranza aveva per obiettivo di abbattere la
Costituzione; e tenterà il colpo di mano con la legge truffa del
1953, dopo l'attentato a Togliatti del 1948; dopo la feroce
repressione del periodo scelbiano del 1948: il licenziamento in
massa di quadri operai comunisti e sindacalisti che erano stati
protagonisti della Resistenza e della ricostruzione del sindacato
nelle fabbriche, i " reparti Siberia", reparti punitivi ove venivano
confinati operai comunisti ed attivisti sindacali. Il fallimento
sostanziale di tutta l'azione di violenta e sanguinaria repressione
di movimenti di lotta e l'ascesa del movimento di lotta della classe
operaia ed il crescere dell'opposizione di forze democratiche e
progressiste, costringeva alla costituzione della Corte
Costituzionale il 13. giugno. 1956 che con la sua prima storica
seduta cancellava l'articolo 113, ma faceva rimanere in vigore
tutto il restante apparato di leggi fasciste e sabaude. La risposta
borghese non si farà attendere e con la presidenza Segni vi è il
tentativo di un colpo di Stato, tendente ad abbattere la
Costituzione, dopo aver tentato lo scontro di piazza con il governo
Tambroni del luglio 1960 e dopo i fatti di Piazza Statuto, che
segnano la fine della scissione sindacale e l'inizio del cammino per
una nuova unità sindacale. Segni sarà costretto alle dimissioni, la
motivazione ufficiale " stato di salute".
Ma la Carta Costituzionale continuerà a rimanere disattesa in molti
altri punti, come quello inerente il decentramento: le Regioni
saranno istituite solo nel 1970, 22 anni dopo l'entrata in vigore
formale della Costituzione e sotto il possente movimento di lotta
dell' " autunno caldo" e poi con le Regioni, la costituzione dei
Consigli Circoscrizionali.
Dalla metà degli anni Ottanta è iniziata una nuova fase di
attacco alla Costituzione, culminata poi nelle modifiche oggetto
dell'attuale referendum abrogativo del 25 e 26. giugno. 2006.
E' iniziata una lunga e ben articolata offensiva sul piano teorico
che andava sotto il nome di " revisionismo storico", tendente a
mistificare, calunniare, negare la Resistenza e mettere sullo
stesso piano i partigiani ed i fascisti di Salò. E' stata
un'escalation fino ad arrivare a consentire a formazione
dichiaratamente fasciste e con simboli fascisti e nazisti e con
teorie apertamente razziste, antiebraiche e negazioniste, ossia
negazione dello sterminio di ebrei, negazione dell'olocausto, di
ricostituirsi e di essere presenti in campagne elettorali, in totale
disprezzo della Carta Costituzionale, sfacciatamente proseguita con
il taglio di fondi all'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia,
ANPI.: il punto di arrivo di tale escalation è la modifica
reazionaria alla Carta Costituzionale avvenuta a colpi di
maggioranza ed in disprezzo totale alla coscienza nazionale.
L'obiettivo che allora si voleva conseguire con il " revisionismo
storico" il riciclaggio di formazioni fasciste e l'attacco alla
Resistenza era allora la liquidazione, ancora una volta, della
Costituzione, come si era perseguito nel periodo 1948-1962.
La battaglia reale in atto è allora attorno alla Resistenza.
La battaglia reale in atto è allora la difesa della Resistenza.
La Resistenza.
Ha perfettamente ragione sul piano scientifico e storico il
Presidente della Repubblica, e con lui i due Presidenti della Camera
e del Senato della Repubblica, quando indica nella Resistenza la
base dell'unità nazionale, la base della coscienza civile della
nazione italiana, le radici profonde dell'identità nazionale.
La lotta risorgimentale ( 1789 1860 ), ossia la lotta
della classe borghese italiana per la conquista del potere e lo
sviluppo dei rapporti di produzione capitalistici in Italia, è stata
sostanzialmente una lotta d'elite . Una lotta ove la direzione
moderata cavouriana aveva per obiettivo di non attuare la riforma
agraria e quindi la ripartizione delle terre e del latifondo
nobiliare-feudale e quindi non perseguiva in alcun modo l'obiettivo
di coinvolgere il popolo nella lotta risorgimentale ed intendeva,
invece, perseguire tale obiettivo tramite alleanze internazionali ed
eserciti regolari. Una tale strategia aveva per obiettivo quello di
perseguire un'alleanza con la classe nobiliare-feudale. Cavour e la
direzione moderata perseguitano quindi i rivoluzionari e lavorano
per demoralizzare, abbattere, sconfiggere, neutralizzare le forze
patriottiche e popolari che accorrevano nella lotta per l'unità
d'Italia e per la cacciata dello straniero dall'Italia.
Un tale programma non poteva costituire momento di unità all'intero
processo, escludeva i contadini che costituivano oltre l'80% della
popolazione e non poteva costituire, come non costituì, coscienza
nazionale, momento e tradizione storici italiani. Costituì, invece,
una nuova, altra, stratificazione ma senza la coscienza nazionale.
Sorge quindi in sostanziale ostilità del popolo, che l'accettò come
dato di fatto, ma non costituì coscienza, cultura, tradizione né
progresso civile, sociale, umano, culturale, democratico.
E fu proprio il processo democratico il primo, la partecipazione
popolare ad essere perseguitati e contro cui la direzione moderata
cavouriana si mosse in maniera ferrea e spietata.
Per una disamina più attenta rimandiamo ai lavori dell'Istituto in
merito.
Basta qui annotare come nel corso della 1a guerra d'indipendenza,
1848-1849, nella battaglia di Novara, 1849, la cui sconfitta
comportò l'abdicazione di Alberto di Savoia, la direzione moderata
preferì perdere la battaglia e la guerra anziché far scendere in
campo 10mila patrioti, freschi non ancora entrati in battaglia, che
avrebbero capovolto le sorti della battaglia, appunto per non
mobilitare le forze patriottiche. Sorte peggiore toccò a Cattaneo ed
alle forze militari a lui legate, le " camicie verdi", schernite,
derise, a cui vennero fatti venire meno armi, munizioni,
vettovagliamento: cibi, divise, collegamenti logistici ed utilizzati
in azioni disperate al fine di farli massacrare dal nemico e così
liberarsi di una tale presenza decisamente eversiva .
Non diversamente nel corso della " Spedizione dei Mille" , quando
Garibaldi represse nel sangue i movimenti contadini che chiedevano
la terra e lo scioglimento dei latifondi nobiliari-feudali, che pure
era stato loro promesso.. Sono noti gli eccidi di Bronte e
dell'intera zona da Bixio operati, ma da Garibaldi ordinati.
Colpi di mano e lacerazioni profonde avvennero anche con i patrioti
e le popolazioni delle Marche, della Toscana, dell'Emilia, della
Romagna come attestano gli atti parlamentari, giacché Cavour e
Vittorio Emanuele II vennero subito meno agli accordi stipulati
nell'inverno del 1859 a Torino con tutti i patrioti italiani circa
il futuro assetto dell'Italia unita.
Un processo nella sostanza, come si vede, ostile al popolo italiano
ed ai patrioti, che nella sostanza non si identificarono e ben
presto se ne allontanarono. Un processo questo che non costituì
coscienza nazionale e non costituì cultura,se non quell'ibrido
culturale provinciale gretto e miserrimo della cultura italiana
dell'epoca sabauda, 1860-1943. Una cultura che tagliava con le
grandi correnti di pensiero europee e statunitensi.
La borghesia italiana stessa non crebbe politicamente e
culturalmente e non produsse una teoria politica italiana e quindi
non formò suoi quadri, inchiodandosi alla sua natura bottegaia,
senza produrre un corpo di quadri della classe in grado di ragionare
al di fuori del cassetto della bottega, finendo così per affidarsi
ai quadri nobiliari-feudali ed ai quadri della chiesa, perdendo da
subito qualsiasi egemonia politica, morale, civile e culturale,
disperdendo così il grande patrimonio scientifico e letterario
italiano dei secoli precedenti.
Lo Statuto Albertino fu così imposto dall'alto al popolo italiano e
così estraneo alla sua trazione storica ed alla sua coscienza
storica e civile. E sul piano generale ne risultò bloccata la
crescita civile, democratica, sociale del popolo italiano, ma una
borghesia bottegaia poteva esercitare egemonia solo in tali
condizioni e tutta la sua azione futura sarà costantemente segnata
dall'obiettivo di restaurare quelle condizioni e quell'Italia.
Ma poi lo stesso sviluppo economico sarà asfittico, accattone,
travolto dopo neppure venti anni dall'unità da scandali bancari e
truffe in un intreccio perverso con la mafia e la camorra, garanti
dell'ordine e della proprietà latifondista dei baroni e della chiesa
cattolica.
Questa Italia, queste condizioni sostanziali furono, sono e saranno,
l'Italia e le condizioni a cui la borghesia bottegai italiana
aspirerà. Ed infatti dinanzi all'offensiva operaia del biennio
rosso, 1919-1920 la borghesia tramite il fascismo restaura con la
violenza quelle condizioni e quell'Italia.
Federico Engels ha ben fermato questi tratti peculiari italiani,
nella sua lettera a Turati del 26. gennaio. 1894 scrive in maniera
implacabile:
" La situazione italiana, a mio parere è questa.
La borghesia, giunta al potere durante e dopo l'emancipazione
nazionale, non seppe né volle completare la sua vittoria. Non ha
distrutto i residui di feudalità, né ha riorganizzato la produzione
nazionale sul modello borghese moderno. Incapace di far partecipare
il paese ai relativi e temporanei vantaggi del regime capitalista,
essa gliene impose tutti i carichi, tutti gli inconvenienti. Non
contenta di ciò, perdette per sempre in ignobili bindolerie
bancarie, quel che le restava di rispettabilità e di credito.
Il popolo lavoratore contadini, artigiani, operai: agricoltori e
industriali si trova dunque schiacciato, da una parte da antichi
abusi, retaggio non solo dei tempi feudali, ma benanche
dell'antichità
( mezzadri, latifundia del mezzodì, ove il bestiame surroga
l'uomo ): dall'altra parte, dalla più vorace fiscalità che mai
sistema borghese abbia mai inventato.".
La Resistenza
La Resistenza vede, invece, la partecipazione diretta di tutto
il popolo italiano: operai, contadini, artigiani, impiegati,
intellettuali a tutti i livelli. La Resistenza non fu solamente i
partigiani, fu invece l'intero popolo italiano che a vari gradi e
livelli partecipava alla lotta armata contro il nazifascismo e che
costituiva, al tempo stesso, la riserva da cui venivano nuovi e
sempre più numerosi partigiani; non fu solo la Resistenza nelle
campagne e sui monti, ma anche nelle città, nei luoghi di lavoro .
Il periodo 1943-1946 vide un dibattito alto sui problemi del Paese
ed il futuro assetto dell'Italia ed una partecipazione democratica
ai processi decisionali vasta e multiforme. Costituì una sintesi tra
le tre grandi componenti storiche della cultura e della coscienza
italiane: la comunista, la repubblicana-socialista-liberale e la
cattolica.
Questa lotta forma una nuova generazione, dal suo seno scaturisce
una nuova cultura, una nuova concezione della vita, del rapporto tra
gli uomini, della società, una nuova concezione di diritto,
uguaglianza, pace, fratellanza, giustizia, democrazia che andava
oltre la lettura giuridico-formale per approdare ad una concezione
unitaria che investiva i campi dell'economia, della politica, della
società e quindi approda ad una concezione della democrazia
economica, politica, sociale e così ad una concezione
dell'uguaglianza economica, politica, sociale e così una giustizia
economica, politica, sociale, ecc. L'articolo 11 costituisce una
sintesi magistrale di questo nuovo approdo: " L'Italia ripudia la
guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e
come mezzo di risoluzioni delle controversie internazionali;
[ ..]." Vi è qui la liquidazione, e senza appello, di tutta la
retorica patriottarda, di tutta la teoria, la concezione e la
pratica del nazionalismo, dello " spazio vitale", e l'affermazione
del principio supremo dell'uguaglianza di tutti i popoli e della
fratellanza tra tutti i popoli.
Rompe con gli schemi gretti del provincialismo della cultura
italiana, giungono così a maturazione processi ed istanze che fino
ad allora erano stati repressi dal compromesso della direzione
moderata e dal regime sabaudo, 1860-1943, e che ora prorompe.
Basta pensare a tutta la stagione culturale post 1945, la rivista "
Il Politecnico", il neorealismo, ecc.
Questo costituirà coscienza e memoria storica e civile del popolo
italiano.
La Resistenza è veramente il primo momento unitario nell'intera
storia plurisecolare del popolo italiano, diviso per secoli in
staterelli regionali.
E' l'unità d'Italia raggiunta, che è unità nelle e delle coscienze.
La borghesia italiana, nel periodo della Resistenza, è intenta a
fare quattrini con gli anglo americani nel sud del Paese e con i
nazisti al centro-nord. Salò e Mussolini a Salò altro non sono che
la
rappresentanza commerciale della borghesia italiana presso il
comando tedesco a garanzia delle commesse tedesche, e soprattutto il
pagamento di queste, alla borghesia italiana; squadre di vigilantes
personali della borghesia italiana contro i lavoratori atte a
garantire l'ordine e la disciplina del capitale italiano nelle
fabbriche di quella zona. La partecipazione fascista alla
repressione del movimento partigiano era funzionale a quest'ordine
del capitale nelle fabbriche, garanzia e servizio reso ai tedeschi
per le commesse ed il pagamento di queste.
Sarà, la Resistenza, un processo che non la toccherà, la vivrà
estraneo da essa, altro da essa:
la bottegaia guardava al suo " particulare" quotidiano.
Non la guiderà e non ne sarà in qualche modo punto di riferimento,
orientamento.
La Resistenza non costituisce, nemmeno questa volta, momento di
crescita e di formazione civile e culturale, resterà la bottegaia di
sempre.
Non cresce politicamente e culturalmente, autoinchiodandosi ancora
una volta ai quadri vaticani ed a quelli della tradizione nobiliare-
feudale, confluiti ora nel crocianesimo.
La Resistenza acuisce, così, il distacco già abissale tra il popolo
e la borghesia, fissandone in maniera incontrovertibile le
rispettive ostilità e diffidenze. La borghesia si opporrà allora
alla Resistenza ed alla Costituzione, alla cui elaborazione e
stesura non parteciperà e che dovrà subire, non solo perché
esprimono momenti centrali di opposizione al suo dominio, ma
soprattutto perché estranei ad essa, altro da essa, perché
delineavano un'Italia e delle condizioni diverse da quelle entro le
quali essa riesce ad esprimersi.
La cartina al tornasole di questa povertà della borghesia, della
sua natura bottegaia, estranea alla società civile, istituzionale,
culturale e morale è proprio ed esattamente Berlusconi ed il
Berlusconismo di questo ventennio, 1986-2006, che il risultato
elettorale dell'aprile 2006 ne sancisce la fine. Berlusconi, ed il
suo progetto: il berlusconismo, nascono dentro la Confindustria.
E' la borghesia che ha voluto fare da sé e facendo da sé si è
impietosamente messa alla berlina, evidenziando tutti i suoi limiti,
tutta la sua natura bottegaia, volgare e miserrima.
Nel 1984 Berlusconi è del direttivo della Confindustria e quando ne
uscirà, ne uscirà per dare vita al progetto politico denominato "
Forza Italia" e per l'intero ventennio troverà nella Confindustria
sostegno aperto e senza appello a tutti i livelli. Quando nel marzo
2006 viene scaricato è già finito da un pezzo, ma dopo aver tentato,
da parte della Confindustria, tutte le strade per salvarlo e
rimetterlo in piedi.
Al di là del giudizio politico, è evidente tutta la povertà
culturale di questa forza politica e dei suoi quadri, una totale
assenza di una qualsiasi concezione dello Stato, della società
civile, intesa, e compresa, unicamente come " azienda", i cui valori
sono l'individualismo esasperato, una concezione corrotta della
politica intesa come affarismo e lo Stato come strumento personale
di arricchimento e di protezione: vedi le leggi ad personam, il
rientro dei capitali dall'estero, il falso in bilancio, ecc.
Mediaset con i suoi programmi televisivi e la massa di quotidiani e
riviste di cui è proprietaria è manifesto evidente di tutta la
povertà culturale, la piccineria intellettuale, incapace di produrre
cultura, di fare cultura, di formare una coscienza tutta schiacciata
sulla notizia show, la cultura spettacolo, l'uomo, la sua vita, le
sue vicissitudini come spettacolo, come " audience". La produzione
culturale italiana è precipitata al pettegolezzo ed all'inciucio,
non vi è stato in questo periodo una produzione culturale editoriale
di un qualche rilievo eppure le maggiori case editrici erano, e sono
nelle mani di Berlusconi: Mondatori, Einaudi, ed altre; non
diversamente la produzione cinematografica ed artistica: un
ventennio buio, un ventennio della miseria e della piccineria
culturale e soprattutto della volgarità ed oscenità culturale; il
sonno della ragione.
La borghesia, allora, condurrà sempre in tutte le condizioni, e
nelle forme diverse che le condizioni le impongono, una lotta
accanita, spietata, violenta, sanguinaria, legale ed illegale contro
la Costituzione per il suo abbattimento e per la restaurazione di
quelle condizioni e di quella Italia; in uno dello Statuto
albertino, la cui piccineria e grettezza l'esprime appieno ed in cui
si riconosce e si realizza e realizza la sua egemonia.
La Costituzione, la sua difesa sono affidate unicamente
nelle mani del popolo lavoratore, che trae da essa la fonte della
sua piena identità nazionale, base e fonte di tutti i suoi sviluppi
futuri.
La Costituzione
La Costituzione Italiana costituisce una innovazione
profonda nel campo costituzionale.
Essa è diversa nella forma e nel contenuto da tutte le altre
costituzioni, costituendone un punto avanzato in dottrina e sul
piano sociale e culturale. L'innovazione forte è determinata dal
fatto che mentre tutte le altre costituzioni leggono e legiferano
attorno al cittadino in sé, il civis, la Costituzione Italiana legge
la complessità e multilateralità del cittadino, la multilateralità
del civis. Le altre costituzioni si limitano, così, ad indicare e
garantire i diritti individuali del civis, ma senza preoccuparsi poi
di garantirne al civis le possibilità reali, materiali, della
attuazione ed usufruizione di tali.
La Costituzione Italiana raccoglie cioè il poderoso dibattito
apertosi già sul finire del 1700, con la rivoluzione francese e la
Costituzione del 1793, circa le intenzioni proclamate e le reali
possibilità di usufrutto. Il dibattito teorico approdava, così, alla
teoria della fictio juris che poneva al centro esattamente tale
disparità tra la proclamazione dei Diritti Universali e la concreta
possibilità di usufrutto da parte di tutti i cittadini.
Il dibattito costituì, così, una critica alle teorie politiche e
giuridiche a cui la Dottrina Politica era pur giunta, attraverso un
lungo e tormentato processo di critica alla teoria politica feudale
del suddito a cui contrapponeva, appunto, il civis; dell'uomo che in
quanto civis è portatore di diritto e di doveri inalienabili,
dibattito che era parte del più complessivo processo rivoluzionario
protrattosi per circa 3secoli ( 1550- 1793 ). La Costituzione
Italiana, spostandone in avanti gli orizzonti, fermava l'attenzione
sulla complessità dell'uomo, non riconducibile unicamente allo
status del civis; ne sottolineava il sostanziale impoverimento
dell'uomo, del civis e spingeva per un'altra concezione dell'uomo,
un nuovo ed altro umanesimo. Il dibattito si configurava, così, come
continuità dell'intera tematica, facendola transitare dall'umanesimo
del civis, all'umanesimo sociale.
Giunge, così, la Costituzione Italiana alla formulazione degli
articoli 1 e 2.
Articolo 1: " L'Italia è una repubblica democratica fondata sul
lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la
esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione."
Con l'aver posto al centro " lavoro", la Costituzione Italiana ha
voluto porre al centro l'uomo nel suo divenire uomo, il lavoro
inteso come emancipazione e progresso, artefice principe di tutti i
progressi materiali e spirituali, civili, sociali, culturali,
istituzionali.
Ovviamente la piccineria italiota vi ha letto " il lavoro
quindi operaio, quindi .!!
Ma non solo " lavoro" è posto al centro ma viene introdotta
un'importante distinzione, che raccoglie il poderoso dibattito
svoltosi già a partire dalla fine del Settecento tra monarchia e
repubblica, distinguendo le varie forme della monarchia:
costituzionale, assoluta, ma lasciando il termine " Repubblica"
nell'indifferenza e non coniugando l'opposizione Monarchia
Repubblica con Democrazia, con la partecipazione democratica del
popolo al processo decisionale e le forme e le strutture e le
istituzioni; come se, cioè, fosse indifferente la forma rispetto
alla sostanza; come se fosse indifferente la forma: Repubblica o
Monarchia nella definizione ed estrinsecazione del civis, che anche
nella monarchia costituzionale continuava ad essere suddito e non
civis.
Approda così la Costituzione Italiana alla definizione di "
Repubblica democratica" e con tale distinzione afferma il principio
teorico centrale che la forma "Repubblica" non è di per sé garante
di democrazia e che essa è involucro che va poi riempito di ben
precisi, esatti, contenuti che la identifichino come forma superiore
della Monarchia nella partecipazione, forma reale in grado di
consentire l'esercizio della sovranità al popolo e quindi la
possibilità che la " repubblica" possa essere oltre che democratica,
anche autoritaria, elitaria, ecc.
Articolo 2: " La Repubblica riconosce e garantisce i diritti
inviolabili dell'uomo, sia come singolo
sia nelle formazioni sociali ove si svolge la
sua personalità e richiede l'adempimento
dei doveri inderogabili di solidarietà
politica, economica e sociale.".
L'articolo 2 recepisce appieno l'articolo 1 e lo esplicita,
definendo l'uomo nella sua multilateralità. Estende, allora, i
diritti dell'uomo sia come singolo recependo ed inglobando le
precedenti acquisizioni teoriche e politiche frutto del processo
rivoluzionario di circa 3 secoli e sia come " societas", recependo
lo sviluppo ulteriore del dibattito circa la fictio juris.
" sia come singolo sia nelle formazioni sociali
ove si svolge la sua personalità"
" richiede l'adempimento dei doveri inderogabili
di solidarietà politica, economica e sociale".
Giunge qui a conclusione, sul piano della teoria politica tutto
l'elaborato teorico che si era sviluppato a partire dal Aristotele,
filosofo del IV secolo prima dell'era volgare, e che ha costituito,
poi, la base di tutta la teoria politica successiva. Aristotele
definiva l'uomo " animale sociale": " l'uomo per sua natura è
un'animale sociale", ossia che vive in società. Tutta la produzione
teorica si era fermata sull'uomo, ma solo con la Carta
Costituzionale Italiana si arriva alla piena e totale soddisfazione
dell'elaborato aristotelico, configurandosi, così, la Costituzione
Italiana come momento più avanzato del dibattito teorico, momento
più alto a cui la Dottrina Politica viene portata, fondandola
saldamente sull'impianto aristoteliano dell'uomo nel suo rapporto
con la società, dell'uomo in quanto socialità; tratto che, invece,
era stato, sino ad allora, o sottaciuto o posto in ombra e che qui
adesso nella Costituzione Italiana acquisisce tutta la sua
centralità e vis, potenza, dirompente.
Questi due articoli costituiscono i pilastri, le pietre miliari
attorno ai quali si costruisce l'intera intelaiatura della
Costituzione. I restanti 137 articoli si dipanano esattamente da
qui. Essi esplicitano, regolamentano i modi, le forme le istituzioni
in cui, e tramite cui, questi due articoli, i due pilastri, devono
trovare, e trovano, affermazione, attuazione, sviluppo e legittimità
sostanziale.
E quindi l'intera intelaiatura, gli equilibri tra i tre poteri:
legislativo, esecutivo e giudiziario, tra le varie parti dello
Stato: centro-periferia, Parlamento: Camera dei Deputati e Senato
della Repubblica, Regioni, Province, Comuni sono configurati dentro
le coordinate dettate dagli articoli 1 e 2.
Le modifiche costituzionali introdotte attaccano violentemente
proprio ed esattamente questo equilibrio dell'intero sistema.
La " devolution" per esempio è in aperto contrasto con l'articolo 2.
Essa ripropone la vecchia concezione del singolo civis, corpo
estraneo allo Stato ed alla comunità, verso cui ha solo obblighi e
nessuno la comunitas verso di lui, ecc. ecc. ecc.
Le modifiche inerenti il Capo dello Stato ed il Presidente del
Consiglio alterano il rapporto tra le istituzioni e costituiscono un
assurdo teorico e giuridico, giacché delineano nella sostanza una
repubblica presidenziale, ma qui il riferimento presidenziale è al
Presidente del Consiglio e non al Presidente della Repubblica, come
invece va inteso il termine di " Repubblica presidenziale", e quanto
proposto non è l'ordinamento costituzionale statunitense e nemmeno
quello francese e di questi non ne introduce i correttivi, che
invece, in quelle costituzioni sono introdotti per il riequilibrio
dei poteri.
Mostrano così i proponenti la più totale, assoluta, incapacità di
intendere cosa sia lo Stato, la società civile ed il rapporto Stato-
società civile, finendo in sostanza per raccattare la peggiore
propaganda demagogico-populista sul burocratismo.
La Costituzione Italiana presenta una terza e fondamentale
innovazione, rispetto a tutte le altre Costituzioni fin qui avutesi.
La Costituzione Italiana, a differenza di tutte le altre, che sono
chiuse, definiscono cioè qui ed ora e per sempre uno status
costituzionalistico, quella italiana invece si configura in maniera
netta ed inequivocabile come
Costituzione di Programma, o Costituzione-Programma.
Essa presenta una struttura ed una articolazione tale che prospetta,
indica, traccia, le vie da seguire nell'evoluzione dei tempi.
Prevede, infatti, una serie di istituti e rapporti tali da
consentire alla legislazione ordinaria di adeguarsi con dinamicità
ai tempi che cambiano, pur restando saldamente nel solco della
carta costituzionale. Ed in realtà, più ci si muove nell'alveo
costituzionale e più si è in grado di adeguare le leggi dello Stato
alle innovazioni. Delinea gli scenari futuri possibili e gli
strumenti per tali scenari dell'evoluzione della società italiana.
Essa è la prima Costituzione nel suo genere.
Il tema sarà occasione di particolare attenzione dell'Istituto
allorquando si discuterà di nuove ed eventuali modifiche
costituzionali. Qui interessa fermare questo dato che costituisce un
contributo importante all'intera Dottrina Politica e sposta in
avanti l'intera teorica costituzionalistica.
mercoledì, giugno 07, 2006
L’allarmante stato del sistema produttivo sardo
COMUNICATO STAMPA
L’allarmante stato del sistema produttivo sardo richiede un’azione urgente da parte delle istituzioni regionali, affinché si realizzi un’efficace politica, in grado di far fronte alle emergenze e mettere in campo strategie di medio e lungo periodo per rivitalizzare il tessuto economico regionali.
Il sindacato da tempo chiede alla Giunta guidata dal presidente Soru la riapertura del tavolo di negoziazione con il governo nazionale sull’intera “Questione sarda”, ma a tutt’oggi nulla è stato fatto.
Resta irrisolta l’Intesa istituzionale di programma e continuano a rimanere privi di effetti gli accordi siglati nel luglio del 2003 dal precedente esecutivo sardo con la presidenza del Consiglio dei ministri: il rilancio della chimica, l’alto costo dell’energia, il riavvio delle miniere carbonifere del Sulcis, cui si aggiunge la continuità territoriale per le merci.
Così, in assenza di una chiara azione politica nel settore industriale, si assiste al progressivo declino di importanti strutture produttive, la cui difesa è fondamentale per contrastare la difficile fase congiunturale e la progressiva emorragia di posti di lavoro.
Le aziende metallurgiche di Portovesme minacciano la chiusura in assenza di interventi di sostegno capaci di ridurre il costo della bolletta elettrica, mentre ancora non si ha notizia del bando di gare per la costruzione della centrale termoelettrica alimentata con il carbone Sulcis; è entrato in una fase di stallo il piano di rilancio della miniera di fluorite di Silius e prosegue il declino del comparto chimico.
Sul fronte dell’occupazione, ricorrendo agli ammortizzatori sociali, si riesce ad accompagnare al pensionamento migliaia di persone, ma non a conservare il posto di lavoro che lasciano.
La gravità della situazione emerge in tutta la sua evidenza dal XIII Rapporti di Crenos sull’economia sarda, che regredisce con una progressione continua, avvicinandosi sempre di più alle regioni meno sviluppate dell’Unione Europea.
A questo punto la Uil ritiene necessario non solo un intervento della Giunta Soru per richiamare il governo nazionale al rispetto degli impegni assunti, ma anche una netta presa di posizione dell’intero Consiglio regionale, cui si chiede di porre all’ordine del giorno la crisi dell’apparato industriale e dell’intero sistema socioeconomico dell’Isola.
Michele Calledda
segretario generale aggiunto Uil Sardegna
responsabile settore industria
Cagliari, mercoledì 07 giugno 2006
L’allarmante stato del sistema produttivo sardo richiede un’azione urgente da parte delle istituzioni regionali, affinché si realizzi un’efficace politica, in grado di far fronte alle emergenze e mettere in campo strategie di medio e lungo periodo per rivitalizzare il tessuto economico regionali.
Il sindacato da tempo chiede alla Giunta guidata dal presidente Soru la riapertura del tavolo di negoziazione con il governo nazionale sull’intera “Questione sarda”, ma a tutt’oggi nulla è stato fatto.
Resta irrisolta l’Intesa istituzionale di programma e continuano a rimanere privi di effetti gli accordi siglati nel luglio del 2003 dal precedente esecutivo sardo con la presidenza del Consiglio dei ministri: il rilancio della chimica, l’alto costo dell’energia, il riavvio delle miniere carbonifere del Sulcis, cui si aggiunge la continuità territoriale per le merci.
Così, in assenza di una chiara azione politica nel settore industriale, si assiste al progressivo declino di importanti strutture produttive, la cui difesa è fondamentale per contrastare la difficile fase congiunturale e la progressiva emorragia di posti di lavoro.
Le aziende metallurgiche di Portovesme minacciano la chiusura in assenza di interventi di sostegno capaci di ridurre il costo della bolletta elettrica, mentre ancora non si ha notizia del bando di gare per la costruzione della centrale termoelettrica alimentata con il carbone Sulcis; è entrato in una fase di stallo il piano di rilancio della miniera di fluorite di Silius e prosegue il declino del comparto chimico.
Sul fronte dell’occupazione, ricorrendo agli ammortizzatori sociali, si riesce ad accompagnare al pensionamento migliaia di persone, ma non a conservare il posto di lavoro che lasciano.
La gravità della situazione emerge in tutta la sua evidenza dal XIII Rapporti di Crenos sull’economia sarda, che regredisce con una progressione continua, avvicinandosi sempre di più alle regioni meno sviluppate dell’Unione Europea.
A questo punto la Uil ritiene necessario non solo un intervento della Giunta Soru per richiamare il governo nazionale al rispetto degli impegni assunti, ma anche una netta presa di posizione dell’intero Consiglio regionale, cui si chiede di porre all’ordine del giorno la crisi dell’apparato industriale e dell’intero sistema socioeconomico dell’Isola.
Michele Calledda
segretario generale aggiunto Uil Sardegna
responsabile settore industria
Cagliari, mercoledì 07 giugno 2006
martedì, giugno 06, 2006
Salviamo Naracauli!
LA REGIONE VUOLE REGALARE AI SIGNORI DEL CEMENTO L'ULTIMO LEMBO DI SARDEGNA RIMASTO INCONTAMINATO
Il 27 Aprile, sul sito internet della Regione Sardegna, è apparso un "Bando per la cessione, riqualificazione e trasformazione di ambiti di particolare interesse paesaggistico del parco geominerario della Sardegna".
Sono messe in vendita, l'area di "Masua e Monte Agruxau, della superficie territoriale di circa 318.00 ettari" e l'area di "Ingurtosu, Pitzinurri e Naracauli, superficie territoriale di circa 329.00 ettari".
Per farne cosa? Il bando è molto chiaro, dice tra l'altro: "Strutture alberghiere ricettive con annessi centri benessere, strutture sportive e per il golf".
A che prezzo? Recita il bando: "Euro 32.520.000 per lacquisto del compendio immobiliare di Masua e Monte Agruxau, e di Euro 11.000.000 per il compendio immobiliare di Ingurtosu-Pitzinurri-Naracauli".
Dice il bando, e sembra una beffa: "Sono le architetture di un'epoca passata, elegantissime, sui fianchi delle alte colline affacciate verso il mare, a volte a ridosso delle spiagge, sovrastate dalle creste di una catena montuosa frastagliata, fra boschi di leccio, macchia mediterranea, foreste protette. Sorgono in una zona costiera, in gran parte intatta e scampata alla edificazione che ha interessato molti altri tratti della costa Sarda, e carica di suggestione, di bellezza e fascino. Un vero spettacolo della natura".
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TUTTO QUESTO E' DEI SARDI. DA DOMANI SARA' DI QUALCUN ALTRO
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Un vero "spettacolo della natura", che, per una cifra irrisoria, ci si appresta a regalare alle multinazionali del mattone.
Un vero "spettacolo della natura", "scampato all'edificazione", afferma la Regione, è destinato all'edificazione, afferma la Regione.
Basta!
La Sardegna ha già dato!
Inquinamento, sfruttamento selvaggio delle coste, distruzione del patrimonio storico e ambientale!
La Terra Sarda è dei Sardi: nessun presidente di Regione può permettersi di regalarla ad altri
Per farne cosa, poi? Alberghi e campi da golf! Di proprietà delle multinazionali, gestiti dalle multinazionali, dove l'unica funzione dei Sardi sarebbe ancora una volta quella di cameriere.
In una zona delicatissima da un punto di vista ambientale, dove tutti possono ammirare il cervo sardo in libertà o le bellissime dune di Piscinas, le magnifiche rovine di Naracauli, e degli altri siti in svendita, plastificate e trasformate in albergo di lusso, permetterebbero solo a Lorsignori di fruire dello "spettacolo della natura" che fino a ieri era dei Sardi.
Ma il Presidente, non "ragionava" diversamente?
I campi da golf, specie in regioni con scarsità d'acqua, sono un'autentica bestemmia ambientale! Si vuole perseverare?
Nel bando si parla della necessità di effettuare una bonifica ambientale, salvo spiegare che sarebbe a carico della Regione.
Noi ci prendiamo l'onere della bonifica, mentre il compratore si prende lo "spettacolo della natura"!
Privatizzazione dei benefici e socializzazione dei costi. Niente male!
Perché, tutto questo?
E' l'ennesima dimostrazione dell'atavica incapacità della nostra classe politica di esercitare una pratica amministrativa che non sia svendita della dignità, della cultura e della storia dei Sardi o c'è dell'altro?
Perché si vuole regalare una zona tra le più belle della nostra bella isola, per farne altri alberghi e campi da golf?
Se si è già devastato buona parte delle coste, se proprio si sentisse il bisogno di devastare ancora, e solo per creare pochi posti di lavoro subalterno, stagionale e ipersfuttato, non si potrebbe costruire in zone ormai compromesse?
E se lo si dovesse fare, ma altrove, non sarebbe meglio effettuare uno studio, coinvolgendo università e associazioni ecologiste, di "riconversione ambientale" anche finalizzata alla creazione di redditi, che incentivasse la costituzione di cooperative o imprese di giovani, e le supportasse e indirizzasse, piuttosto che vendere al palazzinaro di turno?
Si creerebbe vero benessere, visto che i Sardi verremmo coinvolti nel processo imprenditoriale, e non ridotti a manovalanza salariata. Si avrebbe un maggiore, totale, rispetto dell'ambiente, visto che le strutture sarebbero utilizzate solo per il loro richiamo archeologico minerario, e non trasformate in centri benessere per miliardari.
Ma la Regione vuole vendere. Perché?
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DOBBIAMO FERMARE LA DEVASTAZIONE
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Appello ai Sardi
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Chiunque condivida la preoccupazione per ciò che sta avvenendo. Chiunque abbia a cuore la dignità del popolo Sardo e la tutela del suo patrimonio storico, culturale e ambientale. Chiunque, passando per quei luoghi, quelle magnifiche rovine, si sia commossa o commosso sentendo ancora risuonare i colpi di piccone dei nostri nonni che scavavano, a prezzo della loro vita nei cunicoli delle miniere, per regalarci un futuro migliore.
Chiunque non voglia che quei pezzi dei nostri cuori finiscano nel portafogli del tom barrack di turno.
Mi contatti.
Faccia girare questo appello.
Scriva, protestando, alla Regione.
Prepareremo un manifesto, cercheremo adesioni di donne e di uomini, di associazioni, un movimento di pressione e di azione, sotto le finestre del Palazzo e davanti alle ruspe dei palazzinari.
Dobbiamo fermare la devastazione.
Vi aspetto
Sandro Martis
Il 27 Aprile, sul sito internet della Regione Sardegna, è apparso un "Bando per la cessione, riqualificazione e trasformazione di ambiti di particolare interesse paesaggistico del parco geominerario della Sardegna".
Sono messe in vendita, l'area di "Masua e Monte Agruxau, della superficie territoriale di circa 318.00 ettari" e l'area di "Ingurtosu, Pitzinurri e Naracauli, superficie territoriale di circa 329.00 ettari".
Per farne cosa? Il bando è molto chiaro, dice tra l'altro: "Strutture alberghiere ricettive con annessi centri benessere, strutture sportive e per il golf".
A che prezzo? Recita il bando: "Euro 32.520.000 per lacquisto del compendio immobiliare di Masua e Monte Agruxau, e di Euro 11.000.000 per il compendio immobiliare di Ingurtosu-Pitzinurri-Naracauli".
Dice il bando, e sembra una beffa: "Sono le architetture di un'epoca passata, elegantissime, sui fianchi delle alte colline affacciate verso il mare, a volte a ridosso delle spiagge, sovrastate dalle creste di una catena montuosa frastagliata, fra boschi di leccio, macchia mediterranea, foreste protette. Sorgono in una zona costiera, in gran parte intatta e scampata alla edificazione che ha interessato molti altri tratti della costa Sarda, e carica di suggestione, di bellezza e fascino. Un vero spettacolo della natura".
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TUTTO QUESTO E' DEI SARDI. DA DOMANI SARA' DI QUALCUN ALTRO
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Un vero "spettacolo della natura", che, per una cifra irrisoria, ci si appresta a regalare alle multinazionali del mattone.
Un vero "spettacolo della natura", "scampato all'edificazione", afferma la Regione, è destinato all'edificazione, afferma la Regione.
Basta!
La Sardegna ha già dato!
Inquinamento, sfruttamento selvaggio delle coste, distruzione del patrimonio storico e ambientale!
La Terra Sarda è dei Sardi: nessun presidente di Regione può permettersi di regalarla ad altri
Per farne cosa, poi? Alberghi e campi da golf! Di proprietà delle multinazionali, gestiti dalle multinazionali, dove l'unica funzione dei Sardi sarebbe ancora una volta quella di cameriere.
In una zona delicatissima da un punto di vista ambientale, dove tutti possono ammirare il cervo sardo in libertà o le bellissime dune di Piscinas, le magnifiche rovine di Naracauli, e degli altri siti in svendita, plastificate e trasformate in albergo di lusso, permetterebbero solo a Lorsignori di fruire dello "spettacolo della natura" che fino a ieri era dei Sardi.
Ma il Presidente, non "ragionava" diversamente?
I campi da golf, specie in regioni con scarsità d'acqua, sono un'autentica bestemmia ambientale! Si vuole perseverare?
Nel bando si parla della necessità di effettuare una bonifica ambientale, salvo spiegare che sarebbe a carico della Regione.
Noi ci prendiamo l'onere della bonifica, mentre il compratore si prende lo "spettacolo della natura"!
Privatizzazione dei benefici e socializzazione dei costi. Niente male!
Perché, tutto questo?
E' l'ennesima dimostrazione dell'atavica incapacità della nostra classe politica di esercitare una pratica amministrativa che non sia svendita della dignità, della cultura e della storia dei Sardi o c'è dell'altro?
Perché si vuole regalare una zona tra le più belle della nostra bella isola, per farne altri alberghi e campi da golf?
Se si è già devastato buona parte delle coste, se proprio si sentisse il bisogno di devastare ancora, e solo per creare pochi posti di lavoro subalterno, stagionale e ipersfuttato, non si potrebbe costruire in zone ormai compromesse?
E se lo si dovesse fare, ma altrove, non sarebbe meglio effettuare uno studio, coinvolgendo università e associazioni ecologiste, di "riconversione ambientale" anche finalizzata alla creazione di redditi, che incentivasse la costituzione di cooperative o imprese di giovani, e le supportasse e indirizzasse, piuttosto che vendere al palazzinaro di turno?
Si creerebbe vero benessere, visto che i Sardi verremmo coinvolti nel processo imprenditoriale, e non ridotti a manovalanza salariata. Si avrebbe un maggiore, totale, rispetto dell'ambiente, visto che le strutture sarebbero utilizzate solo per il loro richiamo archeologico minerario, e non trasformate in centri benessere per miliardari.
Ma la Regione vuole vendere. Perché?
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DOBBIAMO FERMARE LA DEVASTAZIONE
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Appello ai Sardi
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Chiunque condivida la preoccupazione per ciò che sta avvenendo. Chiunque abbia a cuore la dignità del popolo Sardo e la tutela del suo patrimonio storico, culturale e ambientale. Chiunque, passando per quei luoghi, quelle magnifiche rovine, si sia commossa o commosso sentendo ancora risuonare i colpi di piccone dei nostri nonni che scavavano, a prezzo della loro vita nei cunicoli delle miniere, per regalarci un futuro migliore.
Chiunque non voglia che quei pezzi dei nostri cuori finiscano nel portafogli del tom barrack di turno.
Mi contatti.
Faccia girare questo appello.
Scriva, protestando, alla Regione.
Prepareremo un manifesto, cercheremo adesioni di donne e di uomini, di associazioni, un movimento di pressione e di azione, sotto le finestre del Palazzo e davanti alle ruspe dei palazzinari.
Dobbiamo fermare la devastazione.
Vi aspetto
Sandro Martis
domenica, maggio 28, 2006
SINDROME DI QUIRRA: altri due militari malati
Comitato sardo Gettiamo le Basi
27 maggio 2006
Da fonte autorevole abbiamo conferma di due nuovi casi, segnalati da tempo a Gettiamo le Basi, di militari di leva arruolati in Marina colpiti da leucemia dopo aver prestato servizio nel Poligono Interforze Salto di Quirra e alla Maddalena.
I due ragazzi, E. P. e S. L., sono in cura e sono sardi. Nel rispetto della loro scelta del silenzio e dellanonimato, si evita di fornire dati che possano identificarli.
Inquieta constatare che nel luglio 2003 la stessa patologia ha ucciso M. M., anche lui sardo, anche lui arruolato in Marina, in servizio nel poligono della morte nello stesso arco di tempo: maggio/novembre 1999. Strane "coincidenze" che richiamano quelle analoghe verificatesi nel poligono di Capo Frasca: Maurizio Serra e Gianni Faedda colpiti entrambi da tumore cerebrale dopo aver prestato servizio di leva quasi nello stesso periodo.
I dati raccolti da Gettiamo le Basi, approssimativi per forte difetto, sui militari in servizio nel poligono Salto di Quirra colpiti da tumori emolinfatici salgono a quota 15. Quindici militari, in prevalenza ragazzi in servizio di leva, colpiti dalle stesse patologie correlate alle radiazioni ionizzanti ed eletromagnetiche che falcidiano i militari inviati nei teatri di guerra e le popolazioni aggredite. Le stesse patologie che stanno sterminando gli abitanti della piccola frazione di Quirra: 150 abitanti, 20 persone colpite da tumori al sistema emolinfatico. I dati della strage in corso sono noti dal 2001. La risposta finora è stata un susseguirsi di indagini compiacenti da due soldi finalizzate a NON TROVARE e acquietare lopinione pubblica, indagini che hanno individuato fantasiosi agenti patogeni e indicato cervellotiche piste di ulteriori ricerche infinite per sviare i sospetti/certezze dalla struttura militare, lunica fonte di radiazioni ionizzanti ed elettromagnetiche presente nel territorio.
Si ribadisce l'esigenza indilazionabile di una immediata sospensione di tutte le attività dei poligoni, almeno fino quando non siano stati individuati ed eliminati gli agenti killer. Lo impone il buon senso e lo impone la normativa internazionale che obbliga gli Stati all'osservanza del principio di precauzione (Protocollo di Rio).
E' improcrastinabile un'indagine seria e accurata, un'indagine controllata dal basso, un'attenta verifica del disastro sanitario e ambientale come preliminare ad un'azione di radicale bonifica.
Conosciamo bene la portata della richiesta. Fonti autorevoli e non sospette forniscono cifre precise e stime complessive: il costo di un'indagine adeguata, limitata alla sola zona a terra del poligono Quirra-Perdasdefogu, è paragonabile a quello di due manovre finanziarie. Per i costi successivi della bonifica si hanno le valutazioni del CNR riferite alla zona a mare prossima alla costa del poligono di Capo Teulada: "costi astronomici".
Il governo italiano può reperire i fondi necessari abbandonando le costose e immorali "missioni" di guerre coloniali in corso, può e deve investire subito le risorse adeguate per porre fine allo scempio della nostra terra e delle nostre vite.
Comitato sardo Gettiamo le Basi
27 maggio 2006
SINDROME DI QUIRRA: altri due militari malati dopo aver prestato servizio di leva nel poligono della morte e alla Maddalena
Da fonte autorevole abbiamo conferma di due nuovi casi, segnalati da tempo a Gettiamo le Basi, di militari di leva arruolati in Marina colpiti da leucemia dopo aver prestato servizio nel Poligono Interforze Salto di Quirra e alla Maddalena.
I due ragazzi, E. P. e S. L., sono in cura e sono sardi. Nel rispetto della loro scelta del silenzio e dellanonimato, si evita di fornire dati che possano identificarli.
Inquieta constatare che nel luglio 2003 la stessa patologia ha ucciso M. M., anche lui sardo, anche lui arruolato in Marina, in servizio nel poligono della morte nello stesso arco di tempo: maggio/novembre 1999. Strane "coincidenze" che richiamano quelle analoghe verificatesi nel poligono di Capo Frasca: Maurizio Serra e Gianni Faedda colpiti entrambi da tumore cerebrale dopo aver prestato servizio di leva quasi nello stesso periodo.
I dati raccolti da Gettiamo le Basi, approssimativi per forte difetto, sui militari in servizio nel poligono Salto di Quirra colpiti da tumori emolinfatici salgono a quota 15. Quindici militari, in prevalenza ragazzi in servizio di leva, colpiti dalle stesse patologie correlate alle radiazioni ionizzanti ed eletromagnetiche che falcidiano i militari inviati nei teatri di guerra e le popolazioni aggredite. Le stesse patologie che stanno sterminando gli abitanti della piccola frazione di Quirra: 150 abitanti, 20 persone colpite da tumori al sistema emolinfatico. I dati della strage in corso sono noti dal 2001. La risposta finora è stata un susseguirsi di indagini compiacenti da due soldi finalizzate a NON TROVARE e acquietare lopinione pubblica, indagini che hanno individuato fantasiosi agenti patogeni e indicato cervellotiche piste di ulteriori ricerche infinite per sviare i sospetti/certezze dalla struttura militare, lunica fonte di radiazioni ionizzanti ed elettromagnetiche presente nel territorio.
Si ribadisce l'esigenza indilazionabile di una immediata sospensione di tutte le attività dei poligoni, almeno fino quando non siano stati individuati ed eliminati gli agenti killer. Lo impone il buon senso e lo impone la normativa internazionale che obbliga gli Stati all'osservanza del principio di precauzione (Protocollo di Rio).
E' improcrastinabile un'indagine seria e accurata, un'indagine controllata dal basso, un'attenta verifica del disastro sanitario e ambientale come preliminare ad un'azione di radicale bonifica.
Conosciamo bene la portata della richiesta. Fonti autorevoli e non sospette forniscono cifre precise e stime complessive: il costo di un'indagine adeguata, limitata alla sola zona a terra del poligono Quirra-Perdasdefogu, è paragonabile a quello di due manovre finanziarie. Per i costi successivi della bonifica si hanno le valutazioni del CNR riferite alla zona a mare prossima alla costa del poligono di Capo Teulada: "costi astronomici".
Il governo italiano può reperire i fondi necessari abbandonando le costose e immorali "missioni" di guerre coloniali in corso, può e deve investire subito le risorse adeguate per porre fine allo scempio della nostra terra e delle nostre vite.
Comitato sardo Gettiamo le Basi
sabato, maggio 27, 2006
ABBALIBERA PRO TOTTUS SOS SARDOS
CAGLIARI, 23 MAGGIO 2006
ABBALIBERA PRO TOTTUS SOS SARDOS
ACQUA PUBBLICA: UN BENE COMUNE PER TUTTI I SARDI
L’acqua, per la scarsità con cui è presente in natura, e per la sua contestuale funzione di bene di prima necessità, per la vita in generale e per lo sviluppo di un popolo e del suo territorio, è indubbio che costituisca una risorsa di rilevanza strategica fondamentale, e quindi da sempre ambita dai potenti di turno.
In Sardegna il Sistema Idrico Integrato nasce nel 1957, anno in cui, anticipando di 40 anni la Galli, vede la luce l’Ente Sardo Acquedotti e Fognature, costituito appositamente per gestire e potenziare le strutture acquedottistiche e fognarie regionali: il sistema idrico integrato per l’appunto.
Il legislatore nazionale, con la Legge 36/94 (la suddetta Legge Galli), nell’ottica di un complessivo riordino del settore idrico in campo nazionale, per ovviare all’eccessiva frammentazione nel governo e nella gestione del servizio, per effetto di diverse e successive modifiche normative, ha finito invece col trasformare l’accesso all’acqua potabile, da diritto universale a merce da consegnare al mercato.
La Sardegna poi, con la L.R. n. 29/97, nel recepire pedissequamente la Galli, ha, per l’ennesima volta, perso l’occasione per far valere la specialità del suo statuto, non riuscendo ad adattare la riforma, sicuramente necessaria, alle particolari e singolari caratteristiche della nostra regione.
Le sole note positive, contenute nella LR 29/97, sono: l’individuazione dell’unico ambito territoriale ottimale coincidente col territorio regionale; l’individuazione di un soggetto gestore unico, e conseguentemente, l’adozione di un’ unica tariffa regionale.
La L.R. 29/97, per tutti gli altri aspetti, è stata, fin dalla sua adozione, fortemente contestata dai dipendenti dell’ex ESAF sostenuti dai Sindacati della funzione pubblica di CGIL, CISL e UIL, e, nei contenuti, ritardata e in parte modificata nell’applicazione grazie a dieci anni di lotte, manifestazioni e scioperi, che, quantomeno, hanno scongiurato il ricorso alla gara internazionale per l’affidamento del servizio ad una delle spietate multinazionali delle acque.
Si è arrivati così, nel 2004, dopo diversi anni di lotte e modifiche normative, alla costituzione dell’Autorità d’Ambito territoriale ottimale (ATO) della Sardegna, e all’affidamento, nel 2005, attraverso il cosiddetto sistema “in house”, al soggetto gestore unico: Abbanoa s.p.a.
Questo avviene oggi in Sardegna, mentre in diversi paesi Europei si torna indietro dopo anni di evidenti fallimenti delle privatizzazioni di stampo liberista; tra questi paesi c’è la Germania (dove non si attuano più privatizzazioni del servizio idrico e da quelle già realizzate si torna indietro), il Belgio (in cui hanno oramai abbandonato ogni velleità di tipo privatistica), la Francia (nel paese di tre tra le più grandi multiutilities mondiali dell’acqua i Comuni stanno riprendendo in mano la gestione), la Svezia (di privatizzare l’acqua non se ne parla più da tempo), l’Olanda (dove, nel settembre 2004 il Parlamento ha deciso di impedire ogni forma di privatizzazione dell’acqua e dei servizi idrici), e il Regno Unito (paese in cui, seppur ancora non si ripensa alla ripubblicizzazione del servizio idrico così come è avvenuto in diversi altri casi di privatizzazione attuati dal Governo Tatcher, le ultime notizie parlano di servizi altamente scadenti, tariffe alle stelle, perdite idriche nelle infrastrutture intorno al 80% e, dulcis in fundo, forti crisi d’azienda con i lavoratori a rischio salario).
Quindi, mentre nella gran parte degli stati europei si inizia una graduale ripubblicizzazione della gestione dei servizi idrici, ed in Italia sono in corso diversi ripensamenti in tal senso, (vedi i recenti casi di Napoli, della Toscana e della Puglia), da noi in Sardegna, a conferma dell’atavico ritardo rispetto al resto del mondo industrializzato, l’attuale governo regionale procede, noncurante delle esperienze negative già fatte negli altri stati europei, verso una sconclusionata forma di privatizzazione. Per di più, lo stesso Governo regionale si mostra colpevolmente indifferente rispetto ai rischi ed ai problemi sociali che da tale privatizzazione ne scaturiranno; problemi già ampiamente denunciati sia dai Sindacati che dalle Associazioni in difesa dei consumatori e dei cittadini anche in questi ultimi giorni.
Si pensi che l’attuale tariffa media stabilita dall’Ambito di € 1,14 mc (la tariffa media praticata dall’ESAF fino al 2004 era di € 0,70 mc), si è già dimostrata insufficiente per la copertura dei soli costi di gestione.
Infatti, per questo motivo, Abbanoa pensa di portarla già per l’anno in corso ad € 1,40 mc (+ € 0,26 rispetto a quella oggi autorizzata dall’ATO; e ben + € 0,70 rispetto a quella dell’ex gestore pubblico regionale: l’Esaf). Ma non basta, infatti Abbanoa prevede di doverla portare ad € 1,99 mc entro il 2012.
Se si tiene quindi conto che ai costi di sola gestione (a totale carico della tariffa), vanno poi aggiunti gli oneri, per adesso non ancora considerati, relativi agli investimenti per il rifacimento delle infrastrutture, si arriverà, come da tempo denunciato, ad un costo medio di produzione di 1 mc d’acqua intorno ai €.3,00 che, lo ribadiamo ancora una volta, dovrà essere coperto per intero dalla tariffa applicata, sia secondo la Galli e la LR 29/97, sia secondo il recentissimo testo unico dell’ambiente (D.Lgs 152/06).
L’oggetto del contendere quindi è il costo di produzione dell’acqua potabile che, per questioni oggettive relative alla conformazione orografica prevalentemente montuosa della nostra regione, ed alla scarsa qualità e quantità della risorsa in natura (niente laghi naturali, fiumi o ghiacciai), fanno si che il costo industriale di produzione a mc dell’acqua potabile in Sardegna salga considerevolmente.
Questo principio vale ancor di più se si paragona il caso Sardegna, per esempio, col caso Roma, dove, seppur l’ACEA applica tariffe più alte rispetto ad Abbanoa, come noto, dispone di acque sorgive di ottima qualità vicine all’utenza (Apennini), trasportate per sola gravità e per di più attraverso schemi acquedottistici semplici che in molti casi coincidono con i tracciati originali degli antichi romani.
E’ quindi il principio fondamentale della Galli (la tariffa deve coprire i costi di gestione e di investimento), che in Sardegna trova difficile applicazione senza importanti ripercussioni sull’intero sistema sociale. L’ESAF dal canto suo, proprio a causa delle tariffe di tipo sociale applicate, beneficiava di un contributo regionale di circa 25 M€ per portare a pareggio il proprio bilancio. Esisteva quindi un giusto contributo della fiscalità generale allo scopo di sostenere la tariffa, di tipo sociale, applicata (€ 0,70 mc).
Quale è allora la ratio di questa assurda riforma? Meramente una questione economica? Oppure di sola facciata e tendente ad alleggerire le spese della Regione? Oppure, ancora peggio, quella di arricchire le tasche di qualche privato in agguato?
Questo mistero, come uno spettro, aleggia tra le stanze della Giunta e del Consiglio Regionale sotto la regia della Politica e dei poteri forti che contano. Quello che è certo invece, è che a pagare i conti, a prescindere dalla vera natura della riforma, saranno, da una parte tutti i cittadini attraverso le future tariffe, e dall’altra i lavoratori del comparto dove, già oggi, circa 300 (precari) rischiano il posto di lavoro ed hanno già visto ridotti i propri diritti contrattuali, altri 500 (appalti) non conoscono il proprio futuro lavorativo, e dove altri 500 (gli ex dipendenti ESAF), malgrado le leggi, rischiano di vedere ridotti i propri diritti contrattuali.
Il nostro obiettivo non può quindi essere l’accettazione passiva dell’affidamento in house ad Abbanoa s.p.a. della gestione del S.I.I., poiché questa soluzione è altamente rischiosa e lascia aperta la possibilità di successive privatizzazioni in momenti di difficoltà economica del gestore (ricapitalizzazione della società o vendita delle quote azionarie dei comuni). Già oggi, Abbanoa, si viene a trovare in una situazione di estrema difficoltà a soli 5 mesi dall’inizio della sua attività (70 M€ di esposizione verso banche e fornitori).
L’affidamento in house, che conferisce la gestione diretta ad una S.P.A. a totale capitale pubblico, risulta incompatibile con qualsiasi controllo democratico, ed è inaccettabile per chi, come noi, si batte per un governo pubblico e partecipato dei beni comuni. Le società per azioni, infatti, pubbliche o private che siano, hanno come fine la massimizzazione dei profitti e l’esternalizzazione dei costi.
Noi, dunque, pur essendo consapevoli che la riforma nel settore era ed è necessaria, riteniamo debba essere finalizzata alla realizzazione del miglior servizio ed all’abbattimento dei costi, e non, come invece si prefigura oggi, debba effettuarsi attraverso l’aumento indiscriminato delle tariffe e all’attacco dei diritti dei lavoratori. Per invertire il processo di privatizzazione della gestione dell’acqua innescato in Sardegna dal pedissequo recepimento della Galli, occorre intraprendere un analogo percorso a quello già avviato dai movimenti delle altre regioni italiane. I movimenti Toscani, ad esempio, hanno raccolto 40.000 firme per la presentazione al Consiglio Regionale della Toscana, di una proposta di legge di iniziativa popolare.
Noi chiediamo che l’acqua, come bene essenziale alla vita, sia parte integrante di una politica dei beni comuni, ed il governo regionale riveda completamente il quadro legislativo e regolatore, operando un profondo aggiustamento alle leggi fin qui adottate, i cui principi devono essere sviluppati ed adattati alle specifiche realtà. Al Governo regionale chiediamo di riappropriarsi della maggioranza delle quote di Abbanoa SpA al fine di, ricapitalizzando la società, scongiurare il fallimento o la cessione di quote ai privati.
Per far si che questo avvenga, e col fine di invertire questo assurdo e sbagliato processo di privatizzazione, occorre intraprendere una iniziativa analoga a quella dei movimenti delle altre regioni.
Nasce anche in Sardegna il comitato per far riconoscere l’acqua come bene assoluto di prima necessità, denominato ABBALIBERA, con lo scopo di ricondurre dentro la gestione pubblica il bene comune dell’acqua, anche attraverso una raccolta di firme per una proposta di legge di iniziativa popolare, al comitato aderiscono:
CGIL-FP; CISL-FP; UIL-FPL; FEDRO; ADICONSUM; SOCIAL FORUM; LEGAMBIENTE; A.R.N.M. QUARTU; BANCA DEL TEMPO GUSPINI; FIDAPA; ECOLOGIA POLITICA; ASS.NE ASQUER DIR. BENI PUBBL.; S.C.I .; ACQUA GRAVITÀ’; LA PERGAMENA; ASSOCIAZIONE APRILE; CITTÀ CICLABILE; ASSOCIAZIONE I SARDI; COM.TO REDDITO CITTADINANZA; FORUM DELLE DONNE; CAROVANA SARDA DELLA PACE; COM.TO PARTECIPAZIONE POPOLARE DI MONSERRATO;
ABBALIBERA PRO TOTTUS SOS SARDOS
ACQUA PUBBLICA: UN BENE COMUNE PER TUTTI I SARDI
L’acqua, per la scarsità con cui è presente in natura, e per la sua contestuale funzione di bene di prima necessità, per la vita in generale e per lo sviluppo di un popolo e del suo territorio, è indubbio che costituisca una risorsa di rilevanza strategica fondamentale, e quindi da sempre ambita dai potenti di turno.
In Sardegna il Sistema Idrico Integrato nasce nel 1957, anno in cui, anticipando di 40 anni la Galli, vede la luce l’Ente Sardo Acquedotti e Fognature, costituito appositamente per gestire e potenziare le strutture acquedottistiche e fognarie regionali: il sistema idrico integrato per l’appunto.
Il legislatore nazionale, con la Legge 36/94 (la suddetta Legge Galli), nell’ottica di un complessivo riordino del settore idrico in campo nazionale, per ovviare all’eccessiva frammentazione nel governo e nella gestione del servizio, per effetto di diverse e successive modifiche normative, ha finito invece col trasformare l’accesso all’acqua potabile, da diritto universale a merce da consegnare al mercato.
La Sardegna poi, con la L.R. n. 29/97, nel recepire pedissequamente la Galli, ha, per l’ennesima volta, perso l’occasione per far valere la specialità del suo statuto, non riuscendo ad adattare la riforma, sicuramente necessaria, alle particolari e singolari caratteristiche della nostra regione.
Le sole note positive, contenute nella LR 29/97, sono: l’individuazione dell’unico ambito territoriale ottimale coincidente col territorio regionale; l’individuazione di un soggetto gestore unico, e conseguentemente, l’adozione di un’ unica tariffa regionale.
La L.R. 29/97, per tutti gli altri aspetti, è stata, fin dalla sua adozione, fortemente contestata dai dipendenti dell’ex ESAF sostenuti dai Sindacati della funzione pubblica di CGIL, CISL e UIL, e, nei contenuti, ritardata e in parte modificata nell’applicazione grazie a dieci anni di lotte, manifestazioni e scioperi, che, quantomeno, hanno scongiurato il ricorso alla gara internazionale per l’affidamento del servizio ad una delle spietate multinazionali delle acque.
Si è arrivati così, nel 2004, dopo diversi anni di lotte e modifiche normative, alla costituzione dell’Autorità d’Ambito territoriale ottimale (ATO) della Sardegna, e all’affidamento, nel 2005, attraverso il cosiddetto sistema “in house”, al soggetto gestore unico: Abbanoa s.p.a.
Questo avviene oggi in Sardegna, mentre in diversi paesi Europei si torna indietro dopo anni di evidenti fallimenti delle privatizzazioni di stampo liberista; tra questi paesi c’è la Germania (dove non si attuano più privatizzazioni del servizio idrico e da quelle già realizzate si torna indietro), il Belgio (in cui hanno oramai abbandonato ogni velleità di tipo privatistica), la Francia (nel paese di tre tra le più grandi multiutilities mondiali dell’acqua i Comuni stanno riprendendo in mano la gestione), la Svezia (di privatizzare l’acqua non se ne parla più da tempo), l’Olanda (dove, nel settembre 2004 il Parlamento ha deciso di impedire ogni forma di privatizzazione dell’acqua e dei servizi idrici), e il Regno Unito (paese in cui, seppur ancora non si ripensa alla ripubblicizzazione del servizio idrico così come è avvenuto in diversi altri casi di privatizzazione attuati dal Governo Tatcher, le ultime notizie parlano di servizi altamente scadenti, tariffe alle stelle, perdite idriche nelle infrastrutture intorno al 80% e, dulcis in fundo, forti crisi d’azienda con i lavoratori a rischio salario).
Quindi, mentre nella gran parte degli stati europei si inizia una graduale ripubblicizzazione della gestione dei servizi idrici, ed in Italia sono in corso diversi ripensamenti in tal senso, (vedi i recenti casi di Napoli, della Toscana e della Puglia), da noi in Sardegna, a conferma dell’atavico ritardo rispetto al resto del mondo industrializzato, l’attuale governo regionale procede, noncurante delle esperienze negative già fatte negli altri stati europei, verso una sconclusionata forma di privatizzazione. Per di più, lo stesso Governo regionale si mostra colpevolmente indifferente rispetto ai rischi ed ai problemi sociali che da tale privatizzazione ne scaturiranno; problemi già ampiamente denunciati sia dai Sindacati che dalle Associazioni in difesa dei consumatori e dei cittadini anche in questi ultimi giorni.
Si pensi che l’attuale tariffa media stabilita dall’Ambito di € 1,14 mc (la tariffa media praticata dall’ESAF fino al 2004 era di € 0,70 mc), si è già dimostrata insufficiente per la copertura dei soli costi di gestione.
Infatti, per questo motivo, Abbanoa pensa di portarla già per l’anno in corso ad € 1,40 mc (+ € 0,26 rispetto a quella oggi autorizzata dall’ATO; e ben + € 0,70 rispetto a quella dell’ex gestore pubblico regionale: l’Esaf). Ma non basta, infatti Abbanoa prevede di doverla portare ad € 1,99 mc entro il 2012.
Se si tiene quindi conto che ai costi di sola gestione (a totale carico della tariffa), vanno poi aggiunti gli oneri, per adesso non ancora considerati, relativi agli investimenti per il rifacimento delle infrastrutture, si arriverà, come da tempo denunciato, ad un costo medio di produzione di 1 mc d’acqua intorno ai €.3,00 che, lo ribadiamo ancora una volta, dovrà essere coperto per intero dalla tariffa applicata, sia secondo la Galli e la LR 29/97, sia secondo il recentissimo testo unico dell’ambiente (D.Lgs 152/06).
L’oggetto del contendere quindi è il costo di produzione dell’acqua potabile che, per questioni oggettive relative alla conformazione orografica prevalentemente montuosa della nostra regione, ed alla scarsa qualità e quantità della risorsa in natura (niente laghi naturali, fiumi o ghiacciai), fanno si che il costo industriale di produzione a mc dell’acqua potabile in Sardegna salga considerevolmente.
Questo principio vale ancor di più se si paragona il caso Sardegna, per esempio, col caso Roma, dove, seppur l’ACEA applica tariffe più alte rispetto ad Abbanoa, come noto, dispone di acque sorgive di ottima qualità vicine all’utenza (Apennini), trasportate per sola gravità e per di più attraverso schemi acquedottistici semplici che in molti casi coincidono con i tracciati originali degli antichi romani.
E’ quindi il principio fondamentale della Galli (la tariffa deve coprire i costi di gestione e di investimento), che in Sardegna trova difficile applicazione senza importanti ripercussioni sull’intero sistema sociale. L’ESAF dal canto suo, proprio a causa delle tariffe di tipo sociale applicate, beneficiava di un contributo regionale di circa 25 M€ per portare a pareggio il proprio bilancio. Esisteva quindi un giusto contributo della fiscalità generale allo scopo di sostenere la tariffa, di tipo sociale, applicata (€ 0,70 mc).
Quale è allora la ratio di questa assurda riforma? Meramente una questione economica? Oppure di sola facciata e tendente ad alleggerire le spese della Regione? Oppure, ancora peggio, quella di arricchire le tasche di qualche privato in agguato?
Questo mistero, come uno spettro, aleggia tra le stanze della Giunta e del Consiglio Regionale sotto la regia della Politica e dei poteri forti che contano. Quello che è certo invece, è che a pagare i conti, a prescindere dalla vera natura della riforma, saranno, da una parte tutti i cittadini attraverso le future tariffe, e dall’altra i lavoratori del comparto dove, già oggi, circa 300 (precari) rischiano il posto di lavoro ed hanno già visto ridotti i propri diritti contrattuali, altri 500 (appalti) non conoscono il proprio futuro lavorativo, e dove altri 500 (gli ex dipendenti ESAF), malgrado le leggi, rischiano di vedere ridotti i propri diritti contrattuali.
Il nostro obiettivo non può quindi essere l’accettazione passiva dell’affidamento in house ad Abbanoa s.p.a. della gestione del S.I.I., poiché questa soluzione è altamente rischiosa e lascia aperta la possibilità di successive privatizzazioni in momenti di difficoltà economica del gestore (ricapitalizzazione della società o vendita delle quote azionarie dei comuni). Già oggi, Abbanoa, si viene a trovare in una situazione di estrema difficoltà a soli 5 mesi dall’inizio della sua attività (70 M€ di esposizione verso banche e fornitori).
L’affidamento in house, che conferisce la gestione diretta ad una S.P.A. a totale capitale pubblico, risulta incompatibile con qualsiasi controllo democratico, ed è inaccettabile per chi, come noi, si batte per un governo pubblico e partecipato dei beni comuni. Le società per azioni, infatti, pubbliche o private che siano, hanno come fine la massimizzazione dei profitti e l’esternalizzazione dei costi.
Noi, dunque, pur essendo consapevoli che la riforma nel settore era ed è necessaria, riteniamo debba essere finalizzata alla realizzazione del miglior servizio ed all’abbattimento dei costi, e non, come invece si prefigura oggi, debba effettuarsi attraverso l’aumento indiscriminato delle tariffe e all’attacco dei diritti dei lavoratori. Per invertire il processo di privatizzazione della gestione dell’acqua innescato in Sardegna dal pedissequo recepimento della Galli, occorre intraprendere un analogo percorso a quello già avviato dai movimenti delle altre regioni italiane. I movimenti Toscani, ad esempio, hanno raccolto 40.000 firme per la presentazione al Consiglio Regionale della Toscana, di una proposta di legge di iniziativa popolare.
Noi chiediamo che l’acqua, come bene essenziale alla vita, sia parte integrante di una politica dei beni comuni, ed il governo regionale riveda completamente il quadro legislativo e regolatore, operando un profondo aggiustamento alle leggi fin qui adottate, i cui principi devono essere sviluppati ed adattati alle specifiche realtà. Al Governo regionale chiediamo di riappropriarsi della maggioranza delle quote di Abbanoa SpA al fine di, ricapitalizzando la società, scongiurare il fallimento o la cessione di quote ai privati.
Per far si che questo avvenga, e col fine di invertire questo assurdo e sbagliato processo di privatizzazione, occorre intraprendere una iniziativa analoga a quella dei movimenti delle altre regioni.
Nasce anche in Sardegna il comitato per far riconoscere l’acqua come bene assoluto di prima necessità, denominato ABBALIBERA, con lo scopo di ricondurre dentro la gestione pubblica il bene comune dell’acqua, anche attraverso una raccolta di firme per una proposta di legge di iniziativa popolare, al comitato aderiscono:
CGIL-FP; CISL-FP; UIL-FPL; FEDRO; ADICONSUM; SOCIAL FORUM; LEGAMBIENTE; A.R.N.M. QUARTU; BANCA DEL TEMPO GUSPINI; FIDAPA; ECOLOGIA POLITICA; ASS.NE ASQUER DIR. BENI PUBBL.; S.C.I .; ACQUA GRAVITÀ’; LA PERGAMENA; ASSOCIAZIONE APRILE; CITTÀ CICLABILE; ASSOCIAZIONE I SARDI; COM.TO REDDITO CITTADINANZA; FORUM DELLE DONNE; CAROVANA SARDA DELLA PACE; COM.TO PARTECIPAZIONE POPOLARE DI MONSERRATO;
Precipitano due aerei militari nei mari sardi
COMITATO SARDO GETTIAMO LE BASI
Comunicato stampa: 23 maggio 2006
Oggetto: precipitano due aerei militari nei mari sardi
Ancora una volta dobbiamo ringraziare Sant’Efisio, o la Dea Fortuna, per la
scampata strage.
La gioia per la tragedia evitata, anestetizza e appanna l’inquietante
conferma del rischio costante cui siamo esposti dalle perenni manovre di
guerra nella nostra terra, nel nostro mare, nel nostro cielo.
Non si può, però, abusare della benevolenza e della pazienza, neanche di
quella di un santo o di una dea, continuando a sfidare la sorte. Non si può
continuare a permettere che la Sardegna sia usata come un campo di battaglia
che non conosce punti protetti, una palestra di guerre infinite “giocate”
con vere armi e veri strumenti di guerra.
L’incidente di ieri notte deve segnare la fine del tempo di denunce,
recriminazioni e piagnistei.
Ogni ulteriore esercitazione militare va considerata come atto di ostilità
nei confronti del popolo sardo.
Non è più tollerabile un’altra aggressione, si chiami “Spring Flag” o
“Destined Glory”.
L’anno scorso è precipitato “l’aereo da rottamazione” AMX, ieri due F16 che
ci vengono presentati come veri gioiellini da guerra tecnologica. E il
prossimo aereo? Precipiterà su
Cagliari? Su qualche sperduto paesino dello sterminato campo di battaglia
che è la Sardegna?
Non è più sopportabile che si continui a fare scempio della nostra isola e
si mantengano le nostre vite sospese al filo della sorte.
INVITIAMO
-il Capo supremo delle FF. AA, Presidente della Repubblica, Giorgio
Napolitano
-il ministro alla Difesa, Arturo Parisi
ad impartire disposizioni per l’abolizione immediata di tutte le
esercitazioni in corso e in programma in Sardegna.
INVITIAMO
- Governo, Parlamento, Senato, forze politiche e organizzazioni di massa
ad attivarsi in modo da non rendersi complici dell’aggressione.
COMITATO SARDO GETTIAMO LE BASI
tel 3386132753
******************
UNA LEZIONE DI "EDUCAZIONE AMBIENTALE" CON LE STELLETTE
Parlando in conferenza stampa (24/5/06) il capo di Stato Maggiore, il
generale Tricarico, ha escluso che sia necessario recuperare gli aerei
precipitati a ridosso dell'Area marina protetta di Capo Carbonara in quanto
"le potenzialità inquinanti dei velivoli sono assolutamente insignificanti e
trascurabili".
Pur prendendo per buone le rassicurazioni sulla non pericolosità delle
sostanze contenute a bordo, non si può non registrare l'ennesima lezione di
"educazione ambientale" che ci viene impartita: è lecito abbandonare rottami
e rifiuti in mare anche in prossimità delle Aree protette.
Non sappiamo se le Forze Armate propugnino questo "diritto" anche per tutti
i cittadini o se rivendichino l'esclusiva, il monopolio assoluto all'uso
della pattumiera mare.
Comitato sardo Gettiamo le Basi
Comunicato stampa: 23 maggio 2006
Oggetto: precipitano due aerei militari nei mari sardi
Ancora una volta dobbiamo ringraziare Sant’Efisio, o la Dea Fortuna, per la
scampata strage.
La gioia per la tragedia evitata, anestetizza e appanna l’inquietante
conferma del rischio costante cui siamo esposti dalle perenni manovre di
guerra nella nostra terra, nel nostro mare, nel nostro cielo.
Non si può, però, abusare della benevolenza e della pazienza, neanche di
quella di un santo o di una dea, continuando a sfidare la sorte. Non si può
continuare a permettere che la Sardegna sia usata come un campo di battaglia
che non conosce punti protetti, una palestra di guerre infinite “giocate”
con vere armi e veri strumenti di guerra.
L’incidente di ieri notte deve segnare la fine del tempo di denunce,
recriminazioni e piagnistei.
Ogni ulteriore esercitazione militare va considerata come atto di ostilità
nei confronti del popolo sardo.
Non è più tollerabile un’altra aggressione, si chiami “Spring Flag” o
“Destined Glory”.
L’anno scorso è precipitato “l’aereo da rottamazione” AMX, ieri due F16 che
ci vengono presentati come veri gioiellini da guerra tecnologica. E il
prossimo aereo? Precipiterà su
Cagliari? Su qualche sperduto paesino dello sterminato campo di battaglia
che è la Sardegna?
Non è più sopportabile che si continui a fare scempio della nostra isola e
si mantengano le nostre vite sospese al filo della sorte.
INVITIAMO
-il Capo supremo delle FF. AA, Presidente della Repubblica, Giorgio
Napolitano
-il ministro alla Difesa, Arturo Parisi
ad impartire disposizioni per l’abolizione immediata di tutte le
esercitazioni in corso e in programma in Sardegna.
INVITIAMO
- Governo, Parlamento, Senato, forze politiche e organizzazioni di massa
ad attivarsi in modo da non rendersi complici dell’aggressione.
COMITATO SARDO GETTIAMO LE BASI
tel 3386132753
******************
UNA LEZIONE DI "EDUCAZIONE AMBIENTALE" CON LE STELLETTE
Parlando in conferenza stampa (24/5/06) il capo di Stato Maggiore, il
generale Tricarico, ha escluso che sia necessario recuperare gli aerei
precipitati a ridosso dell'Area marina protetta di Capo Carbonara in quanto
"le potenzialità inquinanti dei velivoli sono assolutamente insignificanti e
trascurabili".
Pur prendendo per buone le rassicurazioni sulla non pericolosità delle
sostanze contenute a bordo, non si può non registrare l'ennesima lezione di
"educazione ambientale" che ci viene impartita: è lecito abbandonare rottami
e rifiuti in mare anche in prossimità delle Aree protette.
Non sappiamo se le Forze Armate propugnino questo "diritto" anche per tutti
i cittadini o se rivendichino l'esclusiva, il monopolio assoluto all'uso
della pattumiera mare.
Comitato sardo Gettiamo le Basi
giovedì, maggio 25, 2006
De profundis per l'Italia
Ansa 24/5/06
ROMA - Povertà stabile (7,6 milioni gli indigenti) negli ultimi otto anni in Italia che resta però fra i paesi europei con più alto grado di sperequazione dei redditi. Questo vale soprattutto al Mezzogiorno, dove le famiglie percepiscono circa 3/4 del reddito delle famiglie che vivono al Nord. Lo rileva l'Istat nel rapporto annuale presentato oggi. Pur con molta variabi-lità, una famiglia su due ha un reddito mensile netto inferiore a 1.670. Ma ben un milione e mezzo di persone percepisce un reddito mensile basso, mediamente meno 783 euro, e vive in contesti familiari economicamente disagiati.
DISUGUAGLIANZE, ITALIA QUASI PRIMA IN EUROPA - L'indice di concentrazione dei redditi (pari a 0,30) colloca in basso l'Italia, insieme a Portogallo, Spagna, Irlanda e Grecia. Il mezzogiorno è il più fragile in questo contesto non solo rispetto al nord ma anche all'interno delle proprie regioni. I fattori individuali che influenzano la distribuzione dei redditi sono il livello di istruzione, il genere, l'età. Le famiglie del 20% più ricco detengono il 40% del reddito totale.
COME SONO I REDDITI - Nel 2003 il reddito medio per famiglia è stato di 24.950 euro, circa 2.079 euro al mese. Il red-dito è composto per il 43,1% da lavoro dipendente e per il 32,9% da trasferimenti pubblici (il 92% riguarda pensioni). Le famiglie che hanno come fonte principale il reddito da lavoro autonomo possono contare, in media, su entrate maggiori. Al sud di solito c'é un solo percettore di reddito, mentre al nord due o più.
CHI PERCEPISCE REDDITI BASSI - Il 28,2% delle donne contro il 12,3% degli uomini; il 36% dei giovani con meno di 25 anni; il 32% di chi ha un basso titolo di studio; il 21% delle persone che lavorano nel settore privato; il 40% dei lavora-tori a tempo determinato. Ruolo importante è assunto anche dal numero di ore lavorate durante la settimana: è a basso reddito il 46,7% di chi lavora meno di 30 ore contro il 13% di quelli che ne lavorano almeno 30. Le donne con basso red-dito vivono spesso in famiglie dove ci sono altri percettori di reddito. Oltre il 50% dei lavoratori a basso reddito opera nel-l'agricoltura, nella caccia e pesca e il 42% svolte professioni non qualificate.
POVERE 2 MILIONI 600 MILA FAMIGLIE - Sono l'11,7% del totale per complessivi 7,6 milioni di poveri. Si riferisce alla povertà relativa, quella misurata sulla base dei consumi, che dal 1997 al 2004 è rimasta invariata, pur essendo stretta-mente legata alla mancanza di lavoro e registrando negli anni un minimo del 10,8% ed un massimo del 12,3%. L'emer-genza riguarda il Sud dove una famiglia su 4 è povera e dove le persone povere nell'ultimo anno, un record, sono au-mentate di circa 900 mila persone interessando oltre 1.800.000 famiglie. La povertà interessa per lo più i nuclei con tre o più figli minori, le famiglie dove il riferimento è pensionato o donna, sia anziana o comunque sola.
MOBILITA' SOCIALE RIGIDA, ULTIMI POSTI PER L'ITALIA - Il nostro paese si trova fra i paesi europei con minore mobilità sociale (Francia, Germania, Irlanda) a differenza di Norvegia, Paesi Bassi e Svezia. E' difficile passare da una classe sociale all' altra. Le donne hanno una probabilità maggiore di quella maschile di permanere nella classe di origine: è il caso delle figlie della classe operaia agricola e della borghesia.
PREZZI A RISCHIO CON ASPETTATIVE SALARIALI
L'inflazione, che si è mantenuta sotto controllo negli ultimi mesi, potrebbe risalire a causa delle pressioni salariali dal mondo del lavoro. E' l'allarme lanciato da Luigi Biggeri, presidente dell'Istat, nella presentazione del rapporto annuale. "L'accumularsi di aspettative di recupero salariale, in parte rese probabili dai ritardi dei rinnovi contrattuali e dall'incom-pleto recupero della perdita di potere d'acquisto - ha sottolineato Biggeri - può avere effetti destabilizzanti sulla dinamica dei prezzi e sul quadro macroeconomico". Il presidente dell'Istat ha anche ricordato i rischi sull'inflazione che possono derivare dall'aumento del prezzo del petrolio e da un possibile rafforzamento dell'euro rispetto al dollaro.
ITALIA NON AGGANCIA RIPRESA, POTENZIALE DIMEZZATO
"L'economia italiana non ha agganciato la ripresa mondiale perché esprime un potenziale di crescita inferiore, che di-pende da fattori strutturali, pari a circa la metà dell'euro". Lo ha detto il presidente dell'Istat, Luigi Biggeri, presentando il rapporto annuale sulla situazione del Paese nel 2005. Il sistema economico italiano è costellato da "elementi di debolez-za" ai quali "si aggiungono fattori di vulnerabilità più specifici, quali le esposizioni ai rischi di ulteriore perdita di competiti-vità - ha sottolineato Biggeri - e l'elevata dimensione del debito pubblico, che ci portiamo dietro da decenni". Biggeri ha sottolineato anche la graduale riduzione negli anni dell'avanzo primario che "pone limiti molto forti alla possibilità di con-tribuire alla crescita attraverso la leva della spesa pubblica, e rende necessarie misure strutturali per riportare il debito pubblico dentro un sentiero di sostenibilità".
SISTEMA ECONOMICO RESTA VULNERABILE E FRAMMENTARIO
Se i primi mesi del 2006 l'economia italiana ha cominciato a girare in positivo il sistema resta strutturalmente "vulnerabi-le" e "frammentario". E' quanto evidenzia l'Istat nel Rapporto annuale che fotografa la situazione del Paese nel 2005. "Nel primo trimestre del 2006 - sottolinea l'istituto di statistica - l'espansione riprende forza". Ma alle spalle c'é un 2005 "stagnante" in cui la crescita in Italia ha segnato "una battuta d'arresto" a fronte di un'economia mondiale dove invece "la crescita nel 2005 si è mantenuta vigorosa". Meno drastico il divario di crescita, che comunque permane, se si fa il con-fronto tra l'Italia e gli altri Paesi dell'area euro. "Il nuovo episodio di arresto della crescita dell'economia del nostro Paese - rileva l'Istat - si è inserito all'interno di un quadro di indebolimento dell'attività diffuso tra i Paesi dell'area dell'euro. Il dif-ferenziale negativo del nostro Paese rispetto all'insieme dell'Uem, che aveva già raggiunto 0,9 punti percentuali nel 2004, si è ulteriormente allargato, salendo a 1,3 punti percentuali". In ogni caso la ripresa economica dovrà innestarsi in un sistema, quello italiano, dove la produttività è più bassa che in altri paesi e dove il potenziale di crescita - evidenziano gli esperti dell'Istat citando studi anche esterni all'Italia - è di circa la metà rispetto a quello dell'area euro. I problemi sono legati proprio a quella "frammentarietà" e "vulnerabilità" evidenziate dall'istituto di statistica. La pluralità di soggetti pronti a fare economia può essere un valore se c'é interazione. Quanto invece alla debolezza del sistema produttivo, gli stati-stici evidenziano che è una caratteristica diffusa e che situazioni anche positive nascondono in realtà un equilibrio precario.
LAVORO, DONNE SEMPRE PIU' FUORI. MAI COSI' DA ANNI '90
Nel 2005 il mercato del lavoro ha perso una quota di lavoro femminile determinando ''un ulteriore ampliamento del diva-rio con l'Unione europea". Lo rileva l'Istat nel Rapporto annuale sulla situazione del Paese. Nel 2005 "per la prima volta dalla metà degli anni Novanta il contributo delle donne all'aumento dell'occupazione - sottolinea l'Istat - è stato inferiore a quello degli uomini". La quota delle lavoratrici sul totale degli occupati è scesa dal 39,2% del 2004 al 39,1% del 2005. Nella Ue a 25 il trend è invece opposto: "l'incidenza dell'occupazione femminile è infatti aumentata di due decimi di punto rispetto a un anno prima, portandosi nel 2005 al 44,2%". Le donne hanno contribuito alla diminuzione nel 2005 (del 3,7% pari a 72.000 unità) delle persone in cerca di lavoro. "Il contemporaneo forte incremento del numero di donne inattive residenti nel Sud e nelle Isole e di giovani che proseguono gli studi - evidenzia l'istituto di statistica - indica il diffondersi di fenomeni di rinuncia a intraprendere concrete azioni di ricerca di un impiego". Più complessivamente "continua a ral-lentare la crescita dell'occupazione", che invece era stata sostenuta a partire dal '95. E aumenta il tasso di disoccupa-zione, soprattutto tra i giovani (nel 2005 al 24%, con un incremento sul 2004 dello 0,4%). Sostanzialmente ''le forze di lavoro risultano in crescita grazie agli stranieri regolarizzati".
OGNI ANNO NASCONO MIGLIAIA IMPRESE, NE MUOIONO DI PIU'
Anche il mondo delle imprese ha il suo indice demografico che registra "il declino della natalità, sistematico a partire dal 2000" e, al contrario, "un andamento ascendente del tasso di mortalità ". Lo rileva l'Istat che snocciola al proposito gli ultimi dati a disposizione, quelli del 2002: "il bilancio demografico delle imprese italiane si è chiuso con un passivo di cir-ca 21.000 imprese (circa 304.000 cessazioni contro circa 283.000 nascite)". Si tratta delle nascite e cessazioni reali di attività, al netto dunque di quello che l'Istat definisce il "rumore amministrativo", ovvero la registrazione di eventi che comportano solo formalmente la nascita o la cessione di un'azienda, come le fusioni, le scissioni, i cambiamenti di forma giuridica. Nel periodo 1999-2002 "il saldo del movimento demografico è risultato positivo e pari a circa 40.000 imprese". Il più alto tasso di turn-over riguarda le ditte individuali, che però restano stabili. Tengono invece le società di capitali, nelle quali "si rilevano la natalità più elevata (9,5%) e una bassa mortalità (6,0%)". In declino invece le società di persone e le cooperative che chiudono il quadriennio 1999-2002 con un saldo negativo di 31.000 imprese e 10.000 addetti in me-no.
IMPRENDITORI IN ECCESSO MA PRODUTTIVITA' E' MODESTA
Il nostro sistema produttivo è caratterizzato da "un eccesso di imprenditorialità " e da un tasso di produttività "modesto", più basso di dieci punti percentuali rispetto alla media europea. Lo sottolinea l'Istat nel Rapporto annuale. Il modello pro-duttivo resta dunque legato alle micro-imprese dove la specializzazione è "debole" proprio nei settori ad alta tecnologia ed elevata intensità di conoscenza, che risultano più forti rispetto alle pressioni concorrenziali internazionali, soprattutto dall'Asia, rispetto a quelli più tradizionali del made in Italy. Se si guarda, per esempio, al settore manifatturiero, a fronte di una produttività del lavoro (cioé il valore aggiunto per addetto in migliaia di euro) pari al 57,6% del Regno Unito e del 56,5% in Germania, in Italia è solo al 42,3%. "Nonostante la bassa produttività il costo del lavoro contenuto - rileva l'isti-tuto di statistica - mantiene la redditività delle imprese italiane in linea con quelle europee". L'impresa italiana "sopporta un costo del lavoro per dipendente decisamente più basso, in particolare nella manifattura, dove la differenza è pari a circa 9.000 euro con la Francia e 14.000 euro con la Germania". La conclusione, dunque, è che la redditività di un'impre-sa resta tutta ancorata ai "vulnerabili", così li definisce lo stesso istituto di statistica, equilibri contrattuali.
TAGLIO CUNEO: BENE A COMPETITIVITA', NO A INNOVAZIONE
L'annunciata misura del taglio del cuneo fiscale può essere salutare ai fini della competitività delle imprese, ma "rischia di fornire un disincentivo all'innovazione". Lo ha detto il presidente dell'Istat Luigi Biggeri, nella presentazione del rappor-to annuale. "Le misure in discussione sulla riduzione del cuneo contributivo - ha sottolineato Biggeri - forniscono segnali solo parzialmente coerenti con le esigenze di trasformazione del sistema delle imprese. La riduzione proposta di 5 punti percentuali dei contributi sociali, con un costo netto per il bilancio pubblico pari a circa 10 miliardi di euro - spiega il pre-sidente dell'Istat - avrebbe l'effetto di ridurre il costo del lavoro e aumentare la redditività lorda di circa 2-3 punti percen-tuali se l'intero risparmio andasse a favore delle imprese. Ciò rappresenterebbe uno choc positivo in termini di competiti-vità, ancorché una tantum. Questa misura rischia però - avverte Biggeri - di fornire un disincentivo all'innovazione di pro-dotto e di processo e al passaggio verso tecnologie più capital-intensive e, in assenza di meccanismi di selezione virtuo-sa, premerebbe sostanzialmente le imprese meno produttive". Per Biggeri anche "se una parte dei benefici fosse trasfe-rita ai lavoratori, l'impatto sui redditi disponibili delle famiglie sarebbe comunque modesto, senza concentrarsi su quelle in condizioni di disagio a meno che non si limiti il provvedimento a gruppi target selezionati".
LAVORO, BOOM FLESSIBILITA'ORARI,SOLO 1/3 IMPIEGATO 9-18
Sempre più italiani lavorano con orari flessibili: il film "Dalle 9 alle cinque orario continuato" vale solo per otto milioni di lavoratori, circa un terzo del totale mentre per gli altri sono sempre più frequenti i turni, il lavoro nel week end e quello notturno. Grazie alla crescita dell'impiego nei servizi e alla liberalizzazione degli orari nel commercio è aumentato anche il numero degli addetti impiegati di sabato (il 48,8% del totale) e della domenica (18,8% del totale) mentre il 22,1 è impe-gnato di sera e l'11,2% di notte. Il 13,3% degli occupati fa i conti con i turni. Il lavoro "full time standard" riguarda quindi il 36,1% della popolazione ed è più alto tra i dipendenti (41%) che tra gli autonomi (22,6%) mentre lavorano full time ma a volte anche nei week end il 26,9% degli italiani (22,8 dei dipendenti e il 38,3 degli autonomi). Gli italiani - sottolinea l'Istat nel suo rapporto Annuale - lavorano in media 38,1 ore a settimana, oltre un'ora in più della media Ue a 15: ma il dato ri-sente del basso livello del ricorso al part time nel nostro Paese (12,8% contro il 20,2 della media Ue) che alza la media delle ore lavorate. Nella sostanza invece un lavoratore a tempo pieno in Italia è impegnato per 40,6 ore, circa mezz'ora in meno della media europea. Il numero medio di ore lavorate è molto diverso se si considerano i lavoratori dipendenti e quelli indipendenti. Per i primi la media in Italia è di 36,5 ore a settimana (compresi quelli in part time) a fronte delle 35,6 della media europea. Per i lavoratori indipendenti la media di ore lavorate è di 42,4 ore contro le 43,5 dei lavoratori auto-nomi europei. Se il mercato del lavoro italiano avesse la struttura di quello dell'Ue a 15 - sottolinea l'Istituto di statistica - l'orario medio sarebbe del 3,9% inferiore a quello effettivo (per un'ora e 12 minuti). In Italia si lavora più ore soprattutto nelle aziende più piccole: in quelle con 10-49 addetti i lavoratori sono impegnati per una media di 1.744 ore all'anno (a fronte delle 1.621 dell'Ue a 15) mentre in quelle con una fascia dimensionale tra i 500 e i 999 ddetti i dipendenti sono im-pegnati per 1.592 ore (1.554 nella media Ue a 15). L'impegno orario torna a salire nelle aziende con oltre 1000 dipen-denti con un orario medio di 1.634 ore all'anno (1.500 nella media Ue a 15). Uno stesso impegno lavorativo pro capite comunque può essere espressione di combinazioni molto diverse di orari e tassi di occupazione: a fronte di bassi tassi di occupazione e poco part time in Italia nei Paesi bassi si rilevano molti occupati e ampia diffusione del tempo parziale. Gli uomini lavorano in media molte ore in più delle donne (41 ore a fronte di 33,5) soprattutto a causa dell'utilizzo del tempo parziale dalla parte femminile del mercato. Ma anche se si considera solo il tempo pieno le donne lavorano in azienda circa quattro ore in meno degli uomini con una media di 37,9 a fronte di 41,9 ore. Un vantaggio immediatamente perso con il lavoro familiare: ogni giorno infatti le donne impiegano nel lavoro di cura in media circa 4,07 ore a fronte di un ora e cinquanta minuti degli uomini.
12 MILA IMPRESE CONTROLLO ESTERO, FANNO BENE A SISTEMA
Le imprese che operano in Italia ma che hanno un controllo estero hanno conquistato "un ruolo importante nella diffusio-ne di nuove conoscenze e competenze, non solo di tipo scientifico ma anche di tipo organizzativo e manageriale, nonché di stimolo a una maggiore concorrenzialità nei mercati". Lo sottolinea l'Istat ricordando che queste imprese in Italia sono circa 12.000 e che occupano un milione di addetti. "Di notevole interesse - sottolinea l'Istat nel Rapporto annuale - sono anche le informazioni sui trasferimenti di conoscenze e competenze dall'Italia verso l'estero, che consentono di qualifica-re come investimento potenzialmente strategico una quota significativa delle imprese a controllo estero operanti in Italia".
PREZZI ALTI, 30% FAMIGLIE COMPRA MENO CARNE
L'aumento dei prezzi fa stringere la cinghia degli italiani anche quando si tratta di cibo: il 25% delle famiglie compra me-no pane e pasta mentre oltre il 30% meno carne, frutta e verdura; il 37,2% riduce l'acquisto di pesce; il 41,9% fa minori compere per l'abbigliamento e le scarpe. Il 15% opta per alimenti di qualità più bassa. Emerge dal rapporto annuale del-l'Istat che per la prima volta analizza il reddito e le condizioni di vita relativi al 2004.
DIDATTICA UNIVERSITA' NON RISPONDE A RICHIESTA MERCATO
La riforma dell'università ha puntato "troppo sull'attività didattica che non sempre corrisponde alla richiesta del mercato" del lavoro. E' quanto rileva l'Istat nel rapporto annuale sulla situazione del paese nel 2005, aggiungendo che è anche "fondamentale puntare sulla ricerca, motore dello sviluppo delle conoscenze e dell'economia". In generale, aumentano gli iscritti nell'anno accademico 2004/2005 che sono 1,8 milioni contro i 1,7 del 1999/2000 (+8,7%) e le immatricolati (quasi 332 mila con un +20,4% rispetto al 1999/2000). Aumentano anche gli studenti in corso, "anche se gli abbandoni - rileva l'Istat - continuano a rappresentare un problema: circa uno studente su cinque non si iscrive al secondo anno". I corsi attivi aumentano (+55%) ma nello stesso periodo il numero dei docenti cresce del 12%, con una riduzione del nu-mero medio di docenti per corso (dal 24 a 17) e un corrispondente calo del rapporto tra studenti e docenti (da 32,3 a 31,2). Tra le notizie positive, l'aumento dei laureati, passati da 152 mila del 1999 a quasi 269 mila del 2004 (+92 mila nei nuovi corsi triennali, +4 mila circa nei nuovi corsi biennali).
SCUOLA: SEMPRE PIU'STRANIERI IN AULA, +152% IN 5 ANNI
La aule italiane sono sempre più affollate di alunni stranieri. In cinque anni il numero degli studenti con cittadinanza non italiana è aumentato del 152%, passando da 147 mila del 2000/2001 ai 372 mila del 2004/2006, con un incremento degli extracomunitari europei e del continente americano. E' quanto rileva l'Istat nel rapporto annuale con la situazione del pa-ese nel 2005. Il numero di stranieri ogni cento alunni è salito, sempre in cinque anni, da 1,7 a 4,2, con una punta di 5,3 stranieri per cento iscritti nella scuola primaria. La presenza maggiore è di cittadini europei extra Ue (in totale 176 mila): di questi, il 90% vengono da Albania, Romania ed ex-Jugoslavia. Il 25% viene dai paesi africani (in diminuzione 2000/2001 quando erano il 29%) specie dal Marocco. Gli asiatici, in gran parte cinesi, sono il 15%, il 12% sud americani (Ecuador e Perù). Gli alunni stranieri sono presenti in netta maggioranza nelle scuole del Nord e del Centro e soltanto il 7% studia in istituti del Sud e il 3% in Sicilia e Sardegna. La Lombardia è la regione con più alunni non italiani (90 mila) ma è l'Emilia Romagna quella con maggiore incidenza : più di 8 studenti stranieri ogni cento iscritti, dieci nelle scuole primarie. Al Sud, Basilicata, Campania, Sicilia e Sardegna sono sotto l'1%. Per quanto riguarda l'offerta scolastica, gli istituti nel nostro paese sono 57.707 (anno 2004/2005 43% scuole dell'infanzia, un terzo le primarie, il 14% le medie, l'11% le superiori), il 78,8% dei quali sono pubbliche (si va dal 93% della Basilicata al 69,2% del Veneto. L'offerta di ser-vizi di istruzione primaria e secondaria è sostanzialmente omogenea sul territorio, rileva l'Istat, anche se nel Mezzogior-no permane una minore offerta di servizi extra scolastici come mensa, scuolabus e spazi gioco.
SPESA SOCIALE REGIONI PARI A 1/4 SPESA PUBBLICA
Nel 2003 la spesa delle Amministrazioni pubbliche destinata agli interventi sociali (per le funzioni sanità, istruzione, assi-stenza e beneficenza) é stata pari a circa 3.000 euro pro-capite, in crescita di oltre 900 euro nell'arco 1996-2003. Nello stesso periodo, la crescita di questa voce di spesa è stata superiore in termini nominali alla crescita del Pil. Sono alcuni dei dati che si ricavano dal Rapporto Istat 2005, più esattamente dal capitolo dedicato alla spesa sociale nelle Regioni. Le dimensioni della crescita non sono omogenee nelle diverse aree geografiche e nei diversi settori in esame. La stessa incidenza della spesa sociale sul complesso della spesa pubblica é cresciuta in termini percentuali, nel periodo 1996-2003, dal 21,9 a quasi il 25% del totale. * SPESA PIU' ALTA NEL NORD-OVEST, PIU' BASSA IN SUD E ISOLE Gli in-crementi maggiori della spesa sociale hanno riguardato il Nord-Ovest, circa 1.300 euro; i più bassi le regioni del Sud con 685 euro. Per quanto riguarda l'istruzione sono TRENTINO-ALTO ADIGE e VALLE D'AOSTA le Regioni che hanno regi-strato gli incrementi maggiori di spesa pro-capite, mentre per la sanità il primato spetta alla LOMBARDIA con un incre-mento di spesa quasi doppio rispetto al sistema delle Regioni. Per quanto riguarda l'assistenza l'incremento maggiore di spesa è stato del LAZIO, mentre SARDEGNA e ABRUZZO sono maglie nere, avendo registrato un decremento della spesa pro-capite anche in termini nominali. Il Rapporto Istat ha trovato una forte correlazione tra la spesa sociale media pro-capite e il Pil pro-capite: la spesa più alta è stata registrata nelle Regioni del nord e quella più bassa nel Mezzogior-no.
SANITA': DA SUD A NORD PER CURE, 7% RICOVERI FUORI CASA
Non accenna a diminuire il fenomeno della mobilità ospedaliera, soprattutto dalle regioni meridionali verso quelle del Nord. E nella maggior parte dei casi, alla base della scelta di 'migrare' per farsi curare vi è la mancanza di centri adeguati nella propria regione, specie nel settore dei trapianti. A fotografare il fenomeno è l'Istat, nel Rapporto annuale 2005. Tra il 1999 e i 2003, sottolinea infatti l'Istat, la mobilità ospedaliera interregionale non diminuisce: la percentuale di dimissio-ne di residenti ricoverati in un'altra regione passa dal 6,7% al 7,1%. Così, nel 2003 quasi 600.000 ricoveri, il 7% del tota-le di quelli ordinari per acuti, sono avvenuti in una regione diversa da quella di residenza del paziente. Le cause di questi 'viaggi'? Possono essere varie: "La mobilità - spiega l'Istat - può essere analizzata secondo due componenti: una 'fisiolo-gica', dovuta alla prossimità di strutture ospedaliere in una regione limitrofa o per la temporanea presenza in un luogo diverso da quello di residenza (per lavoro, turismo ecc.) e una motivata da fattori sanitari". E quest'ultima, si legge nel Rapporto, "può essere espressione sia di un'offerta non adeguata di strutture, sia di un'insoddisfazione del cittadino ver-so la qualità dei servizi erogati dalla specifica regione, sia infine dalla necessità di rivolgersi a centri specializzati per de-terminate patologie". Le regioni che hanno flussi in uscita più consistenti di quelli in entrata sono quelle del Mezzogiorno (a eccezione di Abruzzo e Molise) e fra queste, le regioni con una percentuale d'emigrazione superiore alla media sono Campania, Basilicata e Calabria. La maggior parte delle regioni del nord e del centro, invece, hanno al contrario flussi di entrata più consistenti di quelli in uscita e sono, quindi, "regioni d'attrazione". La mobilità di lunga distanza, rileva l'Istat, riguarda in particolare i residenti nelle regioni Puglia, Calabria, Sicilia, e Sardegna verso la Lombardia e l'Emilia Roma-gna. Così, in Lombardia ben 134.000 ricoveri riguardano non residenti e nell'Emilia Romagna circa 80.000. Quanto ai tipi di interventi per cui la mobilità è particolarmente elevata, al primo posto ci sono i trapianti. Altri settori ad elevata mobilità riguardano gli interventi per malattie endocrine e nutrizionali, le biopsie del sistema del sistema muscoloscheletrico, gli interventi per obesità, le ustioni e le terapie riabilitative per dipendenze da alcol e farmaci.
FORTE RITARDO NELLE TECNOLOGIE, SIAMO COME 20 ANNI FA
Il nostro sistema economico resta antiquato e "la situazione dell'Italia è caratterizzata dal permanere di un forte ritardo nella produzione di tecnologie e nel loro impiego nel sistema economico". Lo rileva l'Istat aggiungendo che "qualche mi-glioramento relativo si è invece manifestato per quanto riguarda la formazione di risorse umane, sia pure in maniera non uniforme". In ricerca e sviluppo la spesa dell'Italia "é rimasta intorno a un livello poco superiore all'1% del Pil, come a metà degli anni Ottanta". In Germania si spende il 2,5%, in Francia il 2,2% e nel Regno Unito l'1,8-1,9%. "Un divario no-tevole" con il resto d'Europa emerge anche nell'ambito delle tecnologie dell'informazione.(ANSA).
LAVORO: IN 10 ANNI 2,7 MILIONI OCCUPATI IN PIU'
Tra il 1995 e il 2005 l'occupazione in Italia è cresciuta di 2,7 milioni di persone raggiungendo quota 22.563.000 unità: è quanto si legge nel Rapporto annuale dell'Istat secondo il quale però la percentuale di occupati tra i 15 e i 64 anni pur crescendo dal 53% al 57,5% resta molto al di sotto della media europea del 2005 (64,6%). Il tasso di disoccupazione nella media 2005 era del 7,7% in calo rispetto al 9,1% del 2001 ma l'Istat segnala come questa riduzione sia stata possi-bile anche grazie alla crescita della popolazione inattiva dovuta alla rinuncia alla ricerca di occupazione soprattutto al Sud.
ROMA - Povertà stabile (7,6 milioni gli indigenti) negli ultimi otto anni in Italia che resta però fra i paesi europei con più alto grado di sperequazione dei redditi. Questo vale soprattutto al Mezzogiorno, dove le famiglie percepiscono circa 3/4 del reddito delle famiglie che vivono al Nord. Lo rileva l'Istat nel rapporto annuale presentato oggi. Pur con molta variabi-lità, una famiglia su due ha un reddito mensile netto inferiore a 1.670. Ma ben un milione e mezzo di persone percepisce un reddito mensile basso, mediamente meno 783 euro, e vive in contesti familiari economicamente disagiati.
DISUGUAGLIANZE, ITALIA QUASI PRIMA IN EUROPA - L'indice di concentrazione dei redditi (pari a 0,30) colloca in basso l'Italia, insieme a Portogallo, Spagna, Irlanda e Grecia. Il mezzogiorno è il più fragile in questo contesto non solo rispetto al nord ma anche all'interno delle proprie regioni. I fattori individuali che influenzano la distribuzione dei redditi sono il livello di istruzione, il genere, l'età. Le famiglie del 20% più ricco detengono il 40% del reddito totale.
COME SONO I REDDITI - Nel 2003 il reddito medio per famiglia è stato di 24.950 euro, circa 2.079 euro al mese. Il red-dito è composto per il 43,1% da lavoro dipendente e per il 32,9% da trasferimenti pubblici (il 92% riguarda pensioni). Le famiglie che hanno come fonte principale il reddito da lavoro autonomo possono contare, in media, su entrate maggiori. Al sud di solito c'é un solo percettore di reddito, mentre al nord due o più.
CHI PERCEPISCE REDDITI BASSI - Il 28,2% delle donne contro il 12,3% degli uomini; il 36% dei giovani con meno di 25 anni; il 32% di chi ha un basso titolo di studio; il 21% delle persone che lavorano nel settore privato; il 40% dei lavora-tori a tempo determinato. Ruolo importante è assunto anche dal numero di ore lavorate durante la settimana: è a basso reddito il 46,7% di chi lavora meno di 30 ore contro il 13% di quelli che ne lavorano almeno 30. Le donne con basso red-dito vivono spesso in famiglie dove ci sono altri percettori di reddito. Oltre il 50% dei lavoratori a basso reddito opera nel-l'agricoltura, nella caccia e pesca e il 42% svolte professioni non qualificate.
POVERE 2 MILIONI 600 MILA FAMIGLIE - Sono l'11,7% del totale per complessivi 7,6 milioni di poveri. Si riferisce alla povertà relativa, quella misurata sulla base dei consumi, che dal 1997 al 2004 è rimasta invariata, pur essendo stretta-mente legata alla mancanza di lavoro e registrando negli anni un minimo del 10,8% ed un massimo del 12,3%. L'emer-genza riguarda il Sud dove una famiglia su 4 è povera e dove le persone povere nell'ultimo anno, un record, sono au-mentate di circa 900 mila persone interessando oltre 1.800.000 famiglie. La povertà interessa per lo più i nuclei con tre o più figli minori, le famiglie dove il riferimento è pensionato o donna, sia anziana o comunque sola.
MOBILITA' SOCIALE RIGIDA, ULTIMI POSTI PER L'ITALIA - Il nostro paese si trova fra i paesi europei con minore mobilità sociale (Francia, Germania, Irlanda) a differenza di Norvegia, Paesi Bassi e Svezia. E' difficile passare da una classe sociale all' altra. Le donne hanno una probabilità maggiore di quella maschile di permanere nella classe di origine: è il caso delle figlie della classe operaia agricola e della borghesia.
PREZZI A RISCHIO CON ASPETTATIVE SALARIALI
L'inflazione, che si è mantenuta sotto controllo negli ultimi mesi, potrebbe risalire a causa delle pressioni salariali dal mondo del lavoro. E' l'allarme lanciato da Luigi Biggeri, presidente dell'Istat, nella presentazione del rapporto annuale. "L'accumularsi di aspettative di recupero salariale, in parte rese probabili dai ritardi dei rinnovi contrattuali e dall'incom-pleto recupero della perdita di potere d'acquisto - ha sottolineato Biggeri - può avere effetti destabilizzanti sulla dinamica dei prezzi e sul quadro macroeconomico". Il presidente dell'Istat ha anche ricordato i rischi sull'inflazione che possono derivare dall'aumento del prezzo del petrolio e da un possibile rafforzamento dell'euro rispetto al dollaro.
ITALIA NON AGGANCIA RIPRESA, POTENZIALE DIMEZZATO
"L'economia italiana non ha agganciato la ripresa mondiale perché esprime un potenziale di crescita inferiore, che di-pende da fattori strutturali, pari a circa la metà dell'euro". Lo ha detto il presidente dell'Istat, Luigi Biggeri, presentando il rapporto annuale sulla situazione del Paese nel 2005. Il sistema economico italiano è costellato da "elementi di debolez-za" ai quali "si aggiungono fattori di vulnerabilità più specifici, quali le esposizioni ai rischi di ulteriore perdita di competiti-vità - ha sottolineato Biggeri - e l'elevata dimensione del debito pubblico, che ci portiamo dietro da decenni". Biggeri ha sottolineato anche la graduale riduzione negli anni dell'avanzo primario che "pone limiti molto forti alla possibilità di con-tribuire alla crescita attraverso la leva della spesa pubblica, e rende necessarie misure strutturali per riportare il debito pubblico dentro un sentiero di sostenibilità".
SISTEMA ECONOMICO RESTA VULNERABILE E FRAMMENTARIO
Se i primi mesi del 2006 l'economia italiana ha cominciato a girare in positivo il sistema resta strutturalmente "vulnerabi-le" e "frammentario". E' quanto evidenzia l'Istat nel Rapporto annuale che fotografa la situazione del Paese nel 2005. "Nel primo trimestre del 2006 - sottolinea l'istituto di statistica - l'espansione riprende forza". Ma alle spalle c'é un 2005 "stagnante" in cui la crescita in Italia ha segnato "una battuta d'arresto" a fronte di un'economia mondiale dove invece "la crescita nel 2005 si è mantenuta vigorosa". Meno drastico il divario di crescita, che comunque permane, se si fa il con-fronto tra l'Italia e gli altri Paesi dell'area euro. "Il nuovo episodio di arresto della crescita dell'economia del nostro Paese - rileva l'Istat - si è inserito all'interno di un quadro di indebolimento dell'attività diffuso tra i Paesi dell'area dell'euro. Il dif-ferenziale negativo del nostro Paese rispetto all'insieme dell'Uem, che aveva già raggiunto 0,9 punti percentuali nel 2004, si è ulteriormente allargato, salendo a 1,3 punti percentuali". In ogni caso la ripresa economica dovrà innestarsi in un sistema, quello italiano, dove la produttività è più bassa che in altri paesi e dove il potenziale di crescita - evidenziano gli esperti dell'Istat citando studi anche esterni all'Italia - è di circa la metà rispetto a quello dell'area euro. I problemi sono legati proprio a quella "frammentarietà" e "vulnerabilità" evidenziate dall'istituto di statistica. La pluralità di soggetti pronti a fare economia può essere un valore se c'é interazione. Quanto invece alla debolezza del sistema produttivo, gli stati-stici evidenziano che è una caratteristica diffusa e che situazioni anche positive nascondono in realtà un equilibrio precario.
LAVORO, DONNE SEMPRE PIU' FUORI. MAI COSI' DA ANNI '90
Nel 2005 il mercato del lavoro ha perso una quota di lavoro femminile determinando ''un ulteriore ampliamento del diva-rio con l'Unione europea". Lo rileva l'Istat nel Rapporto annuale sulla situazione del Paese. Nel 2005 "per la prima volta dalla metà degli anni Novanta il contributo delle donne all'aumento dell'occupazione - sottolinea l'Istat - è stato inferiore a quello degli uomini". La quota delle lavoratrici sul totale degli occupati è scesa dal 39,2% del 2004 al 39,1% del 2005. Nella Ue a 25 il trend è invece opposto: "l'incidenza dell'occupazione femminile è infatti aumentata di due decimi di punto rispetto a un anno prima, portandosi nel 2005 al 44,2%". Le donne hanno contribuito alla diminuzione nel 2005 (del 3,7% pari a 72.000 unità) delle persone in cerca di lavoro. "Il contemporaneo forte incremento del numero di donne inattive residenti nel Sud e nelle Isole e di giovani che proseguono gli studi - evidenzia l'istituto di statistica - indica il diffondersi di fenomeni di rinuncia a intraprendere concrete azioni di ricerca di un impiego". Più complessivamente "continua a ral-lentare la crescita dell'occupazione", che invece era stata sostenuta a partire dal '95. E aumenta il tasso di disoccupa-zione, soprattutto tra i giovani (nel 2005 al 24%, con un incremento sul 2004 dello 0,4%). Sostanzialmente ''le forze di lavoro risultano in crescita grazie agli stranieri regolarizzati".
OGNI ANNO NASCONO MIGLIAIA IMPRESE, NE MUOIONO DI PIU'
Anche il mondo delle imprese ha il suo indice demografico che registra "il declino della natalità, sistematico a partire dal 2000" e, al contrario, "un andamento ascendente del tasso di mortalità ". Lo rileva l'Istat che snocciola al proposito gli ultimi dati a disposizione, quelli del 2002: "il bilancio demografico delle imprese italiane si è chiuso con un passivo di cir-ca 21.000 imprese (circa 304.000 cessazioni contro circa 283.000 nascite)". Si tratta delle nascite e cessazioni reali di attività, al netto dunque di quello che l'Istat definisce il "rumore amministrativo", ovvero la registrazione di eventi che comportano solo formalmente la nascita o la cessione di un'azienda, come le fusioni, le scissioni, i cambiamenti di forma giuridica. Nel periodo 1999-2002 "il saldo del movimento demografico è risultato positivo e pari a circa 40.000 imprese". Il più alto tasso di turn-over riguarda le ditte individuali, che però restano stabili. Tengono invece le società di capitali, nelle quali "si rilevano la natalità più elevata (9,5%) e una bassa mortalità (6,0%)". In declino invece le società di persone e le cooperative che chiudono il quadriennio 1999-2002 con un saldo negativo di 31.000 imprese e 10.000 addetti in me-no.
IMPRENDITORI IN ECCESSO MA PRODUTTIVITA' E' MODESTA
Il nostro sistema produttivo è caratterizzato da "un eccesso di imprenditorialità " e da un tasso di produttività "modesto", più basso di dieci punti percentuali rispetto alla media europea. Lo sottolinea l'Istat nel Rapporto annuale. Il modello pro-duttivo resta dunque legato alle micro-imprese dove la specializzazione è "debole" proprio nei settori ad alta tecnologia ed elevata intensità di conoscenza, che risultano più forti rispetto alle pressioni concorrenziali internazionali, soprattutto dall'Asia, rispetto a quelli più tradizionali del made in Italy. Se si guarda, per esempio, al settore manifatturiero, a fronte di una produttività del lavoro (cioé il valore aggiunto per addetto in migliaia di euro) pari al 57,6% del Regno Unito e del 56,5% in Germania, in Italia è solo al 42,3%. "Nonostante la bassa produttività il costo del lavoro contenuto - rileva l'isti-tuto di statistica - mantiene la redditività delle imprese italiane in linea con quelle europee". L'impresa italiana "sopporta un costo del lavoro per dipendente decisamente più basso, in particolare nella manifattura, dove la differenza è pari a circa 9.000 euro con la Francia e 14.000 euro con la Germania". La conclusione, dunque, è che la redditività di un'impre-sa resta tutta ancorata ai "vulnerabili", così li definisce lo stesso istituto di statistica, equilibri contrattuali.
TAGLIO CUNEO: BENE A COMPETITIVITA', NO A INNOVAZIONE
L'annunciata misura del taglio del cuneo fiscale può essere salutare ai fini della competitività delle imprese, ma "rischia di fornire un disincentivo all'innovazione". Lo ha detto il presidente dell'Istat Luigi Biggeri, nella presentazione del rappor-to annuale. "Le misure in discussione sulla riduzione del cuneo contributivo - ha sottolineato Biggeri - forniscono segnali solo parzialmente coerenti con le esigenze di trasformazione del sistema delle imprese. La riduzione proposta di 5 punti percentuali dei contributi sociali, con un costo netto per il bilancio pubblico pari a circa 10 miliardi di euro - spiega il pre-sidente dell'Istat - avrebbe l'effetto di ridurre il costo del lavoro e aumentare la redditività lorda di circa 2-3 punti percen-tuali se l'intero risparmio andasse a favore delle imprese. Ciò rappresenterebbe uno choc positivo in termini di competiti-vità, ancorché una tantum. Questa misura rischia però - avverte Biggeri - di fornire un disincentivo all'innovazione di pro-dotto e di processo e al passaggio verso tecnologie più capital-intensive e, in assenza di meccanismi di selezione virtuo-sa, premerebbe sostanzialmente le imprese meno produttive". Per Biggeri anche "se una parte dei benefici fosse trasfe-rita ai lavoratori, l'impatto sui redditi disponibili delle famiglie sarebbe comunque modesto, senza concentrarsi su quelle in condizioni di disagio a meno che non si limiti il provvedimento a gruppi target selezionati".
LAVORO, BOOM FLESSIBILITA'ORARI,SOLO 1/3 IMPIEGATO 9-18
Sempre più italiani lavorano con orari flessibili: il film "Dalle 9 alle cinque orario continuato" vale solo per otto milioni di lavoratori, circa un terzo del totale mentre per gli altri sono sempre più frequenti i turni, il lavoro nel week end e quello notturno. Grazie alla crescita dell'impiego nei servizi e alla liberalizzazione degli orari nel commercio è aumentato anche il numero degli addetti impiegati di sabato (il 48,8% del totale) e della domenica (18,8% del totale) mentre il 22,1 è impe-gnato di sera e l'11,2% di notte. Il 13,3% degli occupati fa i conti con i turni. Il lavoro "full time standard" riguarda quindi il 36,1% della popolazione ed è più alto tra i dipendenti (41%) che tra gli autonomi (22,6%) mentre lavorano full time ma a volte anche nei week end il 26,9% degli italiani (22,8 dei dipendenti e il 38,3 degli autonomi). Gli italiani - sottolinea l'Istat nel suo rapporto Annuale - lavorano in media 38,1 ore a settimana, oltre un'ora in più della media Ue a 15: ma il dato ri-sente del basso livello del ricorso al part time nel nostro Paese (12,8% contro il 20,2 della media Ue) che alza la media delle ore lavorate. Nella sostanza invece un lavoratore a tempo pieno in Italia è impegnato per 40,6 ore, circa mezz'ora in meno della media europea. Il numero medio di ore lavorate è molto diverso se si considerano i lavoratori dipendenti e quelli indipendenti. Per i primi la media in Italia è di 36,5 ore a settimana (compresi quelli in part time) a fronte delle 35,6 della media europea. Per i lavoratori indipendenti la media di ore lavorate è di 42,4 ore contro le 43,5 dei lavoratori auto-nomi europei. Se il mercato del lavoro italiano avesse la struttura di quello dell'Ue a 15 - sottolinea l'Istituto di statistica - l'orario medio sarebbe del 3,9% inferiore a quello effettivo (per un'ora e 12 minuti). In Italia si lavora più ore soprattutto nelle aziende più piccole: in quelle con 10-49 addetti i lavoratori sono impegnati per una media di 1.744 ore all'anno (a fronte delle 1.621 dell'Ue a 15) mentre in quelle con una fascia dimensionale tra i 500 e i 999 ddetti i dipendenti sono im-pegnati per 1.592 ore (1.554 nella media Ue a 15). L'impegno orario torna a salire nelle aziende con oltre 1000 dipen-denti con un orario medio di 1.634 ore all'anno (1.500 nella media Ue a 15). Uno stesso impegno lavorativo pro capite comunque può essere espressione di combinazioni molto diverse di orari e tassi di occupazione: a fronte di bassi tassi di occupazione e poco part time in Italia nei Paesi bassi si rilevano molti occupati e ampia diffusione del tempo parziale. Gli uomini lavorano in media molte ore in più delle donne (41 ore a fronte di 33,5) soprattutto a causa dell'utilizzo del tempo parziale dalla parte femminile del mercato. Ma anche se si considera solo il tempo pieno le donne lavorano in azienda circa quattro ore in meno degli uomini con una media di 37,9 a fronte di 41,9 ore. Un vantaggio immediatamente perso con il lavoro familiare: ogni giorno infatti le donne impiegano nel lavoro di cura in media circa 4,07 ore a fronte di un ora e cinquanta minuti degli uomini.
12 MILA IMPRESE CONTROLLO ESTERO, FANNO BENE A SISTEMA
Le imprese che operano in Italia ma che hanno un controllo estero hanno conquistato "un ruolo importante nella diffusio-ne di nuove conoscenze e competenze, non solo di tipo scientifico ma anche di tipo organizzativo e manageriale, nonché di stimolo a una maggiore concorrenzialità nei mercati". Lo sottolinea l'Istat ricordando che queste imprese in Italia sono circa 12.000 e che occupano un milione di addetti. "Di notevole interesse - sottolinea l'Istat nel Rapporto annuale - sono anche le informazioni sui trasferimenti di conoscenze e competenze dall'Italia verso l'estero, che consentono di qualifica-re come investimento potenzialmente strategico una quota significativa delle imprese a controllo estero operanti in Italia".
PREZZI ALTI, 30% FAMIGLIE COMPRA MENO CARNE
L'aumento dei prezzi fa stringere la cinghia degli italiani anche quando si tratta di cibo: il 25% delle famiglie compra me-no pane e pasta mentre oltre il 30% meno carne, frutta e verdura; il 37,2% riduce l'acquisto di pesce; il 41,9% fa minori compere per l'abbigliamento e le scarpe. Il 15% opta per alimenti di qualità più bassa. Emerge dal rapporto annuale del-l'Istat che per la prima volta analizza il reddito e le condizioni di vita relativi al 2004.
DIDATTICA UNIVERSITA' NON RISPONDE A RICHIESTA MERCATO
La riforma dell'università ha puntato "troppo sull'attività didattica che non sempre corrisponde alla richiesta del mercato" del lavoro. E' quanto rileva l'Istat nel rapporto annuale sulla situazione del paese nel 2005, aggiungendo che è anche "fondamentale puntare sulla ricerca, motore dello sviluppo delle conoscenze e dell'economia". In generale, aumentano gli iscritti nell'anno accademico 2004/2005 che sono 1,8 milioni contro i 1,7 del 1999/2000 (+8,7%) e le immatricolati (quasi 332 mila con un +20,4% rispetto al 1999/2000). Aumentano anche gli studenti in corso, "anche se gli abbandoni - rileva l'Istat - continuano a rappresentare un problema: circa uno studente su cinque non si iscrive al secondo anno". I corsi attivi aumentano (+55%) ma nello stesso periodo il numero dei docenti cresce del 12%, con una riduzione del nu-mero medio di docenti per corso (dal 24 a 17) e un corrispondente calo del rapporto tra studenti e docenti (da 32,3 a 31,2). Tra le notizie positive, l'aumento dei laureati, passati da 152 mila del 1999 a quasi 269 mila del 2004 (+92 mila nei nuovi corsi triennali, +4 mila circa nei nuovi corsi biennali).
SCUOLA: SEMPRE PIU'STRANIERI IN AULA, +152% IN 5 ANNI
La aule italiane sono sempre più affollate di alunni stranieri. In cinque anni il numero degli studenti con cittadinanza non italiana è aumentato del 152%, passando da 147 mila del 2000/2001 ai 372 mila del 2004/2006, con un incremento degli extracomunitari europei e del continente americano. E' quanto rileva l'Istat nel rapporto annuale con la situazione del pa-ese nel 2005. Il numero di stranieri ogni cento alunni è salito, sempre in cinque anni, da 1,7 a 4,2, con una punta di 5,3 stranieri per cento iscritti nella scuola primaria. La presenza maggiore è di cittadini europei extra Ue (in totale 176 mila): di questi, il 90% vengono da Albania, Romania ed ex-Jugoslavia. Il 25% viene dai paesi africani (in diminuzione 2000/2001 quando erano il 29%) specie dal Marocco. Gli asiatici, in gran parte cinesi, sono il 15%, il 12% sud americani (Ecuador e Perù). Gli alunni stranieri sono presenti in netta maggioranza nelle scuole del Nord e del Centro e soltanto il 7% studia in istituti del Sud e il 3% in Sicilia e Sardegna. La Lombardia è la regione con più alunni non italiani (90 mila) ma è l'Emilia Romagna quella con maggiore incidenza : più di 8 studenti stranieri ogni cento iscritti, dieci nelle scuole primarie. Al Sud, Basilicata, Campania, Sicilia e Sardegna sono sotto l'1%. Per quanto riguarda l'offerta scolastica, gli istituti nel nostro paese sono 57.707 (anno 2004/2005 43% scuole dell'infanzia, un terzo le primarie, il 14% le medie, l'11% le superiori), il 78,8% dei quali sono pubbliche (si va dal 93% della Basilicata al 69,2% del Veneto. L'offerta di ser-vizi di istruzione primaria e secondaria è sostanzialmente omogenea sul territorio, rileva l'Istat, anche se nel Mezzogior-no permane una minore offerta di servizi extra scolastici come mensa, scuolabus e spazi gioco.
SPESA SOCIALE REGIONI PARI A 1/4 SPESA PUBBLICA
Nel 2003 la spesa delle Amministrazioni pubbliche destinata agli interventi sociali (per le funzioni sanità, istruzione, assi-stenza e beneficenza) é stata pari a circa 3.000 euro pro-capite, in crescita di oltre 900 euro nell'arco 1996-2003. Nello stesso periodo, la crescita di questa voce di spesa è stata superiore in termini nominali alla crescita del Pil. Sono alcuni dei dati che si ricavano dal Rapporto Istat 2005, più esattamente dal capitolo dedicato alla spesa sociale nelle Regioni. Le dimensioni della crescita non sono omogenee nelle diverse aree geografiche e nei diversi settori in esame. La stessa incidenza della spesa sociale sul complesso della spesa pubblica é cresciuta in termini percentuali, nel periodo 1996-2003, dal 21,9 a quasi il 25% del totale. * SPESA PIU' ALTA NEL NORD-OVEST, PIU' BASSA IN SUD E ISOLE Gli in-crementi maggiori della spesa sociale hanno riguardato il Nord-Ovest, circa 1.300 euro; i più bassi le regioni del Sud con 685 euro. Per quanto riguarda l'istruzione sono TRENTINO-ALTO ADIGE e VALLE D'AOSTA le Regioni che hanno regi-strato gli incrementi maggiori di spesa pro-capite, mentre per la sanità il primato spetta alla LOMBARDIA con un incre-mento di spesa quasi doppio rispetto al sistema delle Regioni. Per quanto riguarda l'assistenza l'incremento maggiore di spesa è stato del LAZIO, mentre SARDEGNA e ABRUZZO sono maglie nere, avendo registrato un decremento della spesa pro-capite anche in termini nominali. Il Rapporto Istat ha trovato una forte correlazione tra la spesa sociale media pro-capite e il Pil pro-capite: la spesa più alta è stata registrata nelle Regioni del nord e quella più bassa nel Mezzogior-no.
SANITA': DA SUD A NORD PER CURE, 7% RICOVERI FUORI CASA
Non accenna a diminuire il fenomeno della mobilità ospedaliera, soprattutto dalle regioni meridionali verso quelle del Nord. E nella maggior parte dei casi, alla base della scelta di 'migrare' per farsi curare vi è la mancanza di centri adeguati nella propria regione, specie nel settore dei trapianti. A fotografare il fenomeno è l'Istat, nel Rapporto annuale 2005. Tra il 1999 e i 2003, sottolinea infatti l'Istat, la mobilità ospedaliera interregionale non diminuisce: la percentuale di dimissio-ne di residenti ricoverati in un'altra regione passa dal 6,7% al 7,1%. Così, nel 2003 quasi 600.000 ricoveri, il 7% del tota-le di quelli ordinari per acuti, sono avvenuti in una regione diversa da quella di residenza del paziente. Le cause di questi 'viaggi'? Possono essere varie: "La mobilità - spiega l'Istat - può essere analizzata secondo due componenti: una 'fisiolo-gica', dovuta alla prossimità di strutture ospedaliere in una regione limitrofa o per la temporanea presenza in un luogo diverso da quello di residenza (per lavoro, turismo ecc.) e una motivata da fattori sanitari". E quest'ultima, si legge nel Rapporto, "può essere espressione sia di un'offerta non adeguata di strutture, sia di un'insoddisfazione del cittadino ver-so la qualità dei servizi erogati dalla specifica regione, sia infine dalla necessità di rivolgersi a centri specializzati per de-terminate patologie". Le regioni che hanno flussi in uscita più consistenti di quelli in entrata sono quelle del Mezzogiorno (a eccezione di Abruzzo e Molise) e fra queste, le regioni con una percentuale d'emigrazione superiore alla media sono Campania, Basilicata e Calabria. La maggior parte delle regioni del nord e del centro, invece, hanno al contrario flussi di entrata più consistenti di quelli in uscita e sono, quindi, "regioni d'attrazione". La mobilità di lunga distanza, rileva l'Istat, riguarda in particolare i residenti nelle regioni Puglia, Calabria, Sicilia, e Sardegna verso la Lombardia e l'Emilia Roma-gna. Così, in Lombardia ben 134.000 ricoveri riguardano non residenti e nell'Emilia Romagna circa 80.000. Quanto ai tipi di interventi per cui la mobilità è particolarmente elevata, al primo posto ci sono i trapianti. Altri settori ad elevata mobilità riguardano gli interventi per malattie endocrine e nutrizionali, le biopsie del sistema del sistema muscoloscheletrico, gli interventi per obesità, le ustioni e le terapie riabilitative per dipendenze da alcol e farmaci.
FORTE RITARDO NELLE TECNOLOGIE, SIAMO COME 20 ANNI FA
Il nostro sistema economico resta antiquato e "la situazione dell'Italia è caratterizzata dal permanere di un forte ritardo nella produzione di tecnologie e nel loro impiego nel sistema economico". Lo rileva l'Istat aggiungendo che "qualche mi-glioramento relativo si è invece manifestato per quanto riguarda la formazione di risorse umane, sia pure in maniera non uniforme". In ricerca e sviluppo la spesa dell'Italia "é rimasta intorno a un livello poco superiore all'1% del Pil, come a metà degli anni Ottanta". In Germania si spende il 2,5%, in Francia il 2,2% e nel Regno Unito l'1,8-1,9%. "Un divario no-tevole" con il resto d'Europa emerge anche nell'ambito delle tecnologie dell'informazione.(ANSA).
LAVORO: IN 10 ANNI 2,7 MILIONI OCCUPATI IN PIU'
Tra il 1995 e il 2005 l'occupazione in Italia è cresciuta di 2,7 milioni di persone raggiungendo quota 22.563.000 unità: è quanto si legge nel Rapporto annuale dell'Istat secondo il quale però la percentuale di occupati tra i 15 e i 64 anni pur crescendo dal 53% al 57,5% resta molto al di sotto della media europea del 2005 (64,6%). Il tasso di disoccupazione nella media 2005 era del 7,7% in calo rispetto al 9,1% del 2001 ma l'Istat segnala come questa riduzione sia stata possi-bile anche grazie alla crescita della popolazione inattiva dovuta alla rinuncia alla ricerca di occupazione soprattutto al Sud.
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