lunedì, luglio 31, 2006

CONSULTA STATUTARIA:E’ L’ORA DEL CORAGGIO E DELL’AMBIZIONE

PROVINCIA DI CAGLIARI
PROVINCIA DE CASTEDDU

COMUNICATO STAMPA

CONSULTA STATUTARIA:
E’ L’ORA DEL CORAGGIO E DELL’AMBIZIONE


“La decisione del Consiglio dei ministri di ricorrere contro la legge regionale sulla Consulta statutaria è sbagliata nei tempi, nel metodo ed anche anacronistica nella sostanza”.

Così il presidente della Provincia di Cagliari, Graziano Milia, che aggiunge:

”Forse il Governo confonde il concetto di Stato con quello di Nazione e forse ha dimenticato i contenuti della riforma del titolo V della Costituzione. Il concetto di sovranità richiamato nella legge regionale, nell’ambito di una unità statale che nessuno ha mai messo in discussione, nulla è di più che la naturale evoluzione di quella autonomia speciale di cui fino ad oggi ha goduto l’Isola”.

“In tal senso e in quanto tale – dice Milia – la sovranità è un concetto astratto, che è stato richiamato dal legislatore sardo per introdurre forme più avanzate di autonomia, in linea coi tempi e con la riforma della Costituzione. Quindi una semplice cornice di riferimento, che dovrà essere riempita di contenuti con la determinazione dei poteri che si vogliono esercitare e di come si vogliono esercitare”.

Per il presidente Milia, “questa è l’ora del coraggio e dell’ambizione, occorre superare l’approccio burocratico frapposto dal Governo e attivare al più presto la Consulta per arrivare rapidamente a definire i contenuti del nuovo Statuto sardo. In tal senso ha ragione il presidente del Consiglio Regionale Spissu, bisogna comunque andare avanti, entrare nel merito e definire i contenuti del nuovo Statuto, poi si potrà obiettare sull’eventuale superamento di quei limiti di sovranità su cui la Corte costituzionale si è più volte espressa, peraltro sostenendo che non esiste un’unica sede istituzionale dove tale sovranità possa esaurirsi”.

“Peraltro - conclude Milia - vorrei fare notare che se il concetto di sovranità può essere ricondotto a quello di nazione, uno degli elementi costitutivi è senz’altro la lingua e in tal senso, con la legge 482/99, il Parlamento ha riconosciuto la lingua sarda come espressione del popolo sardo”.



Cagliari, 31.07.2006

mercoledì, luglio 26, 2006

Miniere. UNDICI DONNE POVERE E UNA RICCA

Il 4 maggio 1871, nella miniera di Montevecchio, un gruppo di donne, finito il duro lavoro, tornò al dormitorio. Era il luogo della solidarietà, della condivisione ma anche delle liti furibonde: per un po' di pane, di lardo, un uovo, una cipolla. Erano fame e sofferenza.

L'inverno la stagione più temuta. Fortuna che era finito!

Da poco era stato costruito un serbatoio per l'acqua della vicina laveria, sopra la baracca.

Alle 18,30 venne giù. Sfondò il tetto. Ne uccise undici.

La più vecchia cinquanta anni, la più giovane dieci. Non risultarono responsabilità, «essendo che l'ingegnere stesso al quale sono affidati gli esterni lavori dello stabilimento pochi minuti prima della catastrofe passeggiava fiducioso sull'argine rovinato del serbatoio», chiarì il sottoprefetto.

La moglie dell'industriale brianzolo, nella camera dell'Albergo dei Minatori Golf Club di Naracauli, 140 anni dopo, tirò la maniglia dello sciacquone.

Le stanze erano very trendy, impregnate di sardità. Pietre e legni ricercati.

Come un secolo prima, l'acqua venne giù furente. Costellando di schizzi la gonna di Prada. Adirata, chiamò il boy della reception, che, mortificato, si scusò con accento settentrionale. Era sardo.

Risultarono responsabilità della chambermaid e del manutentore.

Il maelström del cesso si era risucchiato la dignità di un popolo.

Fin dagli indomiti Shardana, navigatori guerrieri, l'acqua, in farsa e in tragedia, aveva segnato il povero destino dei sardi. Rubata alle comunità, innaffiava placida il green oltre la finestra.

Mettiamola così. C'è un parco che non funziona e amministratori che chiedono sviluppo.

A nessuno passa per la testa che ci siamo sviluppati fin troppo, siamo quel quinto di umanità che divora quattro quinti delle risorse del pianeta, la corsa all'accaparramento provoca le guerre, avanti di questo passo il tracollo socio ambientale sarà inevitabile, si debba, e si possa, aumentare il ben essere tramite ridistribuzione e cura anziché saccheggio?

Duecentosessantamila metri cubi di cemento. Quattro posti da cameriere. Bonifica a spese della collettività. E costerà, ammettono, da dieci a cento volte il ricavato della vendita. Un capolavoro.

La terra piano piano si è ripresa quei luoghi. E quelle rovine, monumento al dolore e alla fatica, custodiscono le nostre radici. Un patrimonio enorme in termini ambientali, culturali, identitari.

Regaliamolo a lorsignori.

Sandro Martis

venerdì, luglio 07, 2006

UNA COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTA SUI FATTI DEL G8 DI GENOVA

APPELLO PER UNA COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTA SUI FATTI DEL G8 DI GENOVA


In Italia, nel luglio del 2001, abbiamo vissuto quella che Amnesty
International ha definito "la più grave sospensione dei diritti democratici
in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale".
Quella ferita, inferta così violentemente il 20 e 21 luglio, ha lasciato
un'ennesima macchia di sangue nelle pagine della storia del nostro paese,
il sangue di migliaia di giovani umiliati, malmenati e torturati da coloro
che sarebbero stati addetti a preservarne la sicurezza; la vita rubata al
giovane Carlo Giuliani, vittima sacrificale di una mattanza indistinta.
La ferita dei giorni di Genova è rimasta aperta e dolorante nelle coscienze
di tanti italiani e italiane che ancora s'interrogano sulle responsabilità
politiche e materiali di quei gravi fatti, di chi si chiede come mai a
cinque anni di distanza ancora non si sia fatta chiarezza sulla linea di
comando, sulle inadempienze, sugli abusi di potere, sugli occultamenti di
prove o sulla loro invenzione.
Subito dopo quegli avvenimenti fu istituita una Commissione di indagine
conoscitiva bicamerale dotata di poteri d'indagine limitati. La natura
stessa della Commisione, nonché il breve tempo in cui si svolsero i lavori
(conclusi il 20 settembre 2001) denotano la volontà del governo di
centrodestra di chiudere velocemente la faccenda, auto-assolvendosi agli
occhi del Paese. Tale Commissione ha conseguentemente prodotto solo una
sommaria e lacunosa ricostruzione dei fatti accaduti a Genova, senza
arrivare ad una ricostruzione puntuale degli avvenimenti.
Anche i successivi eventi processuali (a cominciare dalla archiviazione
dell'omicidio di Carlo Giuliani) sono risultati viziati dalla stessa
logica: chiudere la "pratica Genova" nel più breve tempo possibile. Si sono
dunque banalizzati i fatti, riconducendoli ad una logica di "manifestanti
violenti" contrapposti a "sporadici eccessi delle forze dell'ordine". Tutto
questo col risultato di non poter vedere la precisa linea di repressione
del dissenso di cui Genova ha costituito l'episodio più grave, seguito da
altri meno noti ma non per questo meno inquietanti. Seguendo il solco
ideale del disinteresse tracciato dalla Commissione parlamentare, possiamo
leggere non solo le vicende processuali, ma anche la grave distrazione dei
maggiori media italiani, che stanno lasciando scivolare i processi in corso
per i fatti di Genova nella più completa apatia.
Se il nuovo governo vuole imprimere una svolta democratica al nostro paese,
da qui deve cominciare, perché non può esserci futuro democratico laddove
una macchia così grave viene lasciata alle spalle, perché non può esservi
saldezza di diritti in un paese in cui rimangono troppi dubbi sull'omicidio
di un giovane ad una manifestazione.
Il giorno dell'insediamento del nuovo governo è stato ripresentato al
Senato un disegno di legge sostenuto da 60 senatori e senatrici che prevede
l'istituzione di una commissione d'inchiesta sui giorni del G8 che abbia
gli stessi poteri dell'autorità giudiziaria, che possa cioè utilizzare
tutti gli strumenti utili ad acquisire informazioni necessarie al
raggiungimento della verità. Analoga iniziativa è in corso alla Camera dei
deputati, con la possibilità quindi di ottenere una Commissione bicamerale,
che avrebbe ancora più peso politico. E' urgente che questo disegno di
legge venga discusso al più presto dal Parlamento per essere approvato e
l'inchiesta possa rapidamente partire.
E' necessario che tutti e tutte coloro che in questi anni hanno condiviso
la lotta per ottenere verità e giustizia si impegnino a far si che ciò
avvenga. Bisogna insistere affinché ogni parlamentare si senta in dovere di
assolvere una richiesta forte proveniente dal paese: nessuna lungaggine
burocratica, nessun ostacolo dovrà frapporsi questa volta all'istituzione
di un organismo, realmente aperto all'ascolto di tutti i soggetti che hanno
faticosamente lavorato in questi anni alla ricostruzione dei fatti, e che
possa dunque far luce sul black out di civiltà che ha investito il nostro
paese nel luglio del 2001.

Chiediamo a tutti e tutte di impegnarsi attivamente affinché si possa
finalmente in questo Paese, almeno su questa vicenda, restituire alle
parole verità e giustizia il loro significato.

PER ADESIONI SCRIVERE A:
guidaccio@gmail.com

domenica, luglio 02, 2006

Privatizzare? Meglio di no, ma se c'è un buon progetto...

da La Nuova Sardegna, 2 luglio 2006


Edoardo Salzano, urbanista contro. MAURO LISSIA




CAGLIARI. Edoardo Eddy Salzano è professore ordinario di urbanistica nel dipartimento di pianificazione dell'università Iuav di Venezia, dove è stato presidente di corso di laurea e preside della facoltà di Pianificazione del territorio. Consulente di amministrazioni pubbliche per la pianificazione territoriale e urbanistica in tutta Italia, ha scritto saggi importanti e pubblicazioni specializzate. E' nato a Napoli, ha vissuto a lungo a Roma e dal 1975 abita a Venezia. Salzano è stato amministratore pubblico sia nel Lazio sia in Veneto. Autore di un aggiornatissimo sito (www.eddyburg.it) diventato rapidamente un riferimento per chiunque si occupi di urbanistica e ambiente, è oggi impegnato in una battaglia pubblicistica aspra contro la realizzazione di opere faraoniche come il Mose a Venezia e il ponte sullo stretto di Messina, che giudica inutili e dannose. Non ha paura di schierarsi: sulla porta della sua casa nel quartiere storico di Dorsoduro, vicino a piazza San Marco, campeggiano due bandiere con la scritta 'No Mose'. A settantacinque anni, Salzano è considerato una delle massime autorità nel suo campo ed è sulla base dei suoi titoli che Renato Soru l'ha chiamato a coordinare il comitato scientifico incaricato di elaborare la filosofia del nuovo piano paesaggistico regionale, approvato di recente dalla giunta sarda di centrosinistra. Sulla scia delle polemiche nate attorno alla scelta del governo Soru di mettere all'asta il compendio storico minerario del Sulcis gli abbiamo chiesto di rispondere ad alcune delle critiche lanciate in questi giorni dagli oppositori del piano. Ecco che cosa ci ha risposto.



Privatizzare? Meglio di no ma se c'è un buon progetto... Parla il coordinatore del nuovo piano paesaggistico della Regione.

MAURO LISSIA



VENEZIA. - Professor Salzano, la Regione ha messo all'asta il compendio minerario del Sulcis, vuole farne un paradiso delle vacanze con campi da golf. Il bando scade domani. Condivide la scelta?

"Quando un ente pubblico decide di alienare i suoi beni io sono sempre contrario. Una cosa sono le regole delle trasformazioni fisiche, un'altra sono le funzioni che si stabiliscono attraverso i piani, un'altra ancora è il regime proprietario. Come regola generale io sono anti-tremontiano, la proprietà è una garanzia in ogni caso. Ho apprezzato l'iniziativa di Renato Soru di avviare la conservatoria delle coste ma in questo caso sono contrario. Bisogna però vedere che cosa si fa col ricavato della vendita...".

- La base d'asta è 44 milioni per 647 ettari di terre pregiatissime. Chi compra fa un affare...

"Sì, in termini generali io sarei per una concessione onerosa. Dà garanzie maggiori al pubblico".

- Lei ha coordinato l'elaborazione del piano paesaggistico della Sardegna, cui hanno lavorato intellettuali di diversa provenienza e inclinazione. A leggerne la filosofia sembra che l’orientamento sull’uso degli spazi storici fosse diverso. Nel testo sono numerosi i richiami alla salvaguardia dell’identità dei luoghi e alla conservazione filologica dei manufatti. Ma nel bando è prevista anche la demolizione.

"L'orientamento era di escludere le seconde case, per ora sulla fascia costiera. Qui le garanzie le abbiamo messe e sono chiare".

- Però nel piano si parla in termini aspramente critici di corsa alla privatizzazione. Gli oppositori dicono che la scelta di vendere il Sulcis minerario va in controtendenza rispetto allo spirito dello strumento di pianificazione.

"Nel nostro lavoro siamo partiti con un fantasma davanti agli occhi, quello dei villaggi turistici, queste oscenità... Un gruppo milanese o belga va in Sardegna, compra la terra dell'allevatore e ci costruisce uno di quegli obbrobri che conosciamo. Invece la trasformazione di certi edifici pubblici, che io comunque tenderei a evitare, non mi scandalizza. Se l'ipotesi è realizzare alberghi e gli alberghi sono necessari, se li fanno i privati e la Regione ha bisogno di vendere per raccogliere quattrini utili a comprare aree a rischio sulla costa e finanziare la conservatoria...".

- Sta dicendo che il fine giustifica i mezzi?

"No, ripeto: il pubblico è meglio che conservi il proprio patrimonio immobiliare".

- In questo caso anche un patrimonio affettivo, forse per questo la protesta sta montando...

"Va ricordato che il piano è solo un atto amministrativo, non può imporre un atteggiamento ascetico".

- La relazione scientifica allegata al piano sembra qualcosa di più che un semplice atto amministrativo.

"Certo, ci hanno lavorato anche scrittori... Mi spiego meglio: io sono nettamente contrario alla privatizzazione generalizzata. Ma se dietro alla dismissione c'è un ragionamento, una finalizzazione, allora se ne può discutere, purchè le finalizzazioni ci siano e siano conformi al piano. Lo slogan di partenza è stato 'non vogliamo cancellare il turismo, vogliamo modificarlo' per godere in modo controllato di questo patrimonio di bellezza incentivando le attività ricettive".

- Ma lei è convinto che il turismo possa essere davvero una risorsa economica per la Sardegna del futuro?

"Solo se la Sardegna riesce a conservare la qualità dei suoi siti".

- Nel piano la parola valorizzazione, riferita ai luoghi, viene definita parola fantasma, rottame di parola.

"I grandi economisti del passato, da Adamo Smith a Carlo Marx, distinguevano due valori: il valore d'uso e il valore di scambio. Il valore usato per le sue caratteristiche proprie e quello che ha in quanto merce. L'aria non è un valore di scambio, come l'acqua pulita. Allora: quando noi parliamo di valorizzare un bene possiamo parlarne nel senso di rendere quel bene una merce e far sì che il proprietario ne ottenga un lucro. Oppure che mettiamo in evidenza, conserviamo e accresciamo il valore d'uso, l'eccezionalità, la rarità, la qualità propria di quel bene. In genere il termine valorizzazione viene usato nel primo senso, a me quello giusto sembra il secondo".

- Qual è la linea di confine tra uso e abuso del bene ambientale?

"Capire quali sono le trasformazioni ammissibili per quel determinato bene, nel senso che ne conservano e ne mettono in evidenza il valore, e quelle che invece ne diminuiscono la qualità".

- E' accettabile che a individuare questa linea di confine siano i politici?

"Questa è la democrazia, baby (sorride) ... non ci si può far niente. Per pianificare la Sardegna sono state scelte persone che fra di loro non avevano alcun rapporto, io non conoscevo Soru e lui non conosceva me...".

- Un'anomalia felice?

"Diciamo pure che dopo lunghi tira e molla siamo rimasti tutti soddisfatti di questo piano paesaggistico".

- Malgrado molti amministratori locali dicano che il piano è generico, che è troppo complesso?

"E' un piano che richiede una collaborazione da parte di chi deve approfondire le cose. Da questo punto di vista è difficile, perchè chiede a Province e Comuni un impegno nell'approfondimento dell'analisi, chiede di definire meglio i confini che noi abbiamo individuato, di farsi carico di una serie di cose di cui l'urbanistica tradizionale non si faceva carico perchè era rivolta alla ricostruzione, mentre qui il piano è finalizzato alla tutela del paesaggio".

- C'è però chi lo legge come un piano di divieti.

"Non c'è dubbio, lo è per l'urbanistica edificatoria. Ci sono due modi di pianificare: il primo è dire 'sul territorio si può fare tutto' in base alle convenienze dei privati o della comunità locale. L'altra impostazione è legata alla legge Galasso, che risale al 1985 e dice: il territorio è quello che è, verifichiamo in primo luogo che cosa si può trasformare e secondo quali regole. Quando abbiamo individuato le aree in cui le trasformazioni possono anche essere pesanti, allora decidiamo che cosa si può fare in queste aree. Ma partiamo dal territorio, non dal cemento. La domanda è: questa impostazione a quali classi economiche, ceti sociali, interessi economici serve e quali contrasta?".

- Risposta scontata...

"Purtroppo gli oppositori più accaniti di questa impostazione sono i più dotati di mezzi di comunicazione, questo è il problema...".

- E' un piano ambientalista?

"E' un piano che piace agli ambientalisti, che consente di realizzare qualità nuove in coerenza con quelle attuali".

- Non toccare il territorio intatto, un passaggio del piano che colpisce per l'idea di rigore che contiene.

"E' un pallino di Soru. Ci ha detto: per favore, quello che non è stato toccato si lascia stare, sul resto discutiamo. Io sono d'accordo. Stiamo per presentare a un gruppo di parlamentari dell'Ulivo un disegno di legge in cui diciamo che l'obiettivo è fare come altri paesi del mondo: il territorio non edificato e urbanizzato viene trasformato solo se si dimostra che le cose che si vogliono fare là non si potevano fare altrove".

- In Sardegna sono proprio i Comuni che hanno il territorio intatto a protestare per i divieti.

"Non capiscono che sono i più fortunati. Ma una carenza nel piano c'è: quando noi diciamo che le costruzioni vanno realizzate nelle aree adiacenti i centri urbani non diciamo che poi bisognerà farsi carico di un sistema di trasporti fra questi centri e la costa. E' un problema di organizzazione della mobilità, che non significa fare strade ma sistemi di trasporto leggeri. Bisogna lavorarci sopra, ma questo è un compito che spetta alla successiva pianificazione".

- Che cosa direbbe al sindaco di un piccolo paese costiero della Sardegna che protesta: io non ho altro modo per dare lavoro ai miei compaesani, ci sarebbe il turismo ma la Regione...

"Gli direi che vicino al paese può costruire... vediamo quante case vuote ci sono in quel paese. C'è da fare un enorme lavoro di recupero del patrimonio edilizio esistente. Fra l'altro chi costruisce un villaggio turistico ex novo compra i materiali all'esterno e li assembla in Sardegna, finestre, stipiti... e dunque il moltiplicatore economico è bassissimo. Chi invece ristruttura e riorganizza impiega manodopera locale, materiale, artigianato locale... lo dice Soru e ha ragione".

- C'è qualche carenza importante?

"Le norme sono ancora un po' confuse. Sarebbero stati necessari altri sei mesi di lavoro per realizzare una cosa più semplice dal punto di vista dell'utilizzatore delle norme. Sono d'accordo sul fatto che ci siano diverse categorie di beni da tutelare, che la Regione individua. E norme riferite agli ambiti di paesaggio che rinviano alla pianificazione successiva. Con un ulteriore sforzo si poteva fare qualcosa di più semplice, ma trovo miracoloso come sia stato raccolto il materiale informativo, un grande risultato che oggi viene citato con favore da molti autorevoli urbanisti. Roberto Gambino del Politecnico, membro di molti organismi internazionali, non è soddisfatto di alcune cose ma comparativamente giudica il piano il migliore in Italia. E lui ne ha fatti molti".

- A cosa è ancorata la critica di Gambino?

"Alla distinzione dei livelli di qualità dei siti e io sono d'accordo con lui. Non ha senso dire: questo bene vale più di quest'altro e un po' meno di quest'altro ancora. Bisogna individuare le caratteristiche proprie di quel bene e poi tutelare quelle. Ma questa distinzione compare nel codice Urbani, anche se per fortuna nell'ultima edizione si è un po' stemperata".

- Qual è il bene più importante da tutelare nell'isola?

"La consapevolezza che i sardi hanno della qualità del proprio territorio".

- Che cos'è il paesaggio, professore?

"Secondo il modello europeo, secondo me pericoloso, è quello che viene percepito dalla gente. Ma io chiedo: quale gente? Quale? Se noi pensiamo a com'è la gente oggi, il termine gente lo abolirei, ci rendiamo conto che molte situzioni prima di poterti affidare all'intuito e alla comune opinione della gente devi fare un'opera di educazione che è stata interrotta. Allora meglio rivendicare la responsabilità dei poteri centrali, garantita dalla legge".

- E' cresciuta la sensibilità ambientale negli ultimi anni?

"Solo in porzioni minoritarie della popolazione. L'Italia è ancora il paese in cui la gente spazza l'immondizia fuori sulla strada perchè poi sulla strada ci pensano gli altri".

- Allora questo è un piano impopolare?

"Dipende da come funziona la Sardegna... i sardi che conosco hanno un grande orgoglio del proprio territorio, anche se poi non si traduce sempre in atti reali".

- L'eolico, professore. Giusto frenarne la diffusione?

"C'è stato purtroppo un gap fra le parole d'ordine dell'ambientalismo e l'attuazione pratica. L'ambientalismo ha detto giustamente: energie rinnovabili. Una è l'eolico. Dopo di che è mancato il passaggio del potere pubblico: studiare e verificare quali sono le fonti di energia rinnovabili, quali i vantaggi di ciascuna di queste e sulla base di questo fare un piano energetico nazionale. Quindi i progetti, gli standard per realizzare questo o l'altro, infine largo alle imprese. Qui l'iniziativa è partita dalle imprese, che portano enormi materiali assolutamente invasivi. Provocano enormi devastazioni nel paesaggio e sono impianti che non vanno bene in un terreno accidentato come quello sardo. Dove invece si potrebbe sviluppare il fotovoltaico".

- Nel piano manca una disciplina della luce, dell'uso dell'illuminazione pubblica.

"E' un problema che non ho mai visto trattato in uno strumento di pianificazione, certo poteva essere un'occasione visto che negli ultimi tempi se ne parla molto in Italia e in Europa. Ma guardi... non è mai stato fatto un piano paesaggistico così imponente in tempi così ridotti. Si è fatto il possibile".

- Qual è il prossimo passo?

"Dovremo lavorare sulla legge Floris, che partiva da un decreto sugli standard, sulle quantità minime di spazi pubblici. Sulle zone interne penso che sarà elaborato un piano a parte. Certo le pressioni e gli interessi sono minori, quindi non c'è urgenza. Forse però prima di trattare i problemi dell'interno sarebbe utile definire la legge urbanistica regionale e fare una pianificazione non solo paesaggistica. La legge Galasso dava due possibilità: fare diversi piani paesaggistici oppure piani ordinari con particolare considerazione ai valori paesistici e ambientali, i piani territoriali di coordinamento. Ecco, forse varrebbe la pena di fare un piano territoriale regionale".

I siti minerari in vendita.

Gentilissimo Ministro,

in Sardegna sta avvenendo una cosa curiosa e preoccupante: il governo regionale ha messo in vendita dei siti di enorme valore ambientale e storico-culturale per farne alberghi, centri benessere e campi da golf.
La scelta è, a mio avviso, sbagliata nel metodo e nel merito.
Personalmente, quindi - in quelle zone ci sono nato - , ho lanciato un appello a cui hanno risposto tantissimi Sardi, condividendo con me l'allarme.
Poi ho sollecitato la Rete Lilliput, di cui faccio parte, ad esprimersi in merito: ne è nato un comunicato che non si limita a contestare ma propone alternative ambientalmente sostenibili che se coraggiosamente perseguite porterebbero maggiore e duraturo sviluppo, con un totale rispetto dell'ambiente. Anche a questo comunicato, una parte importante dell'opinione pubblica sarda ha risposto positivamente.
Non risponde, invece, il Presidente della Regione: definendoci sprezzantemente "portatori di perplessità", prosegue testardamente nei suoi intenti dismissori: recentemente, e suscitando polemiche, pare abbia sorvolato, insieme a probabili acquirenti, le zone poste in vendita (con un elicottero dei carabinieri o della "forestale", non ricordo).
Due cose e urgentissime, le chiedo.
Il suo parere (politico) personale o, se vuole, "del Ministero", rispetto a questo progetto di alienazione di beni pubblici.
E se non ritenga necessario approfondire il tema, ovvero, anche alla luce dei molti vincoli esistenti a tutela di tali siti, se non sia il caso di promuovere un'ispezione ministeriale che appuri sinanche la "legalità" oltre che l'opportunità di tale operazione.

La saluto cordialmente, e resto in ansiosa attesa di un riscontro

Sandro Martis
P.S. Più sotto trova il comunicato della Rete Lilliput Sardegna

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La Rete Lilliput Sardegna esprime netto dissenso e fortissima preoccupazione rispetto alla decisione della Regione Sarda di vendere alcune aree minerarie (Ingurtosu, Masua, Monte Agruxau, Naracauli, Pitzinurri) per realizzarvi "strutture alberghiere ricettive con annessi centri benessere, strutture sportive e per il golf".

Si tratta di zone di grandissimo valore culturale e naturalistico, all'interno del Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna, inserite in Siti di Importanza Comunitaria (SIC) e dichiarati "Patrimonio dell'Umanità" dall'Assemblea Generale dell'UNESCO.
"Sono le architetture di un'epoca passata, elegantissime, sui fianchi delle alte colline affacciate verso il mare, a volte a ridosso delle spiagge, sovrastate dalle creste di una catena montuosa frastagliata, fra boschi di leccio, macchia mediterranea, foreste protette. Sorgono in una zona costiera, in gran parte intatta e “scampata” alla edificazione che ha interessato molti altri tratti della costa Sarda, e carica di suggestione, di bellezza e fascino. Un vero spettacolo della natura". (fonte: Bando di vendita della Regione)

"La costa sulla quale si affacciano questi villaggi, è scampata alla edificazione che ha interessato molti altri tratti della Sardegna. Il Piano Paesaggistico consentirà solo il recupero dell'edilizia e dell'architettura industriali, con volumetrie aggiuntive determinate dalle esigenze di moderni iniziative turistico-alberghiere di alta qualità" ... La Sardegna offre l'opportunità di un investimento turistico in riva al mare: l'ultima occasione di realizzare anche nuove volumetrie... " (fonte: www.regione.sardegna.it)
Inserite in un ecosistema fragilissimo già messo a dura prova da un disordinato e crescente impatto turistico, dall'elevata domanda imprenditoriale di trasformazione delle zone costiere e dai fenomeni di inquinamento derivante dalle miniere dismesse, con estese superfici coperte da detriti e fanghi, e i principali corsi d’acqua (Rio Piscinas, Rio Irvi e Rio Naracauli) contaminati da Zn, Cd, Pb e altri metalli pesanti.
A pochi passi da Piscinas, il più vasto complesso dunale d'Europa e dell'intero bacino del Mediterraneo, estremamente fragile e ad alto rischio di degradazione.

"Il tratto di costa e' caratterizzato da dune di sabbia con presenza di fitta macchia mediterranea. La gran parte del biotopo e' caratterizzato da ambiente collinare. Il paesaggio vegetazionale delle coste sabbiose associato alle elevate altezze delle dune costituiscono elemento caratterizzante della parte del biotopo di Piscinas. Biotopo costiero con presenze litologiche di enorme valore nella ricostruzione della storia geologica della Sardegna. Esistenza di diverse serie vegetazionali climaciche e pedoclimaciche. E' l' unico biotopo a comprendere bioclimi termomediterraneo secco mesomediterraneo inferiore e mesomediterraneo medio. Da segnalare la presenza di uno degli ultimi tre nuclei originari di Cervo sardo. La piccola area umida retrostante la costa e' frequentata da interessanti specie ornitiche svernanti. L'alto valore di biodiversità delle specie vegetali e delle Formazioni vegetali conferisce al sito rilevanti qualità ambientali, di tutto interesse europeo. Sistema molto fragile...". (fonte : Ministero dell'Ambiente della Tutela del Territorio)
Nella zona è stato avviato il progetto LIFE-Natura “Dune di Piscinas – Monte Arcuentu” per la tutela e conservazione delle specie locali quali il cervo, l’aquila reale, il ginepro.

Le aree e i fabbricati messi in vendita, furono acquistati, nel '98, dalla IGEA SpA (di proprietà regionale), con un contratto in cui la Regione rinunciava ad esigere "il ripristino, il risanamento e il riassetto, anche ambientale" dalla società venditrice (la SNAM, del gruppo ENI) quindi se ne assumeva l'onere, per poi, "terminati i lavori di riabilitazione e recupero", trasferirli "gratuitamente agli Enti Locali interessati", ovvero ai Comuni.

Risanamento che non c'è stato, passaggio agli Enti Locali che non c'è stato.
Nonostante siano state spese cifre ingenti.

La Regione potrebbe e dovrebbe impegnarsi, anziché alienare quei beni, ad ottenere un risarcimento per le cifre stanziate a fronte di prestazioni e servizi mai ottenuti, per quanto (non) forniti da enti e società di sua stessa proprietà, o esigere la bonifica dei siti, ovvero individuare, nelle sedi opportune, malfunzionamenti, responsabilità, inadempienze.

Disconoscendo ogni precedente accordo o "protocollo d'intesa", come quelli inerenti i cosiddetti "Progetto Montevecchio" e "Progetto Ingurtosu" - la cui stesura costò non poco alle pubbliche casse: riguardavano "interventi in campo turistico" ma parevano quantomeno più "sostenibili"da un punto di vista ambientale: previsti, tra l'altro, un "trenino verde", il ripristino di vecchi sentieri, la valorizzazione di laghetti collinari, la promozione di piccole realtà produttive, come l'apicoltura (sono presenti specie arboree rarissime) o la "coltivazione" delle erbe officinali -, ora la Regione decide di vendere "i gioielli di famiglia" per farne alberghi di lusso.

La costruzione ex novo (di questo, di fatto, si tratterebbe, visto lo stato delle rovine, e non di "ristrutturazione") di enormi fabbricati (previsti 160.000 mc di cemento nel compendio di Masua, Monte Agruxau e 100.000 mc in quello di Ingurtosu, Naracauli, Pitzinurri) introdurrebbe, sia nella fase di costruzione (disboscamento, traffico di operai e mezzi pesanti, ruspe, betoniere, camion, estrazione, movimentazione, utilizzo "pietrisco", sabbie, terra, lavorazione cementi, calcestruzzi, costruzione vie di accesso, sistemi idrici e fognari, palificazioni energia elettrica e telecomunicazioni, inquinamento del suolo, acustico, atmosferico), sia in quella successiva di "fruizione turistica" (carico antropico, scarichi fognari, inquinamento atmosferico e acustico, traffico veicoli), scompensi dannosissimi e irreparabili all'ambiente circostante.

Come non bastasse, il bando prevede la costruzione di campi da golf.
In Italia abbiamo la più bassa media di giocatori d'Europa (234 giocatori per ogni campo da golf, la media europea è di 1031, quella mondiale di 1848), ma continuiamo a fare campi. Migliaia di ettari di terreno sottratti alle comunità per destinarli ad uno sport elitario che nulla ha a che fare col nostro ambiente e la nostra cultura.
Proprio perché costosissima, la pratica del golf vanta pochi appassionati, e i campi "lavorano" normalmente "in passivo" (vedere i casi di Is Molas Golf Club, a Pula, e Villaggio Bagaglino, a Stintino, entrambi "falliti"), ovvero, per compensarne le perdite, sono spesso associati ad operazioni immobiliari a carattere speculativo.
Poi, in una regione come la nostra, a rischio desertificazione, c'è il problema acqua: un campo di dimensioni medie ne consuma ogni giorno quanto un paese di 8-9000 abitanti.
Se il campo sorge vicino alla costa, i pozzi scavati per l'irrigazione possono provocare la salinizzazione della falda, mentre l'impiego di pesticidi e diserbanti sfiora ogni anno le due tonnellate; in entrambi i casi, le conseguenze sono disastrose in termini di salinizzazione, inquinamento e conseguente avvelenamento di specie animali e vegetali. (Fonte:antigolf.org)

La Rete Lilliput Sardegna ritiene che le risorse storiche, culturali ed ambientali della zona, come di tutta l'Isola, possano essere, se rispettate e valorizzate, fonte di reddito e benessere per i Sardi.

La vendita, o la cessione a qualsiasi titolo anche temporanea, di quelle risorse di proprietà dei Sardi, a multinazionali, che trasferirebbero altrove i profitti(i requisiti economico finanziari richiesti dal Bando ne precludono la partecipazione a piccole imprese locali), fermi restando i danni ambientali e storico-identitari, arrecherebbe grave pregiudizio all'economia isolana. La ricaduta in termini occupazionali sarebbe minima e limitata al lavoro temporaneo, precario e subordinato (lavoratori edili, camerieri stagionali), mentre la devastazione ambientale quindi la conseguente perdita economica anche in termini di "richiamo turistico" sarebbero enormi.

Una delle ragioni che giustificherebbero, secondo la Regione, la vendita, sarebbe la possibilità di finanziare con essa la "bonifica" da fanghi, detriti, metalli pesanti, eredità dello sfruttamento minerario. Ma, a fronte di un prezzo di vendita molto basso, come già avvenne nei confronti della SNAM la Regione si prende anche l'onere della bonifica.
"Gli interventi di messa in sicurezza, riqualificazione ambientale e bonifica delle aree interessate dalla gara saranno a carico dell’Amministrazione Regionale Sarda, che si avvarrà, per la realizzazione degli interventi, dei soggetti istituzionalmente preposti, quali l’Igea, proprietaria delle aree. Verranno stipulati accordi di programma con le amministrazioni locali interessate e con gli organismi aventi competenza istituzionale in materia". (fonte: Bando di vendita della Regione)
Spese di bonifica che potrebbero essere, dicono gli esperti di Legambiente, ben superiori agli introiti ricavabili dalla vendita. Tanto che, secondo il Gruppo di Intervento Giuridico di Cagliari, potrebbe configurarsi un'ipotesi di danno erariale.

La Rete Lilliput Sardegna, ritiene che
con una serie di misure che prevedano la bonifica, la messa in sicurezza degli stabili, il coinvolgimento delle comunità locali, la formazione, l'incentivazione di piccole imprese, che trasformino e rendano ecologicamente fruibili quelle località, già incantevoli, per un turismo "rispettoso e silenzioso";
lavorando alla limitazione del traffico di mezzi inquinanti, e alla contestuale promozione di escursioni e visite guidate, con personale motivato e preparato, a piedi, a cavallo, in bicicletta;
studiando mezzi collettivi, alternativi, ecologici, caratteristici, per la visita alle miniere e l'accesso alle spiagge;
restaurando alcune strutture per adibirle a sale convegni, esposizione mostre, manifestazioni artistiche e culturali (si provi ad immaginare il fascino del teatro, della musica, tra ruderi e dune lunari);
dando in concessione, con opportuni vincoli e verifiche, piccole strutture, ai margini dell'area, in zone già relativamente urbanizzate (Montevecchio, Ingurtosu), che valorizzando il silenzio, ospitino centri ristoro, piccoli "alberghi minerari", agriturismo di qualità, con prodotti biologici e (realmente) locali (sarebbe anche importante incentivo alla agricoltura di qualità, ora soffocata dalla grande distribuzione);
promuovendo l'"albergo diffuso" tra le comunità residenti ai confini del Parco (Arbus, Guspini, Fluminimaggiore, Nebida, Masua, ... )
contrastando seriamente il bracconaggio e lo sfruttamento venatorio dell'area, con la costruzione di "oasi", dove cervi, e altre specie, possano dissetarsi e sfamarsi, e di "punti di avvistamento" per cervi, cinghiali, rapaci;
provvedendo alla classificazione, alla cura, alla "esposizione" delle rare specie di piante e arbusti;
valorizzando i bellissimi sentieri, alcuni già "segnati" dal CAI, divulgandone i tracciati;
reimpiegando quelle professionalità, come i lavoratori di IGEA, che con l'attuale politica di cessioni rischierebbero la perdita del lavoro, in questo innovativo processo di tutela, valorizzazione, promozione;
dando attuazione ad un processo "partecipativo" e "dal basso" che veda le popolazioni coinvolte, informate, consultate nelle scelte che riguardano il loro territorio, il loro futuro, la loro dignità;
con una efficace campagna che diffonda, a livello internazionale, l'immagine di un tale paradiso (ex minerario) terrestre, fortemente valorizzato proprio dalla assenza di quelle strutture di cui l'attuale "Bando di Cessione" auspica la costruzione, e provvedendo alla intercettazione di quei flussi in crescita di viaggiatori consapevoli, alla ricerca di ambienti e culture integri, lontano dalla devastazione e dalla insostenibile "impronta ecologica" del turismo dei villaggi vacanze o degli alberghi a cinque stelle, alla ricerca di un "percorso equo e solidale" più coerente con l'ambiente e la cultura circostante, che non generi sfruttamento (di ambiente, animali, lavoratori) e stress da vacanza;
organizzando, nelle comunità locali, eventi di formazione su Ambiente e Turismo, che educhino al rispetto del primo quale premessa alla valorizzazione del secondo, e allontanino il miraggio dell'arricchimento facile (a danno di ambiente, persone, e "immagine" della Sardegna), perseguito purtroppo da troppi improvvisati "operatori turistici" attuali;
ricorrendo finanche all'azionariato popolare per il reperimento delle risorse;
possa cominciare un viaggio che, partendo dai beni preziosi della nostra Isola (identità, cultura, tradizioni, ambiente), tutelandoli e valorizzandoli, porti le popolazioni, e una classe dirigente attenta, a comprendere che dalla cura, non dalla dissipazione, di tali beni provengano opportunità di benessere e speranza di futuro per i Sardi e la loro isola.
In una Sardegna non più discarica di rifiuti, tossici o nucleari, non più colonia turistica, industriale, penale, militare.


La Rete Lilliput, chiedendo con forza il superamento del "Bando di Cessione" e impegnandosi a contrastarlo, si rende disponibile
ad incontrare il Presidente della Regione, gli assessori competenti, le strutture e le amministrazioni interessate, le associazioni ambientaliste, i sindacati, le popolazioni, per discutere e studiare, coi metodi della democrazia partecipata, quale futuro dare alle aree minerarie e al Parco.
a portare avanti un'opera di sensibilizzazione e "coscientizzazione critica" nelle comunità, con altre associazioni e singole e singoli che si riconoscano in questo appello creare un Comitato, e redigere un Manifesto per la Riconversione Ecologica della Aree Minerarie Dismesse che riesca a coniugare il rispetto dell'ambiente con le opportunità di lavoro per gli abitanti di quelle zone.

La festa del poligono della morte

La festa del poligono della morte
e la foglia di fico del sottosegretario alla Difesa


La partecipazione di Emidio Casula, sottosegretario alla Difesa, ai macabri festeggiamenti del poligono della morte "Salto di Quirra" e' una ferita bruciante alla sensibilita' della stragrande maggioranza del popolo sardo e un funesto segnale di continuita' con la politica dell'insabbiamento dei "morti scomodi" e del potenziamento della struttura di guerra perseguita dai precedenti governi di centrodestra e centrosinistra.

Il poligono della morte Salto di Quirra e' l'esempio peggiore della colonizzazione militare selvaggia inflitta all'isola, fondata sulla rapina delle risorse, della salute e della vita della popolazione. Ricordiamo le cifre della strage in atto, emerse fin dal gennaio 2001 (governo D'Alema):
Poligono Interforze Salto di Quirra, 15 militari affetti da tumore; Quirra, 150 abitanti, 20 persone colpite da tumori emolinfatici; Escalaplano, 2.500 abitanti, 14 bambini con gravi alterazioni genetiche.

Il sottosegretario tenta goffamente di coprire l'oscenità con la foglia di fico dell'ennesima promessa di improbabili ricerche sull'uranio impoverito (sarebbe l'indagine numero 9!) "dimenticando" che:

1) il proseguimento dell'indagine sull'uranio impoverito (DU), avviata dal Senato nella passata legislatura, e' atto dovuto;

2) il DU e' solo uno dei tanti veleni, noti e non noti, sparsi a piene mani dalle multinazionali delle armi e dalle forze armate di mezzo mondo nel corso dei 50 anni di vita del poligono della morte.

Il sottosegretario, in rispetto del suo ruolo istituzionale, si attivi affinche' il nuovo Governo non si renda complice della strage, ponga fine all'illegalità permanente e si adegui alle norme internazionali, sottoscritte dall'Italia, che sanciscono l'obbligo degli Stati di osservare il principio di precauzione. Da questo DOVERE discende la necessita' urgente di sospendere tutte le attivita' del poligono, almeno fino a quando non siano stati individuati e isolati gli agenti killer e il territorio sia stato
decontaminato.

Solo dopo aver attivato la procedura di moratoria delle devastanti attivita' belliche si puo' parlare e discutere di studi e accertamenti. Il miraggio di "indagini scientifiche" e' stato usato troppo a lungo come oppio per narcotizzare l'allarme sociale.

Il sottosegretario DICA:

1) a quanto ammontano le risorse finanziarie che ministero della Difesa e Governo intendono stanziare per indagini e bonifica. Secondo le stime condivisibili del Procuratore militare di Cagliari Carlo Rosella effettuate per la sola area a terra del poligono di Capo Teulada, il costo equivale a quello di una manovra finanziaria;

2) come intendano reperire i fondi e in quale capitolo di spesa intendano iscrivere i costi ingenti. Noi diamo un'indicazione: dirottamento delle risorse finanziarie sperperate per le disumane missioni di guerra in Irak e Afghanistan.

3) a quanto ammontano le risorse stanziate, stando agli impegni del precedente Governo, per bonificare il tratto di mare prossimo alla costa del poligono di Capo Teulada. Lo studio commissionato dal precedente ministro alla Difesa al CNR indica "costi astronomici".

E' del tutto ovvio che ad indagini da due soldi corrispondano risultati a credibilita' zero, a bonifica a costo zero corrisponde una decontanimazione zero.

Invitiamo i sindaci che hanno partecipato alla festa della morte ad attenersi al loro dovere istituzionale di garanti dell'incolumita' e della salute dei loro cittadini.

Comitato sardo Gettiamo le Basi

domenica, giugno 25, 2006

Contro tutte le esercitazioni militari

CONFERENZA STAMPA – CONVOCAZIONE


AULA CONFERENZE STAMPA DEL CONSIGLIO REGIONALE

- martedì 27 GIUGNO 2006 – ORE 11 –



In concomitanza con i festeggiamenti per il 50°anniversario del

poligono del Salto di Quirra



I Seguenti Comitati e Associazioni:

o Comitato Popolare di Difesa Ambientale Sarrabus-Gerrei (CPDSARR);

o Comitato Tutela ambiente Escalaplano;

o Collettivo Barbagia Reverde, Gavoi;

o COCIS La Maddalena;

o Comitato Tonarese Contro Le Basi Militari;

o Teulada Libera;

o Gettiamo Le Basi

In Collaborazione con La Tavola Sarda Della Pace

Promuovono una Conferenza Stampa

Per presentare le firme raccolte a sostegno del testo allegato e documentare la loro consegna al Presidente Della Giunta della Regione Autonoma della Sardegna.




chiediamo

Ø la sospensione di tutte le esercitazioni in attesa di conoscere la reale situazione sanitaria nei territori sedi di base militare e in quelli vicini

chiediamo inoltre:

Ø L’analisi ambientale e la bonifica dei territori e dei fondali marini interessati dalle esercitazioni militari,

Ø Un indagine epidemiologica a lungo termine, sulle persone che per servizio, residenza o lavoro sono venuti a contatto con le attività militari o le sperimentazioni civili, nelle basi e nei poligoni militari.

Ø La dismissione, nei territori occupati dalla presenza militare in Sardegna e il contemporaneo avvio, su quei territori, di una valida alternativa economica.

Ø La Istituzione di una Commissione d’Inchiesta, da parte del Consiglio Regionale, che faccia luce sui fatti e accerti le cause.







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Tessiduras de Paghe



Presentazione del numero monografico della rivista “Quaderni Satyagraha”, dedicato alla lotta popolare e nonviolenta della Sardegna contro la presenza militare e contro le politiche di asservimento.



Intervengono:

Manlio Brigaglia, Franco Fresi



Sarà presente la curatrice della rivista:

Maria Erminia Satta



Coordina:

Rosanna Pala



Tempio Pausania, sabato 24 giugno 2006 - ore 18:30


Cotton Club, V.le Fonte Nuova



a cura di:

Libreria Max 88

Ass. Culturale "Carta Dannata" - Presidio del libro Tempio Pausania

Ass. Librai Sardi Indipendenti

Cotton Club





Tessiduras de Paghe. Tessiture di Pace

numero 9/2006 della rivista “Quaderni Satyagraha”

Centro Gandhi edizioni Pisa - Libreria editrice fiorentina

294 pagine, € 16,00 - http://pdpace.interfree.it/



A cura di:

Elisa Nivola e Maria Erminia Satta



Interventi di:

Bachisio Bandinu, Amos Cardia, Tonino Cau, Giulio Curti, Cristina di Lagopesole, Enrico Euli, frà Gerardo Fabert, Walter Falgio, Tommaso Fattori, Jean-Marie Muller, Tuomo Pekkanen, Martina Pignatti Morano, Giuseppe Pulina, Giovanni Francesco Ricci, Salvatore Sanna, Franco Uda, Anna Vacca Facchini














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Tavola Sarda della Pace
samesasardadepaxi@tiscali.it
c/o Comune di Laconi
Tel.: 0782.866221 - Fax: 0782.869579
E-mail: comunelaconi@tiscali.it
CCP 11977089
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mercoledì, giugno 14, 2006

Ventennale della tragedia di Chernobyl

COMUNICATO STAMPA

Ventennale della tragedia di Chernobyl

L’ambasciatore della Bielorussia ringrazia i sardi

ed incontra i vertici della Provincia di Cagliari





Il presidente della Provincia di Cagliari, Graziano Milia, unitamente al presidente del Consiglio provinciale, Roberto Pili, hanno incontrato quest’oggi l’ambasciatore in Italia della Bielorussia, Aleksei Skripko. La visita ufficiale del diplomatico, accompagnato dai rappresentanti dell’associazione sarda “Cittadini del mondo” (organizzazione che si occupa dell’ospitalità dei bambini bielorussi nell’ambito del Progetto Chernobyl) ha posto le basi per un progetto più complessivo di collaborazione tra la Sardegna e la Bielorussia, “che ora deve superare – ha detto Skripko – la fase dell’aiuto umanitario per andare verso un più stretto regime di cooperazione e sviluppo tra le nostre due popolazioni”.



Dopo aver ribadito l’importante ruolo “di cerniera della Bielorussia, tra l’Unione europea e la Russia”, l’ambasciatore Skripko ha posto l’accento sull’interesse “a sviluppare maggiori rapporti di collaborazione con la Provincia di Cagliari, che non devono però essere solo limitati a scambi turistici o culturali, ma che devono guardare anche alla possibile creazione di joint-venture in attività produttive”.



L’ambasciatore ha ricordato che la Bielorussia è il primo produttore al mondo di fertilizzanti, il terzo per il lino ed uno dei primi per la produzione mineraria e quella industriale di mezzi meccanici per l’agricoltura e l’edilizia, nonché uno dei paesi che si affacciano in Europa con il minor costo del lavoro e dell’energia, dove le imprese che vogliono esportare in Russia non pagano alcun dazio.



Il diplomatico bielorusso, nel ventennale della tragedia di Chernobyl, ha voluto poi manifestare un particolare e accalorato ringraziamento all’intera comunità sarda e all’associazione “Cittadini nel mondo” (“la più brava in Italia, perché intorno all’accoglienza in Sardegna dei bambini bielorussi reduci da Chernobyl ha saputo costruire un progetto e modello di solidarietà e di prevenzione sanitaria impareggiabili”) che ogni anno si fanno carico di accogliere nelle loro case 550 bambini bielorussi, al fine di ridurre la concentrazione di Cesio nel loro sangue.



La vicenda della piccola Victoria, la bambina bielorussa attualmente ricoverata all'ospedale Marino di Cagliari per una lesione al midollo spinale (a seguito dell’incidente stradale avvenuto nel 2005, durante il suo ritorno a Minsk e in cui ha perso la vita il padre) è stata richiamata con commozione dal diplomatico, che ha ringraziato la Provincia di Cagliari e l’Azienda USL per aver deciso di sostenere i costi sanitari della sua riabilitazione.



Il presidente dell’associazione “Cittadini nel mondo”, Giuseppe Carboni, ha ricordato come “il prossimo 21 giungo arriveranno in Sardegna altri 350 bambini bielorussi, che trascorreranno 1 o 2 mesi presso le famiglie sarde che hanno deciso di aprire le loro case a queste piccole vittime inconsapevoli del disastro di Chernobyl”. Allo stesso tempo ha dato notizia delle attività svolte e risultati conseguiti in Bielorussia dall’Ente di Formazione Sardegna Global, “unico soggetto italiano di formazione professionale attualmente riconosciuto dal Ministero dell’istruzione bielorusso. I corsi attivati in campo edilizio hanno visto nel biennio 2005-2006 il rilascio degli attestati di qualifica professionale a ben 403 giovani, con un inserimento lavorativo del 98%”.



Il presidente della Provincia, Graziano Milia, si è detto molto onorato dagli attestati di stima e riconoscenza del diplomatico bielorusso ed ha garantito per il futuro la partecipazione dell’Ente in diversi progetti di cooperazione, solidarietà ed aiuto umanitario che muovono oggi i primi passi. “In tal senso – ha detto Milia – stiamo mettendo a punto alcune iniziative di internalizzazione del mondo delle nostre imprese e fra non molto verremo a farvi visita per stipulare con il governo e le imprese bielorusse accordi di reciproco scambio culturale, ma, soprattutto, d’investimento industriale e commerciale. “Sarebbe bello – ha concluso Milia – se si riuscisse inoltre a promuovere e sostenere a Cagliari un arricchimento e formazione professionale in campo sanitario dei vostri operatori, vista la riconosciuta esperienza dell’unità spinale del nostro ospedale Marino”.







Cagliari 14.06.2006









Ufficio Stampa

a.stampa@provincia.cagliari.it

lunedì, giugno 12, 2006

AFGHANISTAN: GRUPPO PRC SENATO ADERISCE A APPELLO PER RITIRO

(AGI) - Roma, 16 mag. - Il gruppo al Senato di Rifondazione Comunista
aderisce in blocco all'appello lanciato da don Luigi Ciotti, Tonio
Dell'Olio, Gino Strada, Alex Zanotelli per il ritiro delle truppe
italiane dall'Iraq e dall'Afghanistan e per l'interruzione di ogni
missione italiana in teatri di guerra. "La nostra adesione e' collettiva
per sottolineare la completa condivisione della necessità di una svolta
nella politica estera del paese - dichiara Giovanni Russo Spena,
presidente del gruppo di Prc -, perché l'art.11 della Costituzione deve
diventare concreta realta'.
L'intero sistema di intervento - come dice l'appello - va ripensato a
partire dalla necessità che si basi su vere missioni di pace, senza
armi, che tendano alla ricostruzione e alla cooperazione con altri
popoli. Intanto e' essenziale ritirare le truppe per salvare delle vite
umane ed anche perché, come affermava Gandhi e come l'appello ricorda,
non c'e' una strada che porta alla pace, la pace e' la strada". (AGI)
Cav 161511 MAG 06

______________________________________-


PER ADERIRE AL SEGUENTE APPELLO INVIARE UNA MAIL A:

parlamentodipace@gmail.com




APPELLO AL NUOVO PARLAMENTO


Onorevoli deputate e deputati, Onorevoli senatrici e senatori,

questo appello, scritto nell'ora tragica in cui le vittime di guerra
italiane dei due teatri di guerra Iraq e Afghanistan, tornano in Italia
per ricevere i funerali di Stato, cade anche nel momento in cui il nuovo
Parlamento della Repubblica inizia i suoi lavori. Vorremmo che fosse un
nuovo inizio o meglio una svolta. Una decisa svolta in politica estera
con scelte coraggiose per una vera politica di disarmo, per attuare con
scelte concrete l'art.11 della nostra Costituzione.
Poiché, secondo l'art. 11, non è possibile usare la guerra come mezzo
per risolvere le crisi internazionali, la prima scelta che si impone,
che chiediamo al nuovo Parlamento, è quella di interrompere le missioni
militari in teatri di guerra e ritirare le truppe italiane dall'Iraq e
dall'Afghanistan. L'unica verità della guerra sono le sue vittime.
Purtroppo in tanti ci accorgiamo di questa verità solo quando le vittime
sono i soldati italiani e fatichiamo a realizzare questa stessa verità
quando le vittime non le vediamo, sono "altre", anche se abbiamo saputo
in modo indiretto che migliaia di persone sono state trucidate a
Falluja, a Ramadi, torturate ad Abu Graib, bombardate nei villaggi
afgani o saltate in aria e mutilate dalle clusters bombs sia in
Afghanistan che in Iraq.
Ma se è vero che l'unica verità della guerra sono le sue vittime, se è
vero che in nome di questa verità migliaia di persone sono scese in
piazza con la bandiera arcobaleno nel nostro paese, reclamando una
politica di pace, allora Vi chiediamo, facendo appello alla libertà di
coscienza, ed al rispetto dell'art. 11 della nostra Costituzione, di
porre fine alla presenza militare italiana in Iraq e in Afghanistan,
decidendo di non rifinanziare queste missioni di guerra. Le missioni di
pace devono tendere alla pacificazione e alla ricostruzione, pertanto
dovrebbero essere senza armi, a nostro parere, senza eserciti, fondate
sulla cooperazione con gli altri popoli, sulla diplomazia, sul dialogo e
la solidarietà. L'intero sistema di intervento va ripensato all'insegna
di una nuova politica estera. Ma per l'immediato, per salvare vite
umane, per interrompere la spirale di morte, per operare una pressione
internazionale che provochi la fine delle occupazioni militari,
chiediamo che il Parlamento italiano dia un segnale forte di
discontinuità, immediatamente e senza ambiguità.
Il nostro saluto sia con le parole di Gandhi:
"Non c'è una strada che porta alla pace, la pace è la strada"

PRIMI FIRMATARI :

Luigi Ciotti, Tonio Dell'Olio, Gino Strada, Alex Zanotelli
I primi firmatari di questo appello sollecitano l'adesione di tutte le
persone e le associazioni che si sentono impegnate per la pace e la
difesa dell'art.11 della Costituzione per rendere visibile l'ampia unità
del popolo della pace.

PER ADERIRE MANDARE UNA MAIL A QUESTO INDIRIZZO:

parlamentodipace@gmail.com

CAMPAGNA ANTINCENDI E VIGILI DEL FUOCO

DICHIRAZIONE ASSESSORE REGIONALE AMBIENTE
SU CAMPAGNA ANTINCENDI E VIGILI DEL FUOCO

I vigili del fuoco sono un corpo nazionale dello stato che dipende dal ministero dell’interno e devono essere congruamente finanziati con fondi nazionali. L’assessore ha già chiesto da tempo al rappresentante del governo presso la regione e recentemente al sottosegretario all’ambiente Bruno Dettori e lo ribadirà il 14 giugno al direttore generale della protezione civile Guido Bertolaso, il rafforzamento dell’organico ordinario e dei mezzi del corpo dei vigili del fuoco a partire dal loro impiego nei perimetri immediatamente circostanti le aree abitate nei quali durante le due ultime stagioni estive è stato riscontrato. Soprattutto nel nord Sardegna e nelle zone costiere un massiccio aumento degli incendi. E nel cui ambito l’intervento degli elicotteri e degli aerei della Protezione civile regionale e nazionale comporta rischi per l’incolumità dei cittadini, degli immobili nonché degli operatori.

Cagliari, 12 giugno 2006


L’addetto stampa

domenica, giugno 11, 2006

Sul referendum costituzionale

ISTITUTO DI STUDI COMUNISTI
Karl Marx - Friedrich ENGELS
istcom@libero.it
www.istcom.it

Lettere dell'Istituto 14
Sul Referendum Costituzionale

Premessa.
Occorre avere coscienza che la battaglia referendaria in atto
costituisce un momento acuto della lotta del popolo lavoratore tutto
nella difesa della Costituzione e dei valori della Costituzione
contro la classe della borghesia, che è ostile alla Costituzione e
che l'ha sempre avversata, come discuteremo da qui a poco.
Le modifiche non sono affatto tecniche, ma vogliono svuotare di
qualsiasi contenuto la Carta Costituzionale e mirare ad abrogarla di
fatto, riducendola ad una vuota dichiarazione, un contenitore vuoto.
La liquidazione della Costituzione, la volontà cioè di avere le mani
libere, senza vincoli e condizionamenti costituzionali, costituisce
un momento della tattica della borghesia italiana nella sua lotta
contro i lavoratori, per avere da una parte la massima libertà di
sfruttamento e rapina e per la totale sottomissione dello Stato, le
sue ricchezze, le sue funzioni, le sue strutture, alle istanze del
capitale; è parte, cioè, del più generale attacco ai lavoratori, al
mondo del lavoro ed alle sue organizzazioni.
La Carta Costituzione costituisce un grave limite a tale libertà del
capitale e della proprietà privata. Ma essa non può essere soppressa
tanto facilmente, perché radicata nella coscienza civile, storica,
politica, culturale del popolo italiano. Essa nasce dalla Resistenza
ed esprime i valori della Resistenza e la Resistenza costituisce le
radici profonde dell'unità nazionale, della coscienza civile e della
memoria storica del popolo italiano.
Occorre, allora, come vedremo, liquidare prima la Resistenza,
banalizzarla, denigrarla per poter poi, successivamente, una volta
attuata l'operazione di distruzione della memoria storica collettiva
del popolo italiano, poter passare alla liquidazione della Carta
Costituzionale che, distrutta la memoria storica, risulta adesso un
inutile orpello, senza radici né giustificazione alcuna.
Noi quindi come Istituto, come nostro contributo, abbiamo inteso
fermare questi momenti, queste coordinate entro cui si iscrive tale
battaglia, che vede la classe della borghesia in lotta contro la
Costituzione nella forma mistificata della lotta alla burocratismo,
per l'efficienza, ecc. e come strumento di tale battaglia formazioni
politiche ad essa dichiaratamente asservita e sua diretta emanazione.
La guerra alla Costituzione, infine, non è di oggi. Quello che oggi
viviamo è la fase acuta di tale guerra alla Costituzione, la fase in
cui la borghesia ritiene di poter scatenare l'offensiva per la
liquidazione reale della Costituzione ed avere, così, mani più
libere nella lotta contro il movimento dei lavoratori e le sue
organizzazioni.
Strana sorte quella toccata alla Costituzione Italiana.
Non era neppure stata approvata e già si parlava di modifiche, della
necessità di renderla adeguata ai tempi. Sorte strana ed unica in
verità, giacché un tale dibattito non ha minimamente attraversato
tutti gli altri Stati: Francia, Germania, Olanda, Belgio, Norvegia,
Finlandia, Grecia, Giappone, Stati Uniti, Gran Bretagna, ecc. ecc. .
Negli ultimi cinquant'anni non vi sono stati dibattiti di tal
genere, né modifiche a leggi elettorali o ai Parlamenti nazionali,
ecc. eppure essi in media sono più vecchie della nostra di cento-
centocinquanta anni!.




La Resistenza è la Costituzione!
La Costituzione è la Resistenza!

La Costituzione è il prodotto, il risultato della lotta di
Resistenza condotta e guidata dalla classe operaia in primo luogo,
dall'alleanza operai e contadini e popolo italiano contro il
fascismo, la monarchia, il nazismo.
La Costituzione fu imposta dai rapporti di forza favorevoli alle
forze del progresso, della democrazia e della pace alla borghesia
monopolistica italiana ed europea, rapporti di forza che erano stati
stabiliti sul piano militare nel corso della Resistenza.
I principi, i valori della Resistenza entrano così dentro la
Costituzione, trovano nella Costituzione la loro formulazione
giuridico-costituzionale:
solidarietà, uguaglianza, fratellanza, pace, giustizia formale e
sostanziale, democrazia economica e sociale.
Esiste allora un rapporto inscindibile tra Resistenza e Costituzione.
L'attacco per la liquidazione della Costituzione è sempre, allora,
preceduto dall'attacco alla Resistenza, la sua liquidazione,
banalizzazione per configurarla come lotta fratricida del popolo
italiano, nel mettere tutto e tutti sullo stesso piano.
La Costituzione italiana approvata nel 1948 in realtà è stata
totalmente disattesa fino al 1956.
Approvata la Costituzione, il Parlamento avrebbe dovuto con leggi
ordinarie o leggi costituzionali ( richiedenti particolari modalità
e maggioranze ) permettere il funzionamento stesso dei nuovi
istituti.
Dal 1948 in poi, i successivi Parlamenti avevano pertanto il dovere
primario di porre in essere con leggi adeguate, gli organi destinati
a tradurre in vivente realtà le norme scritte nella Costituzione.
Tale obbligo costituzionale fu disatteso fino al giugno 1956:
dare vita alle regioni a statuto ordinario ( quelle a statuto
speciale erano sorse all'indomani della Liberazione ), creare il
Consiglio Superiore della Magistratura, abolire vecchie
giurisdizioni speciali e riformare quelle militari, cancellare in
toto congegni normativi del vecchio regime fascista.
L'esempio più vistoso era offerto dalla legge di Pubblica Sicurezza
del 1931, rimasta in vigore nonostante l'avvento della Repubblica e
della Costituzione, di cui ne costituiva assoluto contrasto.
L'esistenza ancora di tale legge agiva da ostacolo all'entrata in
vigore di nuove normative e che avrebbero consentito la nascita
della Corte Costituzionale.
Caso eclatante sarà costituito dal cosiddetto " caso Danilo Dolci"
del marzo 1956.
Dolci era stato arrestato per aver promosso una manifestazione di
protesta dei disoccupati, consistente nell'iniziare lavori di
riparazione di una vecchia strada comunale abbandonata, in Sicilia,
vicino Tappeto.
Il centro di tutto ruotava attorno al famigerato art. 113 della
citata legge di Pubblica Sicurezza che vietava di distribuire o
mettere in circolazione, in luogo pubblico o aperto al pubblico,
senza licenza della locale autorità di pubblica sicurezza scritti o
disegni.
Tale articolo come ben si vede era in totale ed assoluto contrasto
con la Carta Costituzionale, eppure a distanza di otto anni
continuava ad essere vigente.
E così l'inerzia del Parlamento, dal 1948 al 1956, si configurava
come deliberato rifiuto da parte della schiacciante maggioranza
parlamentare di agire, si configurava come premeditato sabotaggio.
L'ostruzionismo di maggioranza aveva per obiettivo di abbattere la
Costituzione; e tenterà il colpo di mano con la legge truffa del
1953, dopo l'attentato a Togliatti del 1948; dopo la feroce
repressione del periodo scelbiano del 1948: il licenziamento in
massa di quadri operai comunisti e sindacalisti che erano stati
protagonisti della Resistenza e della ricostruzione del sindacato
nelle fabbriche, i " reparti Siberia", reparti punitivi ove venivano
confinati operai comunisti ed attivisti sindacali. Il fallimento
sostanziale di tutta l'azione di violenta e sanguinaria repressione
di movimenti di lotta e l'ascesa del movimento di lotta della classe
operaia ed il crescere dell'opposizione di forze democratiche e
progressiste, costringeva alla costituzione della Corte
Costituzionale il 13. giugno. 1956 che con la sua prima storica
seduta cancellava l'articolo 113, ma faceva rimanere in vigore
tutto il restante apparato di leggi fasciste e sabaude. La risposta
borghese non si farà attendere e con la presidenza Segni vi è il
tentativo di un colpo di Stato, tendente ad abbattere la
Costituzione, dopo aver tentato lo scontro di piazza con il governo
Tambroni del luglio 1960 e dopo i fatti di Piazza Statuto, che
segnano la fine della scissione sindacale e l'inizio del cammino per
una nuova unità sindacale. Segni sarà costretto alle dimissioni, la
motivazione ufficiale " stato di salute".
Ma la Carta Costituzionale continuerà a rimanere disattesa in molti
altri punti, come quello inerente il decentramento: le Regioni
saranno istituite solo nel 1970, 22 anni dopo l'entrata in vigore
formale della Costituzione e sotto il possente movimento di lotta
dell' " autunno caldo" e poi con le Regioni, la costituzione dei
Consigli Circoscrizionali.

Dalla metà degli anni Ottanta è iniziata una nuova fase di
attacco alla Costituzione, culminata poi nelle modifiche oggetto
dell'attuale referendum abrogativo del 25 e 26. giugno. 2006.
E' iniziata una lunga e ben articolata offensiva sul piano teorico
che andava sotto il nome di " revisionismo storico", tendente a
mistificare, calunniare, negare la Resistenza e mettere sullo
stesso piano i partigiani ed i fascisti di Salò. E' stata
un'escalation fino ad arrivare a consentire a formazione
dichiaratamente fasciste e con simboli fascisti e nazisti e con
teorie apertamente razziste, antiebraiche e negazioniste, ossia
negazione dello sterminio di ebrei, negazione dell'olocausto, di
ricostituirsi e di essere presenti in campagne elettorali, in totale
disprezzo della Carta Costituzionale, sfacciatamente proseguita con
il taglio di fondi all'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia,
ANPI.: il punto di arrivo di tale escalation è la modifica
reazionaria alla Carta Costituzionale avvenuta a colpi di
maggioranza ed in disprezzo totale alla coscienza nazionale.
L'obiettivo che allora si voleva conseguire con il " revisionismo
storico" il riciclaggio di formazioni fasciste e l'attacco alla
Resistenza era allora la liquidazione, ancora una volta, della
Costituzione, come si era perseguito nel periodo 1948-1962.
La battaglia reale in atto è allora attorno alla Resistenza.
La battaglia reale in atto è allora la difesa della Resistenza.

La Resistenza.
Ha perfettamente ragione sul piano scientifico e storico il
Presidente della Repubblica, e con lui i due Presidenti della Camera
e del Senato della Repubblica, quando indica nella Resistenza la
base dell'unità nazionale, la base della coscienza civile della
nazione italiana, le radici profonde dell'identità nazionale.

La lotta risorgimentale ( 1789 – 1860 ), ossia la lotta
della classe borghese italiana per la conquista del potere e lo
sviluppo dei rapporti di produzione capitalistici in Italia, è stata
sostanzialmente una lotta d'elite . Una lotta ove la direzione
moderata cavouriana aveva per obiettivo di non attuare la riforma
agraria e quindi la ripartizione delle terre e del latifondo
nobiliare-feudale e quindi non perseguiva in alcun modo l'obiettivo
di coinvolgere il popolo nella lotta risorgimentale ed intendeva,
invece, perseguire tale obiettivo tramite alleanze internazionali ed
eserciti regolari. Una tale strategia aveva per obiettivo quello di
perseguire un'alleanza con la classe nobiliare-feudale. Cavour e la
direzione moderata perseguitano quindi i rivoluzionari e lavorano
per demoralizzare, abbattere, sconfiggere, neutralizzare le forze
patriottiche e popolari che accorrevano nella lotta per l'unità
d'Italia e per la cacciata dello straniero dall'Italia.
Un tale programma non poteva costituire momento di unità all'intero
processo, escludeva i contadini che costituivano oltre l'80% della
popolazione e non poteva costituire, come non costituì, coscienza
nazionale, momento e tradizione storici italiani. Costituì, invece,
una nuova, altra, stratificazione ma senza la coscienza nazionale.
Sorge quindi in sostanziale ostilità del popolo, che l'accettò come
dato di fatto, ma non costituì coscienza, cultura, tradizione né
progresso civile, sociale, umano, culturale, democratico.
E fu proprio il processo democratico il primo, la partecipazione
popolare ad essere perseguitati e contro cui la direzione moderata
cavouriana si mosse in maniera ferrea e spietata.
Per una disamina più attenta rimandiamo ai lavori dell'Istituto in
merito.
Basta qui annotare come nel corso della 1a guerra d'indipendenza,
1848-1849, nella battaglia di Novara, 1849, la cui sconfitta
comportò l'abdicazione di Alberto di Savoia, la direzione moderata
preferì perdere la battaglia e la guerra anziché far scendere in
campo 10mila patrioti, freschi non ancora entrati in battaglia, che
avrebbero capovolto le sorti della battaglia, appunto per non
mobilitare le forze patriottiche. Sorte peggiore toccò a Cattaneo ed
alle forze militari a lui legate, le " camicie verdi", schernite,
derise, a cui vennero fatti venire meno armi, munizioni,
vettovagliamento: cibi, divise, collegamenti logistici ed utilizzati
in azioni disperate al fine di farli massacrare dal nemico e così
liberarsi di una tale presenza decisamente eversiva .
Non diversamente nel corso della " Spedizione dei Mille" , quando
Garibaldi represse nel sangue i movimenti contadini che chiedevano
la terra e lo scioglimento dei latifondi nobiliari-feudali, che pure
era stato loro promesso.. Sono noti gli eccidi di Bronte e
dell'intera zona da Bixio operati, ma da Garibaldi ordinati.
Colpi di mano e lacerazioni profonde avvennero anche con i patrioti
e le popolazioni delle Marche, della Toscana, dell'Emilia, della
Romagna come attestano gli atti parlamentari, giacché Cavour e
Vittorio Emanuele II vennero subito meno agli accordi stipulati
nell'inverno del 1859 a Torino con tutti i patrioti italiani circa
il futuro assetto dell'Italia unita.
Un processo nella sostanza, come si vede, ostile al popolo italiano
ed ai patrioti, che nella sostanza non si identificarono e ben
presto se ne allontanarono. Un processo questo che non costituì
coscienza nazionale e non costituì cultura,se non quell'ibrido
culturale provinciale gretto e miserrimo della cultura italiana
dell'epoca sabauda, 1860-1943. Una cultura che tagliava con le
grandi correnti di pensiero europee e statunitensi.
La borghesia italiana stessa non crebbe politicamente e
culturalmente e non produsse una teoria politica italiana e quindi
non formò suoi quadri, inchiodandosi alla sua natura bottegaia,
senza produrre un corpo di quadri della classe in grado di ragionare
al di fuori del cassetto della bottega, finendo così per affidarsi
ai quadri nobiliari-feudali ed ai quadri della chiesa, perdendo da
subito qualsiasi egemonia politica, morale, civile e culturale,
disperdendo così il grande patrimonio scientifico e letterario
italiano dei secoli precedenti.
Lo Statuto Albertino fu così imposto dall'alto al popolo italiano e
così estraneo alla sua trazione storica ed alla sua coscienza
storica e civile. E sul piano generale ne risultò bloccata la
crescita civile, democratica, sociale del popolo italiano, ma una
borghesia bottegaia poteva esercitare egemonia solo in tali
condizioni e tutta la sua azione futura sarà costantemente segnata
dall'obiettivo di restaurare quelle condizioni e quell'Italia.
Ma poi lo stesso sviluppo economico sarà asfittico, accattone,
travolto dopo neppure venti anni dall'unità da scandali bancari e
truffe in un intreccio perverso con la mafia e la camorra, garanti
dell'ordine e della proprietà latifondista dei baroni e della chiesa
cattolica.
Questa Italia, queste condizioni sostanziali furono, sono e saranno,
l'Italia e le condizioni a cui la borghesia bottegai italiana
aspirerà. Ed infatti dinanzi all'offensiva operaia del biennio
rosso, 1919-1920 la borghesia tramite il fascismo restaura con la
violenza quelle condizioni e quell'Italia.
Federico Engels ha ben fermato questi tratti peculiari italiani,
nella sua lettera a Turati del 26. gennaio. 1894 scrive in maniera
implacabile:
" La situazione italiana, a mio parere è questa.
La borghesia, giunta al potere durante e dopo l'emancipazione
nazionale, non seppe né volle completare la sua vittoria. Non ha
distrutto i residui di feudalità, né ha riorganizzato la produzione
nazionale sul modello borghese moderno. Incapace di far partecipare
il paese ai relativi e temporanei vantaggi del regime capitalista,
essa gliene impose tutti i carichi, tutti gli inconvenienti. Non
contenta di ciò, perdette per sempre in ignobili bindolerie
bancarie, quel che le restava di rispettabilità e di credito.
Il popolo lavoratore – contadini, artigiani, operai: agricoltori e
industriali – si trova dunque schiacciato, da una parte da antichi
abusi, retaggio non solo dei tempi feudali, ma benanche
dell'antichità
( mezzadri, latifundia del mezzodì, ove il bestiame surroga
l'uomo ): dall'altra parte, dalla più vorace fiscalità che mai
sistema borghese abbia mai inventato.".

La Resistenza
La Resistenza vede, invece, la partecipazione diretta di tutto
il popolo italiano: operai, contadini, artigiani, impiegati,
intellettuali a tutti i livelli. La Resistenza non fu solamente i
partigiani, fu invece l'intero popolo italiano che a vari gradi e
livelli partecipava alla lotta armata contro il nazifascismo e che
costituiva, al tempo stesso, la riserva da cui venivano nuovi e
sempre più numerosi partigiani; non fu solo la Resistenza nelle
campagne e sui monti, ma anche nelle città, nei luoghi di lavoro .
Il periodo 1943-1946 vide un dibattito alto sui problemi del Paese
ed il futuro assetto dell'Italia ed una partecipazione democratica
ai processi decisionali vasta e multiforme. Costituì una sintesi tra
le tre grandi componenti storiche della cultura e della coscienza
italiane: la comunista, la repubblicana-socialista-liberale e la
cattolica.
Questa lotta forma una nuova generazione, dal suo seno scaturisce
una nuova cultura, una nuova concezione della vita, del rapporto tra
gli uomini, della società, una nuova concezione di diritto,
uguaglianza, pace, fratellanza, giustizia, democrazia che andava
oltre la lettura giuridico-formale per approdare ad una concezione
unitaria che investiva i campi dell'economia, della politica, della
società e quindi approda ad una concezione della democrazia
economica, politica, sociale e così ad una concezione
dell'uguaglianza economica, politica, sociale e così una giustizia
economica, politica, sociale, ecc. L'articolo 11 costituisce una
sintesi magistrale di questo nuovo approdo: " L'Italia ripudia la
guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e
come mezzo di risoluzioni delle controversie internazionali;
[ ..]." Vi è qui la liquidazione, e senza appello, di tutta la
retorica patriottarda, di tutta la teoria, la concezione e la
pratica del nazionalismo, dello " spazio vitale", e l'affermazione
del principio supremo dell'uguaglianza di tutti i popoli e della
fratellanza tra tutti i popoli.
Rompe con gli schemi gretti del provincialismo della cultura
italiana, giungono così a maturazione processi ed istanze che fino
ad allora erano stati repressi dal compromesso della direzione
moderata e dal regime sabaudo, 1860-1943, e che ora prorompe.
Basta pensare a tutta la stagione culturale post 1945, la rivista "
Il Politecnico", il neorealismo, ecc.
Questo costituirà coscienza e memoria storica e civile del popolo
italiano.
La Resistenza è veramente il primo momento unitario nell'intera
storia plurisecolare del popolo italiano, diviso per secoli in
staterelli regionali.
E' l'unità d'Italia raggiunta, che è unità nelle e delle coscienze.

La borghesia italiana, nel periodo della Resistenza, è intenta a
fare quattrini con gli anglo americani nel sud del Paese e con i
nazisti al centro-nord. Salò e Mussolini a Salò altro non sono che
la
rappresentanza commerciale della borghesia italiana presso il
comando tedesco a garanzia delle commesse tedesche, e soprattutto il
pagamento di queste, alla borghesia italiana; squadre di vigilantes
personali della borghesia italiana contro i lavoratori atte a
garantire l'ordine e la disciplina del capitale italiano nelle
fabbriche di quella zona. La partecipazione fascista alla
repressione del movimento partigiano era funzionale a quest'ordine
del capitale nelle fabbriche, garanzia e servizio reso ai tedeschi
per le commesse ed il pagamento di queste.
Sarà, la Resistenza, un processo che non la toccherà, la vivrà
estraneo da essa, altro da essa:
la bottegaia guardava al suo " particulare" quotidiano.
Non la guiderà e non ne sarà in qualche modo punto di riferimento,
orientamento.
La Resistenza non costituisce, nemmeno questa volta, momento di
crescita e di formazione civile e culturale, resterà la bottegaia di
sempre.
Non cresce politicamente e culturalmente, autoinchiodandosi ancora
una volta ai quadri vaticani ed a quelli della tradizione nobiliare-
feudale, confluiti ora nel crocianesimo.

La Resistenza acuisce, così, il distacco già abissale tra il popolo
e la borghesia, fissandone in maniera incontrovertibile le
rispettive ostilità e diffidenze. La borghesia si opporrà allora
alla Resistenza ed alla Costituzione, alla cui elaborazione e
stesura non parteciperà e che dovrà subire, non solo perché
esprimono momenti centrali di opposizione al suo dominio, ma
soprattutto perché estranei ad essa, altro da essa, perché
delineavano un'Italia e delle condizioni diverse da quelle entro le
quali essa riesce ad esprimersi.
La cartina al tornasole di questa povertà della borghesia, della
sua natura bottegaia, estranea alla società civile, istituzionale,
culturale e morale è proprio ed esattamente Berlusconi ed il
Berlusconismo di questo ventennio, 1986-2006, che il risultato
elettorale dell'aprile 2006 ne sancisce la fine. Berlusconi, ed il
suo progetto: il berlusconismo, nascono dentro la Confindustria.
E' la borghesia che ha voluto fare da sé e facendo da sé si è
impietosamente messa alla berlina, evidenziando tutti i suoi limiti,
tutta la sua natura bottegaia, volgare e miserrima.
Nel 1984 Berlusconi è del direttivo della Confindustria e quando ne
uscirà, ne uscirà per dare vita al progetto politico denominato "
Forza Italia" e per l'intero ventennio troverà nella Confindustria
sostegno aperto e senza appello a tutti i livelli. Quando nel marzo
2006 viene scaricato è già finito da un pezzo, ma dopo aver tentato,
da parte della Confindustria, tutte le strade per salvarlo e
rimetterlo in piedi.
Al di là del giudizio politico, è evidente tutta la povertà
culturale di questa forza politica e dei suoi quadri, una totale
assenza di una qualsiasi concezione dello Stato, della società
civile, intesa, e compresa, unicamente come " azienda", i cui valori
sono l'individualismo esasperato, una concezione corrotta della
politica intesa come affarismo e lo Stato come strumento personale
di arricchimento e di protezione: vedi le leggi ad personam, il
rientro dei capitali dall'estero, il falso in bilancio, ecc.
Mediaset con i suoi programmi televisivi e la massa di quotidiani e
riviste di cui è proprietaria è manifesto evidente di tutta la
povertà culturale, la piccineria intellettuale, incapace di produrre
cultura, di fare cultura, di formare una coscienza tutta schiacciata
sulla notizia show, la cultura spettacolo, l'uomo, la sua vita, le
sue vicissitudini come spettacolo, come " audience". La produzione
culturale italiana è precipitata al pettegolezzo ed all'inciucio,
non vi è stato in questo periodo una produzione culturale editoriale
di un qualche rilievo eppure le maggiori case editrici erano, e sono
nelle mani di Berlusconi: Mondatori, Einaudi, ed altre; non
diversamente la produzione cinematografica ed artistica: un
ventennio buio, un ventennio della miseria e della piccineria
culturale e soprattutto della volgarità ed oscenità culturale; il
sonno della ragione.
La borghesia, allora, condurrà sempre in tutte le condizioni, e
nelle forme diverse che le condizioni le impongono, una lotta
accanita, spietata, violenta, sanguinaria, legale ed illegale contro
la Costituzione per il suo abbattimento e per la restaurazione di
quelle condizioni e di quella Italia; in uno dello Statuto
albertino, la cui piccineria e grettezza l'esprime appieno ed in cui
si riconosce e si realizza e realizza la sua egemonia.

La Costituzione, la sua difesa sono affidate unicamente
nelle mani del popolo lavoratore, che trae da essa la fonte della
sua piena identità nazionale, base e fonte di tutti i suoi sviluppi
futuri.









La Costituzione
La Costituzione Italiana costituisce una innovazione
profonda nel campo costituzionale.
Essa è diversa nella forma e nel contenuto da tutte le altre
costituzioni, costituendone un punto avanzato in dottrina e sul
piano sociale e culturale. L'innovazione forte è determinata dal
fatto che mentre tutte le altre costituzioni leggono e legiferano
attorno al cittadino in sé, il civis, la Costituzione Italiana legge
la complessità e multilateralità del cittadino, la multilateralità
del civis. Le altre costituzioni si limitano, così, ad indicare e
garantire i diritti individuali del civis, ma senza preoccuparsi poi
di garantirne al civis le possibilità reali, materiali, della
attuazione ed usufruizione di tali.
La Costituzione Italiana raccoglie cioè il poderoso dibattito
apertosi già sul finire del 1700, con la rivoluzione francese e la
Costituzione del 1793, circa le intenzioni proclamate e le reali
possibilità di usufrutto. Il dibattito teorico approdava, così, alla
teoria della fictio juris che poneva al centro esattamente tale
disparità tra la proclamazione dei Diritti Universali e la concreta
possibilità di usufrutto da parte di tutti i cittadini.
Il dibattito costituì, così, una critica alle teorie politiche e
giuridiche a cui la Dottrina Politica era pur giunta, attraverso un
lungo e tormentato processo di critica alla teoria politica feudale
del suddito a cui contrapponeva, appunto, il civis; dell'uomo che in
quanto civis è portatore di diritto e di doveri inalienabili,
dibattito che era parte del più complessivo processo rivoluzionario
protrattosi per circa 3secoli ( 1550- 1793 ). La Costituzione
Italiana, spostandone in avanti gli orizzonti, fermava l'attenzione
sulla complessità dell'uomo, non riconducibile unicamente allo
status del civis; ne sottolineava il sostanziale impoverimento
dell'uomo, del civis e spingeva per un'altra concezione dell'uomo,
un nuovo ed altro umanesimo. Il dibattito si configurava, così, come
continuità dell'intera tematica, facendola transitare dall'umanesimo
del civis, all'umanesimo sociale.
Giunge, così, la Costituzione Italiana alla formulazione degli
articoli 1 e 2.
Articolo 1: " L'Italia è una repubblica democratica fondata sul
lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la
esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione."
Con l'aver posto al centro " lavoro", la Costituzione Italiana ha
voluto porre al centro l'uomo nel suo divenire uomo, il lavoro
inteso come emancipazione e progresso, artefice principe di tutti i
progressi materiali e spirituali, civili, sociali, culturali,
istituzionali.
Ovviamente la piccineria italiota vi ha letto " il lavoro
quindi operaio, quindi ….!!
Ma non solo " lavoro" è posto al centro ma viene introdotta
un'importante distinzione, che raccoglie il poderoso dibattito
svoltosi già a partire dalla fine del Settecento tra monarchia e
repubblica, distinguendo le varie forme della monarchia:
costituzionale, assoluta, ma lasciando il termine " Repubblica"
nell'indifferenza e non coniugando l'opposizione Monarchia –
Repubblica con Democrazia, con la partecipazione democratica del
popolo al processo decisionale e le forme e le strutture e le
istituzioni; come se, cioè, fosse indifferente la forma rispetto
alla sostanza; come se fosse indifferente la forma: Repubblica o
Monarchia nella definizione ed estrinsecazione del civis, che anche
nella monarchia costituzionale continuava ad essere suddito e non
civis.
Approda così la Costituzione Italiana alla definizione di "
Repubblica democratica" e con tale distinzione afferma il principio
teorico centrale che la forma "Repubblica" non è di per sé garante
di democrazia e che essa è involucro che va poi riempito di ben
precisi, esatti, contenuti che la identifichino come forma superiore
della Monarchia nella partecipazione, forma reale in grado di
consentire l'esercizio della sovranità al popolo e quindi la
possibilità che la " repubblica" possa essere oltre che democratica,
anche autoritaria, elitaria, ecc.
Articolo 2: " La Repubblica riconosce e garantisce i diritti
inviolabili dell'uomo, sia come singolo
sia nelle formazioni sociali ove si svolge la
sua personalità e richiede l'adempimento
dei doveri inderogabili di solidarietà
politica, economica e sociale.".
L'articolo 2 recepisce appieno l'articolo 1 e lo esplicita,
definendo l'uomo nella sua multilateralità. Estende, allora, i
diritti dell'uomo sia come singolo – recependo ed inglobando le
precedenti acquisizioni teoriche e politiche frutto del processo
rivoluzionario di circa 3 secoli – e sia come " societas", recependo
lo sviluppo ulteriore del dibattito circa la fictio juris.
" sia come singolo sia nelle formazioni sociali
ove si svolge la sua personalità"
" richiede l'adempimento dei doveri inderogabili
di solidarietà politica, economica e sociale".
Giunge qui a conclusione, sul piano della teoria politica tutto
l'elaborato teorico che si era sviluppato a partire dal Aristotele,
filosofo del IV secolo prima dell'era volgare, e che ha costituito,
poi, la base di tutta la teoria politica successiva. Aristotele
definiva l'uomo " animale sociale": " l'uomo per sua natura è
un'animale sociale", ossia che vive in società. Tutta la produzione
teorica si era fermata sull'uomo, ma solo con la Carta
Costituzionale Italiana si arriva alla piena e totale soddisfazione
dell'elaborato aristotelico, configurandosi, così, la Costituzione
Italiana come momento più avanzato del dibattito teorico, momento
più alto a cui la Dottrina Politica viene portata, fondandola
saldamente sull'impianto aristoteliano dell'uomo nel suo rapporto
con la società, dell'uomo in quanto socialità; tratto che, invece,
era stato, sino ad allora, o sottaciuto o posto in ombra e che qui
adesso nella Costituzione Italiana acquisisce tutta la sua
centralità e vis, potenza, dirompente.
Questi due articoli costituiscono i pilastri, le pietre miliari
attorno ai quali si costruisce l'intera intelaiatura della
Costituzione. I restanti 137 articoli si dipanano esattamente da
qui. Essi esplicitano, regolamentano i modi, le forme le istituzioni
in cui, e tramite cui, questi due articoli, i due pilastri, devono
trovare, e trovano, affermazione, attuazione, sviluppo e legittimità
sostanziale.
E quindi l'intera intelaiatura, gli equilibri tra i tre poteri:
legislativo, esecutivo e giudiziario, tra le varie parti dello
Stato: centro-periferia, Parlamento: Camera dei Deputati e Senato
della Repubblica, Regioni, Province, Comuni sono configurati dentro
le coordinate dettate dagli articoli 1 e 2.
Le modifiche costituzionali introdotte attaccano violentemente
proprio ed esattamente questo equilibrio dell'intero sistema.
La " devolution" per esempio è in aperto contrasto con l'articolo 2.
Essa ripropone la vecchia concezione del singolo civis, corpo
estraneo allo Stato ed alla comunità, verso cui ha solo obblighi e
nessuno la comunitas verso di lui, ecc. ecc. ecc.
Le modifiche inerenti il Capo dello Stato ed il Presidente del
Consiglio alterano il rapporto tra le istituzioni e costituiscono un
assurdo teorico e giuridico, giacché delineano nella sostanza una
repubblica presidenziale, ma qui il riferimento presidenziale è al
Presidente del Consiglio e non al Presidente della Repubblica, come
invece va inteso il termine di " Repubblica presidenziale", e quanto
proposto non è l'ordinamento costituzionale statunitense e nemmeno
quello francese e di questi non ne introduce i correttivi, che
invece, in quelle costituzioni sono introdotti per il riequilibrio
dei poteri.
Mostrano così i proponenti la più totale, assoluta, incapacità di
intendere cosa sia lo Stato, la società civile ed il rapporto Stato-
società civile, finendo in sostanza per raccattare la peggiore
propaganda demagogico-populista sul burocratismo.

La Costituzione Italiana presenta una terza e fondamentale
innovazione, rispetto a tutte le altre Costituzioni fin qui avutesi.
La Costituzione Italiana, a differenza di tutte le altre, che sono
chiuse, definiscono cioè qui ed ora e per sempre uno status
costituzionalistico, quella italiana invece si configura in maniera
netta ed inequivocabile come
Costituzione di Programma, o Costituzione-Programma.
Essa presenta una struttura ed una articolazione tale che prospetta,
indica, traccia, le vie da seguire nell'evoluzione dei tempi.
Prevede, infatti, una serie di istituti e rapporti tali da
consentire alla legislazione ordinaria di adeguarsi con dinamicità
ai tempi che cambiano, pur restando saldamente nel solco della
carta costituzionale. Ed in realtà, più ci si muove nell'alveo
costituzionale e più si è in grado di adeguare le leggi dello Stato
alle innovazioni. Delinea gli scenari futuri possibili e gli
strumenti per tali scenari dell'evoluzione della società italiana.
Essa è la prima Costituzione nel suo genere.
Il tema sarà occasione di particolare attenzione dell'Istituto
allorquando si discuterà di nuove ed eventuali modifiche
costituzionali. Qui interessa fermare questo dato che costituisce un
contributo importante all'intera Dottrina Politica e sposta in
avanti l'intera teorica costituzionalistica.

mercoledì, giugno 07, 2006

L’allarmante stato del sistema produttivo sardo

COMUNICATO STAMPA



L’allarmante stato del sistema produttivo sardo richiede un’azione urgente da parte delle istituzioni regionali, affinché si realizzi un’efficace politica, in grado di far fronte alle emergenze e mettere in campo strategie di medio e lungo periodo per rivitalizzare il tessuto economico regionali.
Il sindacato da tempo chiede alla Giunta guidata dal presidente Soru la riapertura del tavolo di negoziazione con il governo nazionale sull’intera “Questione sarda”, ma a tutt’oggi nulla è stato fatto.
Resta irrisolta l’Intesa istituzionale di programma e continuano a rimanere privi di effetti gli accordi siglati nel luglio del 2003 dal precedente esecutivo sardo con la presidenza del Consiglio dei ministri: il rilancio della chimica, l’alto costo dell’energia, il riavvio delle miniere carbonifere del Sulcis, cui si aggiunge la continuità territoriale per le merci.
Così, in assenza di una chiara azione politica nel settore industriale, si assiste al progressivo declino di importanti strutture produttive, la cui difesa è fondamentale per contrastare la difficile fase congiunturale e la progressiva emorragia di posti di lavoro.
Le aziende metallurgiche di Portovesme minacciano la chiusura in assenza di interventi di sostegno capaci di ridurre il costo della bolletta elettrica, mentre ancora non si ha notizia del bando di gare per la costruzione della centrale termoelettrica alimentata con il carbone Sulcis; è entrato in una fase di stallo il piano di rilancio della miniera di fluorite di Silius e prosegue il declino del comparto chimico.
Sul fronte dell’occupazione, ricorrendo agli ammortizzatori sociali, si riesce ad accompagnare al pensionamento migliaia di persone, ma non a conservare il posto di lavoro che lasciano.
La gravità della situazione emerge in tutta la sua evidenza dal XIII Rapporti di Crenos sull’economia sarda, che regredisce con una progressione continua, avvicinandosi sempre di più alle regioni meno sviluppate dell’Unione Europea.
A questo punto la Uil ritiene necessario non solo un intervento della Giunta Soru per richiamare il governo nazionale al rispetto degli impegni assunti, ma anche una netta presa di posizione dell’intero Consiglio regionale, cui si chiede di porre all’ordine del giorno la crisi dell’apparato industriale e dell’intero sistema socioeconomico dell’Isola.


Michele Calledda
segretario generale aggiunto Uil Sardegna
responsabile settore industria


Cagliari, mercoledì 07 giugno 2006