venerdì, febbraio 12, 2010

Notturno blues


Ricordo certe notti interminabili, estive, disteso sul letto illuminato da una striscia di luce proveniente da un lampione stradale. La filodiffusione emanava note della Genesi, forse Firth of Fifth. E io aspettavo.
Aspettavo quelli che non sarebbero mai rientrati.
Aspettavo, ascoltando. Ma sapevo già che nessuno sarebbe mai rientrato veramente.
Mia madre, di là, forse dormiva, forse pregava. Anche lei sapeva.
La camera al buio tratteneva la musica, che fluttuava, tratteneva il respiro e lacerava le ferite.
Ah, dolorosa adolescenza mai trascorsa, mai vissuta. Blues della memoria. Fiumi di fumo e foschia tra i rami del silenzioso ricordo. 

giovedì, febbraio 11, 2010

G8 come volano del buon turismo, il sogno spezzato

Lunga la storia del G8 alla Maddalena. Dura da quasi due anni e mezzo. L’inizio ha una data: il 1º ottobre del 2007, giorno in cui la nave appoggio Emery Land leva gli ormeggi dall’isolotto di Santo Stefano per fare ritorno negli Stati Uniti. Comincia lo smantellamento della base della Us Navy alla Maddalena, concessa alla Difesa americana nel 1972, ancora in piena guerra fredda, presidente del consiglio Giulio Andreotti. La bandiera a stelle e strisce sarà ammainata definitivamente solo il 28 febbraio del 2008. Ma è con la partenza della Emery Land che s’apre un tempo nuovo per l’arcipelago dove la flotta dell’ammiraglio Nelson si stabilì per un anno a preparare la battaglia di Trafalgar. Via finalmente i sommergibili a propulsione nucleare, il problema è quello della riconversione da un’economia (povera) di guerra (fredda) a un futuro tutto da inventare. A indicare la via è Renato Soru, allora governatore. La strada maestra è quella del turismo, l’unico comparto – insieme a quello millenario dell’allevamento delle pecore – a garantire ancora lavoro, mentre intorno, chiuse da tempo le miniere di Carbonia, l’industria chimica crolla sia a Ottana sia a Porto Torres e cominciano ad avvertirsi i primi scricchiolii nel polo dell’alluminio del Sulcis, oggi a rischio di smantellamento.
Soru vuol fare della Maddalena un paradiso delle vacanze. Senza devastare le coste, però. Fedele alla filosofia del «suo» piano paesaggistico regionale, che blocca il pluridecennale assalto di palazzinari e speculatori al paesaggio dell’isola intera, Soru coinvolge l’amministrazione comunale della Maddalena in un progetto di recupero delle cubature già esistenti, per restaurarle e per creare posti letto senza aggiungere all’esistente neppure un metro cubo in più. Favorito, questo progetto, dal fatto che l’arcipelago è pieno di edifici della Marina militare italiana dismessi e di altri che possono essere liberati e ceduti alla regione Sardegna o al comune per essere rimessi a nuovo, trasformati in alberghi a cinque stelle. Per far decollare la cosa, un piano di sviluppo turistico ecocompatibile apprezzato e sostenuto da ambientalisti e architetti in Italia e dappertutto, Soru pensa di usare la leva del G8. Che cosa c’è di meglio, infatti, d’una vetrina internazionale come il summit per far conoscere al mondo intero le meraviglie di uno dei luoghi più belli del pianeta? Soru ci crede. Ci crede anche il sindaco della Maddalena, Angelo Comiti e comincia un’avventura che doveva finire nel sogno realizzato di un modello virtuoso di coesistenza tra turismo e ambiente e che invece s’è trasformata in un incubo.
Due le spiegazioni del disastro. Una è la gestione degli appalti, che è l’aspetto sul quale dopo la procura di Firenze ha indagato quella di Roma, con gli esiti clamorosi di ieri. L’altro è quello politico. Perché bisogna anche dire che il progetto di Soru ha trovato ostacoli enormi. Intanto all’interno della sua stessa maggioranza, dove la nostalgia per le lottizzazioni urbanistiche sulle coste era, in alcuni settori, molto forte. Non bisogna dimenticare che Soru s’è dimesso – per giocare la carta delle elezioni anticipate – quando in consiglio regionale uno schieramento trasversale ha tentato di snaturare il piano paesaggistico regionale. Poi, nel febbraio del 2009, il governatore ha perso le regionali, tutte giocate contro Berlusconi in persona, che veniva in Sardegna ogni fine settimana per fare comizi in cui diceva che per rilanciare l’economia bisognava far ripartire l’edilizia. Insediato Ugo Cappellaci alla guida della regione, pochi mesi dopo il presidente del consiglio (ad aprile) annunciava che il G8 alla Maddalena non si sarebbe più fatto: tutto si spostava all’Aquila. Per il progetto di Soru – di cui il G8 era solamente un aspetto, diciamo di marketing – era un colpo mortale.
Nella decisione di fare il summit nell’Abruzzo del post terremoto pesano diverse motivazioni. Ma tra di esse certamente non secondaria è quella di fare piazza pulita di un esempio che poteva essere un precedente pericolo per i predoni dell’industria del mattone. Prova ne sia che le promesse del governo di realizzarlo comunque, quel progetto, anche se il G8 non c’era più, sono state tutte disattese. Le strutture costose, ma anche utili e belle, realizzate per il vertice sono state lasciate andare in rovina. E ci sono volute le denunce dei media perché Bertolaso, la scorsa settimana, venisse in Sardegna a constatare lo sfascio e a promettere, per l’ennesima volta, che i lavori sarebbero subito ripartiti. Ora che ai cancelli dei cantieri sono stati apposti i sigilli dalla magistratura, è chiaro che alla Maddalena s’è giocata una partita davvero poco trasparente, probabilmente sul piano della gestione degli appalti, ma di certo anche sul terreno strettamente politico.

Costantino Cossu

il manifesto

dei patti lateranensi 2010

mercoledì, febbraio 10, 2010

Piano per il lavoro. E' in arrivo il buonsenso?

Terra, 19 marzo 2005 (ex ed 221)



C'è una frase che Bertinotti e Prodi - la strana coppia - amano ripetere, a proposito di programma: il modo di costruirlo è programma stesso.

Sottoscrivo in pieno.

La coalizione che ha vinto le ultime elezioni regionali - ma direi soprattutto Progetto Sardegna - aveva già messo in pratica e inaugurato questo metodo. Le numerose assemblee, gli incontri molteplici con Renato Soru, le alleanze con le realtà civiche e "movimentesche" dei territori, la costruzione dal basso di obiettivi e priorità; tutto ciò è stato il valore aggiunto, la novità vincente della e nella definizione del programma. Sull'onda della protesta mondiale contro il liberismo, di quella nazionale contro il governo ad personam di Berlusconi e di quella regionale contro il giovane Pili, Progetto Sardegna aveva intercettato e capitalizzato - con il suo metodo democratico - le fonti del malcontento. Conquistato il governo regionale, Soru ha iniziato a realizzare la nostra idea di rinnovamento.

Ma la bussola del metodo del coinvolgimento, in qualche caso, sembrava segnare la direzione opposta. Ad esempio sulla legge chiamata "Piano straordinario per il lavoro", quando, pur registrando la contrarietà di tutte le forze sociali, di quasi tutti i comuni e di molti componenti della maggioranza consiliare e pur nell'ottica - condivisibile, ma a certe condizioni - del risanamento dei conti, Soru aveva deciso di tagliarne i fondi. Prescindendo dal fatto che la sforbiciata non era parte del programma, resta il fatto che ancor più adesso che si governa, il metodo della discussione e della socializzazione delle scelte deve proseguire, cercando di raggiungere un nuovo equilibrio tra la giusta esigenza di "decidere" senza veti di sorta e l'altrettanto indispensabile rispetto per le forze in campo.

Credo si tratti della stessa questione, sollevata da più parti, del riequilibrio dei poteri tra presidente della regione e Consiglio. Ma di questo, non dico.

A volte bisogna arrendersi alle ragioni degli altri. Soprattutto quando gli altri sono tutti. Il che non vuol dire che ciò che pensano tutti sia anche "il giusto", ma che ancora di meno lo può essere quello che pensano i pochi. Né vuol dire che bisogna rinunciare alle proprie convinzioni, ma che è necessario rendersi conto che ciò che governiamo non ci appartiene.

E Soru, questo, lo sa bene. E' il principio etico che lo guida.

Infatti, quasi sicuramente la legge 37 verrà rifinanziata con 90 milioni di euri di fondi regionali e con 110 milioni di fondi POR. Ben fatto. Ero sicuro che in questa vicenda la saggezza del nostro presidente, alla fine, sarebbe riemersa. Solo gli eletti ritornano sui propri passi a verificare e a riaggiustare ciò che dopo il loro passaggio rischiava di danneggiarsi. Il lavoro, i lavoratori e i disoccupati, però, necessitano anche di altro. Questo rifinanziamento è solo l'inizio.

Leonardo
cma



Alessandra Mussolini chiude il cerchio

Terra, 18 marzo 2005 (ex ed 220)



La storia dei Mussolini era iniziata a sinistra, nel vecchio Partito socialista, e si chiude oggi, con Alessandra, in quel luogo comune dove convivono le persone così ricche di spirito e anticonformiste da avere poco a che spartire con la destra.
Non so se sia la nipote del duce ad abbandonare la destra oppure sia quest'ultima, come afferma la Mussolini, ad aver perso per strada i valori tradizionali.
Sta di fatto che, a mio parere, una persona come lei, impegnata sul fronte delle pari opportunità, del diritto delle donne alla "piena e garantita vita politica", della tutela della salute e in difesa dell'aborto, contro la legge sulla fecondazione assistita, ecc. ecc., non può che essere persona di sinistra.
Lo so, lo so: il mio proverbiale manicheismo mi porta a considerare di sinistra tutto ciò che mi sta bene, senza farmi nemmeno sfiorare dal dubbio che
a) ciò che mi sta bene potrebbe essere anche di destra;
b) la destra non è solo dio, patria e famiglia.
Ma che ci posso fare: sono fatta così.
Ammetterete comunque che la rottura tra Alessandra Mussolini e Alleanza Nazionale esiste ed è insanabile.
E ammetterete pure che a furia di spostarsi sempre più a destra, oltre il semicerchio parlamentare, si arriva a sinistra.
Insomma, al di là delle ubicazioni e delle definizioni (e autodefinizioni), esiste uno spazio in cui si possono scoprire interessi comuni e necessità condivisibili, una sorta di limbo delle etichette e di paradiso delle intelligenze.
Là, si possono anche iniziare, tutti insieme, battaglie di civiltà.
Non mi passa per la testa, ovviamente, il pensiero che non esistano interessi reali differenti tra destra e sinistra. Anzi sono convinta che le classi sociali cui storicamente si riferiscono le sinistre non siano sparite nel nulla e che conservino in sè e per sè molte istanze inconciliabili con gli interessi della destra.
Sono altresì convinta che la forza del pensiero progressista e libertario possa convincere e coinvolgere (più o meno coscientemente) le persone intelligenti come Alessandra Mussolini. Il tempo aiuta questo processo.
Chissà che in un futuro non troppo lontano non possiamo vedere, nella stessa formazione, Veltroni e Mussolini...
Sarebbe una formazione di sinistra o di destra?

Maria
cma



lunedì, febbraio 23, 2009

Condoglianze ai sardi


Stamattina presto, all'edicola, un signore di destra (lo conosco), furbetto e raggiante mi ha fatto le condoglianze per la sconfitta del caro presidente Soru. Ho ringraziato, sorridente, e ho ribattuto in modo cortese che ricambiavo le condoglianze, per la perdita della cara autonomia della Sardegna. Non se l'aspettava e si è zittito. L'edicolante, di sinistra (lo conosco), si è fatto una bella risata e mi ha dato la Nuova (non gratis, peccato).

Questo per dire che sono dispiaciuto, sì, per la netta sconfitta di Soru, ma che sono anche pronto a reagire. Bisogna reagire e piantarla con il lutto (lo dice pure D'Alema). Abbiamo capacità e intelligenze che ci sostengono (ci mancano i soldi, però, ma non importa).

Nonostante i tentativi di nasconderlo, Soru sapeva che era grigia e che i sondaggi davano vincente Cappellacci, anche se non con queste proporzioni. Il ruolo svolto dal Silviolo nazionale è stato paurosamente pesante e pregnante. E quando Silviolo muove le sue corazzate diventa più forte della USNavy. Ma, senza nulla togliere a Berlusconi e Cappellacci (e al resto della coalizione del centrodestra che ha macinato consensi a nastro), direi che il centrosinistra ha contribuito a farsi male da sè. Sarà banale ma è così. Avremmo perso ugualmente, magari, ma senza gli strascichi che già si intravedono.

Litigi, scontri di potere, malumori mai sopiti, primarie evitate, lobby trasversali, sconfitte e dimissioni, lacerazioni e commissari. Per un momento ho pensato che la Sardegna fosse diventata terreno di battaglia per qualche resa di conti tra fazioni opposte del Partito democratico. Resa di conti. Ma si può? Questo clima lo si è respirato fino alla fine (sarà vero che a Quartu, in qualche sezione del PD, si è brindato alla sconfitta di Soru?), fino alla sconfitta ormai inevitabile. Oh, gli errori sono stati anche di Soru, sia chiaro. Conosco decine di ex suoi elettori che questa volta hanno fatto scelte diverse (non a destra, comunque) perchè deluse proprio da lui.

Eppure mi sembrava che in Sardegna fosse diffusa una "sensazione" di buon governo e di rinascita. Mi pareva che le cose "fatte" dalla giunta Soru avessero una qualità che nella nostra isola non si era mai registrata. E sono convinto che sia così.

Evidentemente la maggior parte dei sardi non la pensa allo stesso modo.

Ecco, ripartiamo da qui. Confrontiamoci. Verifichiamo. Elaboriamo una strategia che abbia all'orizzone l'uguaglianza sociale e la libertà dalle catene del lavoro alienante. I lavoratori hanno bisogno di una forza che li rappresenti. Può essere l'inizio di una nuova, vecchia avventura. Mai come in questo momento i sardi - e gli italiani - hanno sperimentato i disastri dell' economia di mercato e della finanza globale. Evidenziamo le contraddizioni e troviamo le alternative al disastro annunciato.

Ma il dato più amaro e triste della tornata elettorale in Sardegna è una notizia di contorno al suo epilogo. Nello stesso giorno della vittoria di Cappellacci, leggo su Repubblica.it che il legale inglese Mills è stato condannato a 4 anni e 6 mesi perchè riconosciuto colpevole di aver preso soldi per dire il falso in alcuni processi in cui era imputato Berlusconi. In questo processo era alla sbarra in concorso proprio con il premier. Che però è fuori grazie all'immunità ottenuta con il Lodo Alfano.

Siamo in Italia, gente. Va bene così.

Appello. Difendiamo la Costituzione


APPELLO
DIFENDIAMO LA CARTA COSTITUZIONALE
***
I sottoscritti professori ordinari di diritto costituzionale e di discipline equivalenti, fortemente allarmati per lo stato di grave contrapposizione istituzionale tra il Presidente del Consiglio dei Ministri e il Presidente della Repubblica, nel sottolineare la correttezza del Presidente Napolitano nell'esercizio delle sue funzioni di garanzia in conformità con la nostra Costituzione e con la prassi repubblicana, manifestano la propria preoccupazione per ogni tentativo di ulteriore ampliamento dei poteri del Governo in materia di decretazione d'urgenza, che già di per sé non trovano l'eguale nella prassi delle altre democrazie costituzionali nonché per il tentativo di delegittimazione in atto della vigente Carta costituzionale e del suo spirito democratico.
Gianni Ferrara, Gaetano Azzariti, Massimo Luciani, Alessandro Pace, Cesare Pinelli, Giuseppe Ugo Rescigno, Federico Sorrentino, Gustavo Zagrebelsky, Enzo Cheli, Michele Scudiero, Adele Anzon, Michela Manetti, Stefano Sicardi, Francesco Bilancia, Alessandro Pizzorusso, Lorenzo Chieffi, Massimo Villone, Vittorio Angiolini, Paolo Caretti, Roberto Romboli, Antonio D'Andrea, Sandro Staiano, Saverio Regasto, Roberto Borrello, Renato Balduzzi, Marco Ruotolo, Mario Dogliani, Alfonso Di Giovine, Antonio Saitta, Alberto Lucarelli, Enzo Balboni, Antonio D'Atena, Fulco Lanchester, Sergio Lariccia, Maurizio Pedrazza Gorlero, Mario Demuro, Antonio Ruggeri, Mario Fiorillo, Stefano Grassi, Antonino Spadaro, Barbara Pezzini, Enrico Grosso, Antonio Saitta, Augusto Cerri, Giancarlo Rolla, Saulle Panizza, Franco Bassanini, Antonio Zorzi Giustiniani, Paolo Carnevale, Margherita Raveraira, Maria Cristina Grisolia, Ferdinando Pinto, Giovanni Cocco, Riccardo Guastini, Guerino D'Ignazio, Maria Agostina Cabiddu, Luigi Ventura, Giovanni Di Cosimo, Ernesto Bettinelli, Roberto Pinardi, Gladio Gemma, Giuditta Brunelli, Andrea Pugiotto, Omar Chessa, Anna Marzanati, Silvio Gambino, Raffaele Bifulco, Alessandro Torre, Salvatore Prisco, Gian Candido De Martin, Rolando Tarchi, Roberto Miccù, Giovanni Serges, Roberto Bin, Massimo Carli, Carmela Salazar, Tania Groppi, Paolo Giangaspero, Antonio Cantaro, Pasquale Costanzo, Marcello Cecchetti, Andrea Giorgis, Marina Calamo Specchia, Paolo Cavaleri, Antonio D'Aloia, Umberto Allegretti, Massimo Siclari, Sara Volterra, Vincenzo Cocozza, Roberto Toniatti, Pietro Ciarlo, Salvatore Bellomia, Francesco Rigano, Pasquale Ciriello, Carmine Pepe, Sergio Bartole, Lorenza Carlassare, Andrea Manzella, Roberto Zaccaria, Stefano Merlini, Francesco Rimoli, Stefano Maria Cicconetti, Maurizio Oliviero, Mauro Volpi, Luigi D'Andrea, Francesco Cerrone, Silvia Niccolai

La mannaia della Gelimini


CAPITALE LAVORO
Tutti i tagli della Gelmini
Meno materiale didattico, laboratori, biblioteche e personale. La Cgil va in piazza e denuncia gli scempi della riforma dell'istruzione. Per il sindacato ci sarebbero problemi addirittura per il funzionamento ordinario degli istituti
Stefano Milani
Giacomo Russo Spena
ROMA
Tagli, tagli e ancora tagli. L'ultimo progetto del ministro Maria Stella Gelmini di privare le scuole dei fondi per il funzionamento didattico e amministrativo dà il colpo mortale agli istituti che dovranno fronteggiare vere e proprie emergenze, come la mancanza di materiale didattico, laboratori, biblioteche e carenze del personale. Qualche scuola rischia addirittura la chiusura. Ieri la prima reazione con un sit-in a Roma sotto il palazzo dell'Istruzione promossa da Flc-Cgil, assieme al Cgd, alla Rete degli studenti e all'Uds.
Svetta il cartello «AAA svendesi scuola, rivolgersi fondazione Tremonti-Brunetta-Gelmini», subito dietro lo striscione «Non rubateci il futuro» del coordinamento genitori-maestre della scuola ribelle Iqbal Masih. Intanto gli studenti dell'Uds volantinano per una nuova mobilitazione nazionale il 27 febbraio contro gli «scempi» del governo. Ma a gestire la protesta è Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc-Cgil, il quale dichiara dal megafono: «Siamo venuti qui per sollecitare l'immediato trasferimento di risorse finanziarie per poter svolgere le attività ordinarie della scuola».
Che la situazione sia ad un passo dal baratro non bisogna essere dei geni in matematica. Perciò, aggiunge Pantaleo, «chiediamo che si traduca in fatti l'annunciato trasferimento da parte del dicastero dell'Economia dei 57 milioni di euro da destinare ai corsi di recupero e reclamiamo le somme necessarie a far fronte agli oltre 200 milioni di debiti pregressi che gravano sulle scuole e che stanno provocando forti disagi per il mancato pagamento delle supplenze, per l'avvio delle attività di recupero, arrivando fino al pignoramento in alcuni istituti e al coinvolgimento dei genitori nelle spese scolastiche». Per non parlare della soppressione delle seconda lingua e delle supplenze brevi non pagate. Non ci sono molte alternative: «Servono risorse aggiuntive altrimenti non potrà essere garantito il diritto allo studio», conclude Pantaleo. Obiettivo, arrivare a fine mese a un tavolo interministeriale, oltre Gelmini la vicenda riguarda anche Sacconi, Brunetta e Tremonti.
In piazza qualcuno è ottimista, convinto che i tagli alla fine rientrino. E' il caso di Mario Lombardo, preside della scuola elementare romana Franceschi, dove i tagli (e la successiva fine delle compresenze) rischiano di spezzare quel processo d'integrazione tra bimbi italiani e stranieri intrapreso anni fa con grande soddisfazione: «Sarebbe un'assurdità togliere tanti soldi agli istituti - dice il preside - si rischierebbe inoltre l'aumento della dispersione scolastica». Le sue speranze crollano dopo che la delegazione dei manifestanti ricevuta dal ministro Gelmini riferisce alla piazza l'esito dell'incontro. E non è un bel sentire. Se per le supplenze 2008-2009 sembra esserci la copertura finanziaria, il problema del funzionamento ordinario, secondo quanto riferito dai rappresentanti sindacali, non è stato affatto risolto.
E così, taglio dopo taglio, già siamo a meno 200 milioni sottratti in un solo anno dal governo Berlusconi alla (sempre più) povera scuola italiana. Ma il problema non è solo l'azzeramento dei fondi. La forbice di Gelmini si abbatte con la stessa forza distruttrice anche contro i lavoratori, meglio se precari. Secondo la Uil a rischio ci sono ventottomila posti di lavoro: nel 2007 circa 8.600 insegnanti non sono state confermate nelle nomine, nel 2008 sono state 11.628. Per il prossimo anno scolastico poi, la riduzione di organico prevista dalla legge 133/08 è ancora più allarmante: circa 43.000 docenti. Con la percentuale di precari a rischio posto di lavoro è pari al 15%. Di fatto, in poco meno di tre anni, si sono ridotti gli effetti delle ultime immissioni in ruolo del 2006 e oggi lavorano nella scuola oltre 130mila insegnanti precari.
E a pagare di più saranno, tanto per cambiare, i precari. Basti pensare che le supplenze annuali e quelle fino al termine delle attività didattiche, fa sapere la Flc-Cgil, sono 72.460 tra il personale Ata e 113.540 tra i docenti. Il grosso dei tagli riguarderà proprio loro oltre a determinare un gran numero di personale di ruolo in esubero soprattutto nelle aree meridionali. A queste va aggiunta la difficile situazione delle scuole per il mancato trasferimento dei finanziamenti per le attività ordinarie, per le supplenze, per le attività di recupero dei debiti formativi, e la frittata è completa.

dal manifesto del 13/02/09

mercoledì, settembre 10, 2008

Il nostro posto - Concita De Gregorio


Il nostro posto
Concita De Gregorio

Sono cresciuta in un Paese fantastico di cui mi hanno insegnato ad
essere fiera. Sono stata bambina in un tempo in cui alzarsi a cedere il
posto in autobus a una persona anziana, ascoltare prima di parlare,
chiedere scusa, permesso, dire ho sbagliato erano principi normali e
condivisi di una educazione comune. Sono stata ragazza su banchi di
scuola di città di provincia dove gli insegnanti ci invitavano a casa
loro, il pomeriggio, a rileggere ad alta voce i testi dei nostri padri
per capirne meglio e più piano la lezione. Sono andata all´estero a
studiare ancora, ho visto gli occhi sbigottiti di coloro a cui dicevo
che se hai bisogno di ingessare una frattura, nei nostri ospedali, che
tu sia il Rettore dell´Università o il bidello della Facoltà fa lo
stesso, la cura è dovuta e l´assistenza identica per tutti. Sono stata
una giovane donna che ha avuto accesso al lavoro in virtù di quel che
aveva imparato a fare e di quel che poteva dare: mai, nemmeno per un
istante, ho pensato che a parità di condizioni la sorte sarebbe stata
diversa se fossi stata uomo, fervente cattolica, ebrea o musulmana,
nata a Bisceglie o a Brescia, se mi fossi sposata in chiesa o no, se
avessi deciso di vivere con un uomo con una donna o con nessuno.

Ho saputo senza ombra di dubbio che essere di destra o di sinistra sono
cose profondamente diverse, radicalmente diverse: per troppe ragioni da
elencare qui ma per una fondamentale, quella che la nostra
Costituzione - una Costituzione antifascista - spiega all´articolo 2,
proprio all´inizio: l´esistenza (e il rispetto, e il valore, e l´amore)
del prossimo. Il "dovere inderogabile di solidarietà" che non è
concessione né compassione: è il fondamento della convivenza. Non erano
mille anni fa, erano pochi. I miei genitori sapevano che il mio futuro
sarebbe stato migliore del loro. Hanno investito su questo - investito
in educazione e in conoscenza - ed è stato così. È stato facile,
relativamente facile. È stato giusto. Per i nostri figli il futuro sarà
peggiore del nostro. Lo è. Precario, più povero, opaco.

Chi può li manda altrove, li finanzia per l´espatrio, insegna loro a
"farsi furbi". Chi non può soccombe. È un disastro collettivo, la più
grande tragedia: stiamo perdendo la fiducia, la voglia di combattere,
la speranza. Qualcosa di terribile è accaduto negli ultimi vent´anni.
Un modello culturale, etico, morale si è corrotto. La politica non è
che lo specchio di un mutamento antropologico, i modelli oggi vincenti
ne sono stati il volano: ci hanno mostrato che se violi la legge basta
avere i soldi per pagare, se hai belle le gambe puoi sposare un
miliardario e fare shopping con la sua carta di credito. Spingi, salta
la fila, corrompi, cambia opinione secondo la convenienza, mettiti al
soldo di chi ti darà una paghetta magari nella forma di una bella
presidenza di ente pubblico, di un ministero. Mettiti in salvo tu da
solo e per te: gli altri si arrangino, se ne vadano, tornino a casa
loro, crepino.

Ciò che si è insinuato nelle coscienze, nel profondo del Paese, nel
comune sentire è un problema più profondo della rappresentanza politica
che ha trovato. Quello che ora chiamiamo "berlusconismo" ne è stato il
concime e ne è il frutto. Un uomo con un potere immenso che ha promosso
e salvato se stesso dalle conseguenze che qualunque altro comune
cittadino avrebbe patito nelle medesime condizioni - lo ha fatto col
denaro, con le tv che piegano il consenso - e che ha intanto negli anni
forgiato e avvilito il comune sentire all´accettazione di questa
vergogna come fosse "normale", anzi auspicabile: un modello vincente. È
un tempo cupo quello in cui otto bambine su dieci, in quinta
elementare, sperano di fare le veline così poi da grandi trovano un
ricco che le sposi. È un tempo triste quello in cui chi è andato solo
pochi mesi fa a votare alle primarie del Partito Democratico ha già
rinunciato alla speranza, sepolta da incomprensibili diaspore e rancori
privati di uomini pubblici.

Non è irrimediabile, però. È venuto il momento di restituire ciò che ci
è stato dato. Prima di tutto la mia generazione, che è stata l´ultima
di un tempo che aveva un futuro e la prima di quello che non ne ha più.
Torniamo a casa, torniamo a scuola, torniamo in battaglia: coltivare i
pomodori dietro casa non è una buona idea, metterci la musica in cuffia
è un esilio in patria. Lamentarsi che "tanto, ormai" è un inganno e un
rifugio, una resa che pagheranno i bambini di dieci anni, regalargli
per Natale la /playstation/ non è l´alternativa a una speranza. *"Istruitevi
perché abbiamo bisogno di tutta la vostra intelligenza"*, diceva l´uomo
che ha fondato questo giornale. Leggete, pensate, imparate, capite e la
vita sarà vostra. Nelle vostre mani il destino. Sarete voi la
giustizia. Ricominciamo da qui. Prendiamo in mano il testimone dei
padri e portiamolo, navigando nella complessità di questo tempo, nelle
mani dei figli. Nulla avrà senso se non potremo dirci di averci
provato.

Questo solo posso fare, io stessa, mentre ricevo da chi è venuto prima
di me il compito e la responsabilità di portare avanti un grande lavoro
collettivo. L´/Unità /è un pezzo della storia di questo Paese in cui
tutti e ciascuno, in tempi anche durissimi, hanno speso la loro forza e
la loro intelligenza a tenere ferma la barra del timone. Ricevo in
eredità - da ultimo da Furio Colombo ed Antonio Padellaro - il senso di
un impegno e di un´impresa. Quando immagino quale potrebbe essere il
prossimo pezzo di strada, in coerenza con la memoria e in sintonia con
l´avvenire, penso a un giornale capace di parlare a tutti noi, a tutti
voi di quel che anima le nostre vite, i nostri giorni: la scuola, l´università,
la ricerca che genera sapere, l´impresa che genera lavoro. Il lavoro,
il diritto ad averlo e a non morirne. La cura dell´ambiente e del mondo
in cui viviamo, il modo in cui decidiamo di procurarci l´acqua e la
luce nelle nostre case, le politiche capaci di farlo, il governo del
territorio, le città e i paesi, lo sguardo oltreconfine sull´Europa e
sul mondo, la solidarietà che vuol dire pensare a chi è venuto prima e
a chi verrà dopo, a chi è arrivato da noi adesso e viene da un mondo
più misero e peggiore, solidarietà fra generazioni, fra genti, fra
uguali ma diversi. La garanzia della salute, del reddito, della
prospettiva di una vita migliore. Credo che per raccontare la politica
serva la cronaca e che la cronaca della nostra vita sia politica. Credo
che abbiamo avuto a sufficienza retroscena per aver voglia di tornare a
raccontare, meglio e più onestamente possibile, la scena. Credo che la
sinistra, tutta la sinistra dal centro al lato estremo, abbia bisogno
di ritrovarsi sulle cose, di trovare e di dare un senso al suo
progetto. Il senso, ecco. Ritrovare il senso di una direzione comune
fondata su principi condivisi: la laicità, i diritti, le libertà, la
sicurezza, la condivisione nel dialogo. Fondata sulle cose, sulla vita,
sulla realtà. C´è già tutto quello che serve. Basterebbe rinominarlo,
metterlo insieme, capirsi. Aprire e non chiudere, ascoltarsi e non
voltarsi di spalle. È un lavoro enorme, naturalmente. Ma possiamo
farlo, dobbiamo. Questo giornale è il posto. Indicare sentieri e non
solo autostrade, altri modi, altri mondi possibili. Ci vorrà tempo.
Cominciamo oggi un lavoro che fra qualche settimana porterà nelle
vostre case un quotidiano nuovo anche nella forma. Sarà un giornale
diverso ma sarà sempre se stesso come capita, con gli anni, a ciascuno
di noi. L´identità, è questo il tema. L´identità del giornale sarà
nelle sue inchieste, nelle sue scelte, nel lavoro di ricerca e di
approfondimento che - senza sconti per nessuno - sappia spiegare cosa
sta diventando questo paese; nelle voci autorevoli che ci suggeriscano
dove altro sia possibile andare, invece, e come farlo. Sarà certo, lo
vorrei, un giornale normale niente affatto nel senso dispregiativo, e
per me incomprensibile, che molti danno a questo attributo: sarà un
normale giornale di militanza, di battaglia, di opposizione a tutto
quel che non ci piace e non ci serve. Aperto a chi ha da dire, a tutti
quelli che non hanno sinora avuto posto per dire accanto a quelli che
vorranno continuare ad esercitare qui la loro passione, il loro
impegno. Non è qualcosa, come chiunque capisce, che si possa fare in
solitudine. C´è bisogno di voi. Di tutti, uno per uno. Non ci si può
tirare indietro adesso, non si deve. È questa la nostra storia, questo
è il nostro posto.

Fascisti. Perchè stupirsi?


C'è una qualche ragione di stupore nel fatto che alla celebrazione della difesa di Roma l'8 settembre - l'8 settembre!, nel giorno in cui quelli come lui, i nostalgici della Patria Littoria e, insieme, i ministri della difesa, dovrebbero, per decenza, chiudersi in silenziosa meditazione -, il ministro La Russa non abbia trovato di meglio che tessere l'elogio dei combattenti di Salò? Ignazio La Russa è un fascista (può sembrate anacronistico, ma è così). Era fascista trent'anni fa, quando bazzicava piazza San Babila. Ha continuato a essere fascista per tutto il tempo in cui ha ricoperto alte cariche in un partito, il Msi, che aveva nel proprio simbolo il sacello del duce e che ostentava come un onore la discendenza dalla Repubblica sociale. E' rimasto fascista nonostante la riverniciatura di Fiuggi. E' fascista culturalmente. Politicamente. Anche antropologicamente, lasciatemelo dire, tanto da sembrare una caricatura del fascista. Lo è allo stesso modo di Alemanno, di Gasparri, di Storace... Quello che ha detto a Porta San Paolo lo aveva già detto, in forma certamente più cruda, prima del '94, nelle sezioni del suo partito dove troneggiava di solito il testone di Mussolini e pendevano ai muri i gagliardetti della «decima mas». E lo avrà ripetuto chissà quante volte ai raduni reducistici della Divisione Littorio o della «Ettore Muti» (quelli, per intenderci, che rastrellavano con i tedeschi le nostre valli e bruciavano le borgate ribelli). Quello che colpisce e indigna, nei fatti di ieri, è che ora lo dica non più da «uomo di partito», ma da ministro - e non un ministro qualunque -: da Ministro della Difesa, uno che rappresenta il braccio armato della nostra nazione, e che decide della vita e della morte sia dei nostri soldati che di quelli che se li trovano davanti. Quella «lettura» della storia italiana viene dal cuore del potere governativo, dal suo nucleo più duro, e inquietante, perché preposto «all'esercizio della forza». Ma anche questo è un segno dei tempi. Della profonda trasformazione - e degenerazione - del nostro sistema politico. Del mutamento strutturale - di «regime», potremmo dire - dell'assetto istituzionale italiano. Se il fascista La Russa può permettersi di usare, da quel podio, «istituzionalmente», un linguaggio che negli ultimi anni aveva dovuto moderare e mascherare, se può dire quello che pensava e che pensa, è perché avverte che se lo può permettere. Che si sono abbassate le difese immunitarie del paese rispetto a quella retorica e a quelle argomentazioni. Che nel senso comune prevalente, la memoria di quegli eventi è ferita, neutralizzata, in ampia misura azzerata. Sembra che, interpellato, il ministro abbia risposto di aver «detto cose molto meno impegnative di quelle che disse Violante sui ragazzi di Salò, o di quello che ha detto lo stesso Veltroni». E purtroppo colpisce un punto dolente, perché lo strappo di Porta San Paolo avviene su un terreno già preparato da tempo. CONTINUA | PAGINA 6 Si insinua in un vuoto di consapevolezza e di coscienza storica lasciato da chi, per rincorrere mode mediatiche e troppo facili riconoscimenti dall'avversario politico, ha bruciato troppi ponti. Cancellato troppe linee identitarie. Giocato troppo spregiudicatamente con la propria e l'altrui storia. I «regimi» nascono, e soprattutto si manifestano, anche così: non solo con i fatti, ma con le parole. E se dei fatti (e misfatti) di questo governo le vittime sono gli «ultimi», quelli su cui è facile maramaldeggiare (i migranti, i rom, i precari, i senza voce...), delle parole vittima sono i «primi»: i fondatori di questa Repubblica che si appanna e svanisce. Quelli che l'8 settembre, in solitudine, nel naufragio della patria, scelsero. Un'Altra Italia, da allora non certo maggioritaria, ma autorevole, capace di voce e di memoria. Ostacolo e limite a ogni tentativo di ritorno. E' quella la vittima sacrificale di Porta San Paolo. Il segno che, sessantacinque anni dopo, Roma è caduta. Lo misureremo nei prossimi giorni, dall'intensità della risposta, quanto profonda sia la caduta. Ma se quelle parole dovessero «passare». Se venissero archiviate come cronaca nel gossip dominante. Se la pur dignitosa e autorevole replica del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dovesse restare la sola, e non si materializzasse - di contro - una ferma, diffusa, condivisa e forte risposta, allora dovremmo concludere che il cerchio si chiude. E l'autobiografia della nazione si ripropone, nel suo eterno ritornare.



Marco Revelli

tratto da il manifesto del 9/9/08

venerdì, settembre 05, 2008

Tuvixeddu. Firma l'appello


Appello promosso da Eddyburg e Il Manifesto Sardo

La necropoli di Tuvixeddu, uno dei più importanti contesti funerari ipogeici del mondo antico e testimonianza della Cagliari punica, poi romana, corre un rischio mortale sotto l'assalto della cementificazione. Il colle urbano, caratterizzato da migliaia di tombe che raccontano una epocale vicenda paesaggistica, funeraria, architettonica e decorativa della città, sino a proporre pregevoli documentazioni moderne Liberty, sta subendo un ulteriore e forse definitivo affronto dopo cinquant'anni di devastazioni urbanistiche.
La sentenza del Consiglio di Stato riporta il complesso monumentale ai vecchi e inadeguati vincoli del 1997 che la Regione Autonoma della Sardegna, pur con gravi errori procedurali, aveva cercato di rendere congrui all'importanza dell'area: ma il pregio eccezionale del sito e la necessità di una tutela ben più ampia di quella legata all'accordo di programma del 2000 non possono essere messi in discussione.
Straordinarie architetture cavate e decorate in affresco rendono Tuvixeddu in grado di far capire ciò che non è più documentato, in qualità e ampiezza, né a Cartagine né nel Libano dei Fenici....leggi tutto e firma la petizione

domenica, agosto 31, 2008

In pino veritas


Ogni singolo albero è un organismo complesso, un essere vivente, che respira quindi, che mangia, che produce costantemente ossigeno, che genera frutti, che da ombra e ristoro, che accoglie specie animali dando loro riparo e protezione.

Il pino domestico è un albero e, come tale, presenta le stesse qualità degli alberi in generale.

Secondo voi vale più un pino o una postazione per una telecamera di una TV?

Ve lo chiedo perchè a Cagliari, per far posto a una telecamera che dovrà riprendere la Santa Messa officiata dal Papa (domenica 7 settembre, a Bonaria), è stato abbattuto, segato, tagliato, tolto di mezzo, giustiziato un pino. Un pino pluridecennale che, tra l'altro, aveva già assistitto dalla stessa postazione alle Messe di Paolo VI e Giovanni Paolo II.

Chi ha deciso di elminare il pino?

Dal rapporto che gli esseri umani hanno con gli esseri vegetali si possono capire tante cose, persino la bontà e la capacità di una amministrazione pubblica. Non so se chi tratta male i pini, e gli alberi in generale, sia una persona per bene. In pino veritas.



Pino domestico o Pino da pinoli - Pinus pinea L.
Atlante degli alberi - Piante forestali
Classificazione, origine e diffusione

Divisione: Spermatophyta
Sottodivisione: Gymnospermae
Classe: Coniferae
Famiglia: Pinaceae

Noto anche come Pino da pinoli, è un albero alto fino a 30 metri e con un diametro massimo di quasi 2 metri. Originario delle coste del Mediterraneo, è largamente diffuso in Italia (dal Lauretum alla sottozona calda del Castanetum).
Caratteristiche generali

Dimensione e portamento
Albero alto fino a 30 metri. Caratteristica la sua chioma ad ombrello, formata da rami che si concentrano nella parte alta del tronco terminando con le punte rivolte verso l'alto.
Tronco e corteccia
Tronco diritto e spesso biforcato nei vecchi alberi ad una certa altezza. Corteccia dapprima grigia e finemente rugosa, poi profondamente solcata in placche bruno-grigiastre.
Foglie
Aghi lunghi da 12 a 15 cm, rigidi, di colore verde vivo, pungenti all'apice. Alla base sono avvolti da una guaina trasparente e persistente.
Strutture riproduttive
Coni maschili numerosi, piccoli, gialli alla base dei rametti dell'anno. Coni femminili, prima piccoli e tondeggianti, poi globosi e pesanti diametro 10-12 cm, prima verdi, poi rosso-bruni a maturità (dopo te anni). Le squame legnose contengono ciascuna due semi dal guscio legnoso (pinoli).
Usi

L'utilizzo principale del Pino domestico nell'antichità era la produzione di pinoli che costituivano una base molto importante dell'alimentazione umana. Per questo è stato largamente impiegato per l'impianto di pinete lungo le zone litoranee, anche dove il clima non è quello ottimale per la specie (pinete alto Adriatico).

lunedì, agosto 04, 2008

Supponete che l'inferno...


Supponete che le persone in coma sognino. E che sognino di essere in coma e di non potersi svegliare. Supponete che per sedici anni facciate sempre lo stesso sogno, ogni giorno e per 24 ore continuative.

Riuscite a immaginare sofferenza peggiore?

Ecco, l'ideologia dominante nel paese vuole che le persone in coma continuino ad esserlo anche all'infinito. Non c'è parere di genitori o medici, non c'è esplicita volontà del paziente che vengano prese in considerazione dall'ideologia dominante.

Oggi, in Parlamento, siedono i rappresentanti di questa ideologia. Gli unici a opporsi sono quelli di IDV

da Repubblica.it
L'intervista/ Il professor Franco Henriquet, responsabile del Centro Gigi Ghirotti
"Senza riflettori avremmo già assecondato le volontà del signor Englaro"
Eluana, un hospice per morire
"Ma ora è un caso politico"
In Italia 206 Centri residenziali per le cure palliative dove poter vivere una buona morte
di CLAUDIA FUSANI
ROMA - L'ultima battaglia di Eluana sarà ancora lunga e dall'incerto destino. "E alla mercè, purtroppo, del dibattito politico che si è incardinato su un crinale molto ideologico e molto distante da quella che è la prassi della vita quotidiana" dice il professor Franco Henriquet responsabile del Centro Gigi Ghirotti di Genova, un hospice per metà pubblico e per metà privato. E invece, per dire quanto ci può essere di non-detto e di sottinteso in questo dibattito sul caso Englaro, se Eluana, già anni fa, fosse stata portata in uno dei 206 hospice operativi in Italia, a questo punto sarebbe già morta. Secondo la sua volontà e in libertà di coscienza dei suoi familiari. E senza scomodare le supreme gerarchie vaticane.

Una premessa: gli hospice sono Centri residenziali per le cure palliative, luoghi pubblici, privati o affidati a onlus dove vengono ricoverati i malati terminali, coloro per i quali non c'è più nulla da fare. "Non luoghi dove si va a morire" si legge nel primo Rapporto nazionale su questi centri voluto dall'allora ministro Livia Turco, "ma dove si va a vivere meglio una fase naturale della propria esistenza". Luoghi dove i pazienti hanno una prognosi "infausta" e "un'aspettativa di vita valutata in sei mesi in base ad indicatori scientifici e all'esperienza dell'equipe curante". Dove chi entra, entro un mese, in genere muore. Con dignità e limitando il più possibile la sofferenza. In Italia gli hospice sono nati nel 1999 grazie a un'intuizione dell'allora ministro della Sanità Rosy Bindi. Oggi sono 206, per lo più al nord, garantiscono 2.346 posti letto a fronte di 250 mila malati terminali che ogni anno attraversano la fase finale della propria vita. Il professor Henriquet dirige uno di questi centri.

Nel Centro che lei dirige quanti malati entrano ogni anno?
"Una media di 250 persone. Che muoiono per lo più nel giro di poche settimane. Sono malati coscienti e terminali, chi per tumore, chi per sindromi neurologiche, come la Sla".

Cosa succede a questi malati?
"Sono tutte persone che hanno manifestato personalmente o al familiare la volontà di non essere sottoposti a tracheotomie, alimentazioni, idratazioni o ventilazioni assistite perchè le considerano accanimenti terapeutici".

Come Welby?
"Con patologie analoghe a quelle del signor Welby".

E quindi?
"Quindi, come stabilisce la Costituzione, la convenzione di Oviedo, il codice civile e deontologico, interrompiamo ventilazione o alimentazione artificiale. Rispettiamo la volontà del paziente".

Professore, una domanda difficile. Se il signor Englaro si rivolgesse al suo centro per ricoverare Eluana, sarebbe accolto?
"In questo momento sarebbe molto difficile. E' diventato un caso nazionale, pubblico, politico e giudiziario. Aggiungo un 'purtroppo'. Accogliendo quella povera ragazza, si darebbe dell'hospice l'immagine di luoghi di morte... Insomma un'immagine negativa".

Ed è per questo che il signor Englaro non ha trovato ascolto in alcuno dei 48 centri operativi in Lombardia. Facciamo finta per un attimo che i riflettori siano spenti e che Eluana non sia un caso. Cosa farebbe?
"Avrei assecondato la volontà del padre sicuro che è la volontà della figlia, cioè interrompere ogni tipo di cura configurabile come accanimento terapeutico. Quel padre ha tutte le ragioni del mondo nel fare questa battaglia e nel chiedere la fine delle sofferenze per la figlia. Solo che la mancanza del testamento biologico, nel momento in cui il caso diventa pubblico, espone il medico a rischi penali come l'incriminazione per omissione di soccorso".

Proviamo a raccontare cosa succederebbe se una qualsiasi Eluana fosse ricoverata in un hospice?
"Dopo un certo tempo, al massimo sono due anni, in cui equipe mediche e parametri clinici rigorosissimi accertano lo stato di irreversibilità del coma, se i parenti ci chiedono di staccare sondini alimentari e/o ventilazioni, lo facciamo. Accade quasi tutti i giorni nelle terapie intensive".

E cosa sarebbe scritto nella cartella clinica?
"Coma irreversibile, si interrompe ventilazione artificiale per volontà dei familiari".

Però c'è anche chi dice no, andiamo avanti, speriamo.
"E sono anche questi tantissimi. Per il medico è e resta centrale la volontà del paziente e dei familiari. Io sono onorato di aver avuto per 30 anni come paziente Rosanna Benzi, una donna straordinaria, piena di vitalità e nel pieno delle sue capacità intellettuali. Condannata al polmone d'acciaio, voleva vivere e ha vissuto. E' morta, poi, ma per un tumore".

Libertà di coscienza, quindi.
"I codici deontologici professionali ruotano tutti intorno al principio del rispetto della volontà del paziente".

I malati, professore, cosa chiedono?
"Alcuni vogliono lottare fino in fondo. Altri, i più, non vogliono oltranzismo terapeutico, non vogliono soffrire".

Il sondino che alimenta Eluana è cura medica oppure no?
"E' prestazione medica: è stato accertato, deciso e scritto. Quindi il sondino è accanimento terapeutico".

Quanto serve il testamento biologico?
"E' fondamentale per tutelare il medico e per regolamentare le fasi della vita in cui il malato non è cosciente e non ha mai affidato a un famigliare o ad un parente stretto le sue volontà".

Sta seguendo il dibattito politico sul caso?
"Purtroppo è diventata una diatriba ideologica. Da una parte il valore della vita che va difesa anche in situazioni estreme; dall'altra il principio della determinazione della libertà di scelta. Così è paralizzante, non si va da nessuna parte. Anche perchè a peggiorare la situazione ci pensa l'ennesimo conflitto tra politica e magistratura, con la politica che prevarica il giudiziario...".

Eluana soffrirebbe se le fosse staccato il sondino?
"No, perchè è in coma e non è cosciente".

Quanto tempo per morire, professore?
"Un mese, al massimo".

Il gobbo di Arcore


«Ridurremo le spese per non aumentare tasse»

In sostanza dice: tagliamo il welfare (che è uno strumento di redistribuzione della ricchezza a vantaggio dei cittadini più deboli) e non aumentiamo le tasse ai ricchi (tra i quali predomina egli stesso in prima persona).

Chiamatelo scemo!

E' proprio un gobbo, invece. Il gobbo di Arcore. Santo subito.

E Veltroni ancora lì a reggergli la coda....Ma va la, pistola....

sabato, luglio 26, 2008

La nebbia



Elvira, dammi la mano. Hai paura? No, ma non riesco a vedere la strada. Mi sono persa anche io, Amalia...la nebbia.
Mi capita, a volte, di girare intorno al campanile e credere di essere arrivata da te. Ma non ci sono.
Compaiono volti improvvisi, scavati dall'umidità di queste albe autunnali. Chi sei?
Vincenza, sei tu?

Maria, torna indietro. Non cercare noi che stiamo tra le nebbie del ricordo.

Le vecchie, con le loro vestaglie di fumo, si confusero nuovamente nella brughiera nebbiosa e Maria tornò in città.

Quella sera la nebbia avvolgeva la città. Si era mangiata famelica i contorni delle cose: lampioni, asfalto, finestre, portoni, negozi, insegne, cortili, alberi, panchine, sedie, piazze, tram. Fino a quando tutto scomparve e rimasero solo ombre vaporose alla ricerca come di un legame a doppio filo con la realtà, ma senza speranza di recupero, ormai. Chiunque avesse osato sfidare quella cortina densa e mutante – eppure fissa – avrebbe potuto incontrare i fantasmi della propria coscienza, smascherare la solitudine e fare emergere le smorfie dei sogni; perché la nebbia è la messaggera degli dei, che la usano per celarsi e riapparire per un attimo nei suoi vortici confusi e umidi, a fare da specchio alle inquietudini umane. Nel silenzio quasi notturno, apparvero dei passi. “Elvira, sei tu? Ma dov’eri? Entra che prendi freddo.” In casa, la caffettiera borbottava per la cena. Amalia usava bere il caffellatte, e ne offrì una scodella fumante a Elvira. Sapeva come calmare la sorella. Bastava assecondare le onde della sua delusione e della rabbia: muovere la testa per assentire, intercalare con qualche “eh, sì” “è vero” “hai ragione” “oh, è proprio così”. E una tazza di caffellatte. Davanti alla quale, certe volte, passavano lunghi minuti a contemplare in silenzio prima le spire di fumo che salivano verso la credenza e poi la panna che si rapprendeva sulla superficie, come l’inverno che indurisce i laghi, tra i vapori ghiacciati. Amalia proteggeva quella sorella maggiore che usciva spesso e girava per la città alla ricerca dei genitori, della sua casa, dei bambini piccoli da accudire; rispettava la sua fissazione, l’accettava perché le disgrazie non lo sono mai completamente e perché sperava comunque in una compensazione dei sacrifici fatti per Elvira. Se non in questa vita, agli scampoli, nell’altra. In qualche momento le capitava di chiedersi chi tra le due avesse ceduto alle intemperie dell’esistenza, e se le cose avrebbero potuto andare diversamente se la guerra non fosse arrivata a creare macerie. Quante macerie. Le nubi di polvere grigia, quella delle case che cadevano senza un lamento, a febbraio e maggio, che toglievano il respiro e bruciavano gli occhi, erano sorelle della nebbia di quella sera, ma più tristi perché nascondevano corpi veri e spezzati. Bombardamenti. Spezzonamenti. Qualcuno le aveva spiegato la differenza ma adesso non era importante. Adesso, e da quanti anni, c’era Elvira da accudire, quella ottantacinquenne che aveva messo tra parentesi oltre quaranta anni di vita. Cancellati, mandati in fumo, come quello del caffellatte davanti ai loro volti. “Lasciami andare. Devo tornare a casa mia.” Elvira l’accusava di sfruttarla, di trattenerla per rammendare e cucire, il suo mestiere. “Tu non mi sopporti” diceva. E in parte, in qualche angolo del cervello di Amalia, era vero, ma non per quello che diceva la sorella, no. Per lei che non aveva seppellito la verità, quel ricordo continuamente mozzato, quello iato dell’esistenza comune, erano una lama tagliente nel cuore; così come la sua incapacità a fermarla, a bloccarla, a far rinsavire Elvira. Sì, le capitava di non sopportare, ma con quali sensi di colpa, quante lacrime. E poi. E poi, altre volte, il martellamento continuo di bugie faceva vacillare la verità. I genitori e i fratelli potevano non essere morti sotto le bombe del ‘43; magari i piccoli ancora vagavano, adulti senza memoria, di ospedale in ospedale. Era possibile? “Sì, si. Vedrai che ci torni, a casa. Ma adesso bevi e stiamo un po’ al calduccio, qui.” Spesso, durante i lunghi inverni bui, Elvira sfilava dalla tasca del grembiale gli occhiali per vicino e un ritaglio di giornale, ingiallito e mangiucchiato. Leggeva sottovoce un elenco di nomi, di strade, di monumenti, il cordoglio della municipalità, le scuse degli inglesi fatte in italiano, il dolore dei parenti. Leggeva con eleganza e con distacco, usando l’impostazione delle grandi occasioni, ma quasi in silenzio, e soprattutto evitando di pronunciare i nomi delle persone care. Quelli li saltava. Chissà se consciamente. Amalia riprese a sorseggiare la sua cena garbata, la terminò e andò a sciacquare la scodella nel lavandino di granito. “Ecco l’elenco delle vittime del bombardamento”. Elvira lesse di nuovo i nomi. E provò la solita stretta al cuore. Ancora aveva il senno di pensare che il dolore non è una parola che si può leggere sul giornale. In quei momenti lei lo assaporava e sapeva – senza saperlo - cosa fosse, anche se non capiva da dove provenisse, né il motivo. Credeva di non conoscere nessuna delle vittime e i luoghi bombardati. Amalia sorrideva, premurosa. Si avvicinò alla sorella e con dolcezza le chiese di andare a letto. "Non ancora, Amalia. Restiamo ancora un momento" rispose Elvira. Era instancabile, e avrebbe potuto camminare altri chilometri prima di dichiararsi vinta. "Non l'hai buttato ancora quel ritaglio dell'Unione?" Elvira ricambiò il sorriso alla sorella. “Amalia, vai a prendere la gonna, che così finisco l’orlo.” Amalia salì le scale che dall’andito portavano alla camera da letto, l’unica al piano di sopra, condivisa nell’immediato dopoguerra da tutte le quattro sorelle rientrate dallo sfollamento, aprì il cassettone del comò chippendale e prima di prendere la gonna si incantò sul portagioie in legno e ottone dentro cui riposavano le fotografie dei genitori, delle sorelle e degli altri parenti immortalati dalla Argus dello zio. Ma dove era finita quella macchina fotografica? Non l’aveva più trovata. A dire il vero non l’aveva neppure cercata: solo ora si era ricordata della marca. Argus. Una ventata di ricordi arrivò. Che era? Nel servizio a fianco la finestrella era chiusa e il vetro rotto a mo’ di triangolo scaleno non giustificava quella corrente d’aria. Ridiscese le scale con la velocità consentita dalle sue settantanove primavere. La porta d’ingresso era spalancata e la nebbia stava conquistando terreno: le sue bandiere sventolavano sulla credenza liberty, sui fornelli del cucinino, sul tavolo in formica, sul lavandino in granito e sul concone per il bagno dei bambini, unica eredità della vecchia casa. Se avesse tardato a richiudere, tutto sarebbe sparito sotto quel manto biancastro. Si lasciò andare sulla sedia impagliata e chiamò a voce alta “Elvira.” Considerò che con quel tempo da lupi lì fuori, non fosse il caso di aspettare troppo. Decise allora di uscire subito; si mise il paltò - che aspettava, non da troppo, arrampicato sull’attaccapanni – e andò in cerca della sorella. La nebbia non l’avrebbe confusa, sapeva esattamente dove andare. Ma quella sera, forse diventata notte, la bruma era spessa e densa; a ogni passo sentiva di allontanarsi dalle mura di casa e di perdersi nei vicoli della città. E ogni passo era come se lo posasse sulla neve, fredda, dura e avvolgente, che le nascondeva le scarpe: era uscita scalza. Dio mio, col paltò e scalza. Sorrise pensando alla faccia della sorella quando l’avrebbe ritrovata e insieme avrebbero commentato, con quel senso amaramente ironico che le contraddistingueva. Quando la bomba colpì la casa, Amalia era vicino al porto, in preda al panico. Aveva visto gli aerei venire da sud, ingrandirsi, assordare con il boato dei motori, e poi le luci, le esplosioni, le urla, le corse, le navi incendiate, la contraerea che rispondeva in ritardo, quando già l’inferno era concluso. O era solo l’inizio? Quasi da subito il fumo e la polvere tentarono di nascondere la realtà. Appena giunta davanti alla casa, metà era sparita nella polvere. E come la loro, erano sprofondate quasi tutte le case di via Siotto Pintor e via Sant’Efisio. Cosa volevano colpire quei criminali? Quali nemici avevano intravisto tra i vicoli dei falegnami e delle botteghe dei vinai, nelle casupole dei pescatori o in quelle dei carpentieri? Glielo avessero chiesto, li avrebbe fatti entrare in casa, gli inglesi, e li avrebbe invitati a pranzo e gli avrebbe fatto vedere che lì non c’erano persone pericolose. Uno sbaglio, si scusarono più tardi. Elvira arrivò subito dopo e cominciò a scavare accanto a una squadra di soccorso. Usava le mani e i gomiti e gridava continuamente i nomi conosciuti. Ma poi era passato tutto. Avevano lavorato sodo e si erano rimesse in piedi. Tutto bene. Tranne dentro Elvira, le cui arterie lavoravano alacremente per restituirle una specie di oblio della malinconia. Ma ora doveva trovarla. C’era riuscita sempre e anche quella sera ce l’avrebbe fatta. La sentiva già a pochi metri da sé, con quel suo passo strascicato e svelto. Udiva la sua voce domandare ai fantasmi incontrati “Mi può indicare dove abitano i miei genitori?” “Più avanti, signora. Un poco più in là.” Amalia credeva di essersi diretta verso il centro, invece era vicina agli stagni. Sentiva l’odore delle nasse e della nafta. E il guizzo lento di qualche anguilla sul pelo dell’acqua. Le parve anche di vedere qualche viso avanzare nella nebbia. Volti sconosciuti che sembrava volessero indicarle la via e che subito si rituffavano nell’oscurità, rischiarata dalla luce dei pochi lampioni e dal biancore riflettente della bruma. Ebbe la sensazione che Elvira fosse da tutt’altra parte e che ad aver sbagliato strada fosse solo lei, attratta da false piste e forse dalla voglia di perdersi una volta per tutte, di farla finita con quella ricerca continua, con quella sorella svanita, con quei ricordi ossessionanti che nel bene e nel male le avevano condizionato l’esistenza. Anni buttati. Anni di guerra continua. Ma che diamine stava pensando. Maledetta la nebbia e i dubbi che insinua. Sì, l’avrebbe ritrovata comunque, la sorella amata. Insieme sarebbero tornate a casa, al calduccio, e avrebbero sfogliato le fotografie in bianco e nero dei loro cari.

Umh! Floris (sindaco di Cagliari) ha firmato con Soru (presidente della Regione Sardegna) l'accordo sulla costruzione del museo della civiltà nuragica "Betile" nel quartiere di Sant'Elia, a Cagliari. Un quartiere abbandonato a se stesso dall'incuria dei politici locali, un borgo ricco di bellezze e di gente per bene che meriterebbe ben altro che degrado e isolamento. La pioggia di finanziamenti che arriverà per il Betile servirà anche a riqualificare il quartiere.

Solo questa considerazione basterebbe a giudicare positivo, utile e buono l'accordo.

Eppure sono convinta che sotto ci sia dell'altro. Uno scambio. Floris firma per il museo voluto da Soru e Soru cosa promette? Nessuna obiezione e ostruzione della Regione sui progetti di Floris a proposito di nuovo stadio Sant'Elia e parcheggi multipiano al Poetto? Oppure la cessione di qualche bene prezioso del nuovo, recente demanio regionale?

Quien sabe?

E le opposizioni in Consiglio comunale, che dicono?

La sinistra della CGIL


L'assemblea di militanti della Cgil, convocata a Roma il 23 luglio 2008, si conclude con i seguenti punti comuni presentati dalla Presidenza.

1.
L'andamento della trattativa in corso, le posizioni assunte dalla Confindustria e dal governo, non lasciano spazi a mediazioni: un accordo non è possibile. Governo e Confindustria hanno parlato di complicità nazionale tra imprese e lavoro. Il confronto e la contrattazione si basano sulla rappresentanza di specifici interessi che cercano, quando è possibile, terreni di mediazione più avanzati. Il concetto di "complicità" è la riproposizione ideologica della totale comunanza di interessi tra capitale e lavoro, cioè della totale subalternità del lavoro all'impresa.
La vicenda del contratto del commercio è emblematica; ai lavoratori del settore e alla Filcams-Cgil vanno il nostro sostegno e solidarietà che si dovranno caratterizzare nella mobilitazione e nella lotta sindacale.

2.
La caduta dei salari, la precarietà e il peggioramento delle condizioni di lavoro sono il portato della crisi del capitalismo liberista in Italia e nel mondo. Tutta la globalizzazione oggi mostra le sue contraddizioni enormi. Le enormi ingiustizie e disparità sociali che essa ha prodotto vanno affrontate con misure di cambiamento radicale in Italia e in Europa. Di fronte all'aggravarsi progressivo di tutti gli indicatori economici del nostro paese, occorre una risposta che superi i tradizionali canoni della concertazione, della moderazione salariale, dell'accompagnamento alle soluzioni di mercato. Occorre ripristinare l'intervento pubblico e il coordinamento pubblico nelle politiche economiche. Si devono ripristinare e riorganizzare le funzioni dello stato sociale. Bisogna contrastare a fondo la precarietà del lavoro. Bisogna aumentare rapidamente il valore reale delle retribuzioni e delle pensioni. Occorre una lotta a fondo all'evasione fiscale e alla speculazione finanziaria nel quadro di una complessiva politica di redistribuzione della ricchezza. Sono questi gli elementi fondanti di una nuova politica economica e sociale che faccia uscire l'Italia dalla stagnazione e dalla crisi.

3.
Punto fondamentale è la riconquista della piena autonomia rivendicativa del sindacato a partire dal ruolo centrale che devono avere i contratti nazionali, sia per aumentare il valore reale delle retribuzioni, sia per rafforzare ed estendere i diritti e i poteri del mondo del lavoro. A maggior ragione non sono accettabili intese nazionali che programmino la riduzione del potere d'acquisto dei salari. Il contratto nazionale deve difendere e aumentare il potere d'acquisto delle retribuzioni. Nel caso di crescita improvvisa dell'inflazione, occorre garantire ai salari e alle pensioni una forma di copertura automatica del potere d'acquisto.
Occorre cambiare tutta la legislazione sul lavoro riaffermando il valore e la centralità del contratto a tempo indeterminato. Occorre respingere l'offensiva del governo e della Confindustria che, nel nome di un legame sempre più stretto tra salario e produttività, mette in discussione il contratto nazionale e tutta la contrattazione. Bisogna impedire che la salute e la sicurezza dei lavoratori siano sacrificate continuamente sull'altare del profitto e della produttività. La salute di chi lavora viene prima di qualsiasi cosa e tutta l'organizzazione del lavoro deve cambiare per garantirlo.

4.
Il governo ha scatenato un attacco frontale a tutti i diritti del mondo del lavoro, e più in generale, ai diritti delle persone, cavalcando spinte xenofobe e razziste, aggredendo i diritti dei migranti, delle loro famiglie, dei loro figli. Così vengono messi in discussione le stesse basi costituzionali della convivenza civile nel paese, mentre sul piano sindacale l'obiettivo diventa quello di liquidare la contrattazione collettiva, sull'onda della politica di deregolazione sociale dell'Unione europea.. Con il Decreto 112 e con le altre misure annunciate si arriva alla ulteriore estensione del precariato e dell'insicurezza nel lavoro e a preparare un nuovo attacco all'articolo 18. L'aggressione ai diritti del lavoro pubblico, che prepara una nuova ondata di privatizzazioni e riduzioni di organici nella scuola e nei pubblici servizi, va con altrettanta determinazione respinta. Occorre impedire che la campagna sui fannulloni, chiaramente strumentale rispetto all'obiettivo di colpire i diritti di tutto il mondo del lavoro, divida il lavoro pubblico da quello privato. Occorre una risposta complessiva per la difesa e l'estensione dei diritti, sia per i nativi che per i migranti, sia per gli uomini che per le donne.

5.
E' necessario un profondo rinnovamento degli obiettivi e delle pratiche del movimento sindacale italiano. Il modello di sindacato generale, a cui si è ispirata la Cgil nei suoi cento anni di storia, è stato il luogo della rappresentanza sociale di tutto il mondo del lavoro e il contratto nazionale ne è stato lo strumento unificante. Una fase si è conclusa, quella della concertazione degli anni Novanta. Non si può uscire da essa scegliendo di trasformare il sindacato confederale in un sindacato di mercato, aderente ai bisogni di competitività delle imprese e privo di capacità contrattuale. Noi non vogliamo la trasformazione del sindacato confederale in un agente di servizi, di collocamento, di attività economiche. La lotta politica nel sindacato per affermare la partecipazione, la democrazia, il conflitto è quindi indispensabile e su questo trovano un impegno comune i partecipanti all'assemblea. E' necessario che l'azione sindacale sia sottoposta a rigorose regole democratiche, sia nella formazione e nella misurazione della rappresentanza, sia nella decisione dei lavoratori sulle piattaforme e sugli accordi. Per questo è necessaria una legge sulla democrazia sindacale.

I partecipanti all'assemblea ritengono necessario che il movimento sindacale e in ogni caso la Cgil promuovano in autunno una vasta mobilitazione per respingere l'attacco ai diritti del lavoro, per difendere il salario e il diritto alla contrattazione, per dire basta alla continua aggressione alla salute e alla sicurezza del lavoro. Tale mobilitazione deve arrivare fino allo sciopero generale.
I promotori dell'assemblea decidono di darsi appuntamento per settembre, sulla base dell'andamento del confronto tra organizzazioni sindacali, Confindustria e governo.


Roma, 23 luglio 2008

Paolo


Già fosti trepida foglia

che l'alba tinge di rosa, luna,

ma prima fosti perduta in quello

che non spegne la vita,

ma in ampia meraviglia

d'aspre luci e languenti, la rinnova,

chiarissimo fondo della notte.



Cosa inseguivo nel gelido deserto

delle strade, dei rovi, e dei tacenti

uccelli? Fui freddo di serena

brezza, fu completo il silenzio

nel sibilo dei grilli.

xxxxxxxxxxxxxxx Le case

romite erano al vento e tacita

la luna premeva alle finestre.

Pier Paolo Pasolini



C'eravamo tutti. Quando eravamo felici.
Le canzoni degli Aphrodite's child
erano la colonna sonora di una vita in cui
le estati erano dai capelli rossi
e dalle abbronzature precoci.
Le madri e i padri erano più
giovani di quanto lo eravamo
noi dieci anni fa.
Non pensavano alla morte.
Nessuno di noi ci pensava. Ma era lì,
nascosta dietro le porte degli anditi.
Ci odiavamo, quando eravamo
felici.
Perchè le passioni dei ragazzi sono
lame affilate che tagliano in due il capello.
Quando eravamo felici. C'eravamo tutti.

martedì, luglio 01, 2008


Da sito di MISNA

[Pubblichiamo di seguito un comunicato diffuso ieri da Firenze da 'Pax Christi Italia' sulla proposta del ministro Maroni di prendere le impronte digitali ai bambini rom, già definita “indecente” e “razzista” in un editoriale di ‘Famiglia Cristiana’ che sarà pubblicato domani, ancora disponibile in evidenza nel nostro notiziario]

“Assistiamo ormai da giorni ad attacchi sempre più duri verso i più elementari diritti umani. Prima l'obiettivo era rappresentato dall'extracomunitario in genere. Poi è iniziato l'attacco verso alcune etnie in particolare Rom e Sinti. Ora siamo arrivati all'ulteriore affinamento della discriminazione con la schedatura, attraverso le impronte digitali, dei bambini Rom. Questo, secondo il Governo è necessario per evitare l'accattonaggio e stabilire chi ha diritto di rimanere in Italia e chi no. Ricordiamo però che il 70% di questi bambini è di cittadinanza italiana. Perché discriminare solo i minori appartenenti a questo gruppo? Perché sottoporre i bimbi ad un ulteriore segno di inciviltà, in particolare da parte di una nazione che si ritiene tra le più civilizzate, esportatrice di democrazia e di giustizia? Siamo convinti che combattere lo sfruttamento dei bambini sia una priorità, ma solo attraverso un metodo che garantisca la dignità della persona e tuteli i più deboli. Cosa dovremmo dire di tutte le forme di scandaloso sfruttamento infantile ormai entrate nella nostra vita comune, ad es. nella malavita, nella prostituzione, nel lavoro, nel consumo, nella pubblicità? Una democrazia matura non può pensare di risolvere i problemi con la repressione, sa che deve investire molto di più sull'educazione e sulla prevenzione. A sessant'anni dalla Dichiarazione dei Diritti Umani, e a venti anni dalla Convenzione Onu sui diritti dell'infanzia prendiamo atto che poco si è fatto e si sta facendo per la loro applicazione. Anzi siamo sempre pronti ad alimentare pregiudizi nei confronti del diverso e dei più deboli e a decidere, in nome della nostra sicurezza, come e chi accettare, dettando delle condizioni troppo spesso incuranti della dignità umana. Ci siamo dimenticati la nostra storia di migranti e discriminati e pensiamo che la repressione sia l'unica forma di controllo. Attacchiamo la parte più debole della società (i bambini) per mandare messaggi alla parte più forte (gli adulti). Ancora oggi, dopo avere ripetutamente espresso la nostra posizione sui temi della solidarietà, dell'accoglienza e della legalità e condividendo la posizione della fondazione Migrantes, e di molte voci della chiesa e della società civile che denunciano un'Italia a "rischio xenofobia o peggio, discriminazione razziale", invitiamo a non tacere, a non minimizzare e a denunciare come pericoloso cancro sociale ogni politica, cultura, linguaggio, gesto, progetto xenofobo e razzista. Riteniamo che la sacralità della vita e la sua dignità debbano essere garantite dal suo NASCERE ma anche nel suo DIVENIRE e CRESCERE. Sollecitiamo pertanto la società civile alla riconquista del senso di accoglienza e giustizia, la politica alla ricerca di forme di tutela della persona e della sua sicurezza, senza per questo colpevolizzare alcuni popoli o etnie e senza calpestare i deboli; infine sollecitiamo quanti si professano cristiani a non dimenticare che il vangelo propone un amore illimitato e incondizionato al prossimo come unica via alla salvezza e alla speranza più che alla sicurezza”. [CO]

Sardi, spiegatemi un po'...



Allora, chi vuole le primarie per scegliere il futuro candidato alla presidenza della regione sarda è contro Soru, e chi non le vuole è pro Soru. E' così?

Io non la farei così facile. Nè così dualisticamente tragica? Di primarie non è mai morto nessuno. Anzi: è uno di quei processi in cui si aprono i sepolcri e tornaro pure i defunti.

Ci sono delle situazioni - chiamiamole oggettive (anche se ho difficoltà, pur stando in Italia, a immaginare situazioni para-oggettive) - in cui la diversità di vedute è un dato di fatto. Volerla mascherare fingendo un unanimismo improbabile è stupido, oltrechè controproducente.

Let's go to primarie, dunque. Senza remore e senza infingimenti.

Proviamo a tracciare due strade, però. Due strade che vanno certamente verso lo stesso obiettivo ma seguendo percorsi diversi. Non facciamo finte primarie, in cui il candidato alternativo a Soru è il classico tira-volate, come quello che nel ciclismo va avanti ma solo per sfiancare gli avversari e per preparare la vittoria del proprio capitano. Non ne abbiamo proprio bisogno.

Un'ultima cosa. Se sono primarie di tutto il centrosinistra, bene. Altrimenti, in caso di scimmiottamenti veltroniani (o ventroniani? boh), con tanto di esclusione della sinistra (cioè del futuro dell'attuale fase politica mondiale), ve le fate da soli, cari pidduini.

Folle!

Le folle, con il loro voto, possono scegliere come presidente del consiglio anche Totò Riina. Le folle hanno il diritto di essere governate da chi eleggono e quest'ultimo può continuare a deliquere perchè tutto viene sospeso.

Le folle possono decidere di prendere le impronte ai bambini zingari, e poi ai bambini campani, e poi a quelli sardi, per la loro stessa tutela: se si perdono sarà più facile rintracciarli.

Le folle hanno fatto follie durante il ventennio fascista, permettendo i crimini del regime e dando il "la" al nazismo.

Ma alle folle pare tutto normale e giustificato. Il presente appare sempre "altro" rispetto al passato. Le folle credono che quello che vivono al momento non sia fascismo, o regime.

Folle folli.

E chi tace è complice.

Chi non fa niente è complice.

Chi acconsente è doppiamente complice.